Le guerre alimentari tra Stati Uniti e Messico

La partnership tra Messico e Stati Uniti ha vissuto senza dubbio momenti migliori.

Una fattoria a Otzolotepec, Mexico, REUTERS/Carlos Jasso
Una fattoria a Otzolotepec, Mexico, REUTERS/Carlos Jasso

Da quando Donald Trump ha assunto la presidenza, i due paesi hanno attraversato diverse crisi diplomatiche: prima c’è stata quella del muro, che ha portato alla cancellazione della visita di Enrique Peña Nieto a Washington; poi c’è stata quella dei migranti, rientrata quando Tillerson e Kelly hanno escluso l’eventualità di deportazioni indiscriminate di massa in Messico. La crisi attuale, scoppiata sul finire di aprile, è centrata invece sul NAFTA, l’accordo di libero scambio che dal 1994 lega le tre economie del Nordamerica: per quanto le intenzioni di Trump non siano chiarissime, una rinegoziazione del trattato potrebbe bastare a compromettere la stabilità dell’intero sistema economico messicano.

A complicare la già delicata situazione stanno contribuendo altre due accese dispute commerciali tra Stati Uniti e Messico: la “guerra dello zucchero” e la “guerra del tonno”.

Il conflicto azucarero ha avuto inizio nel 2014, quando una coalizione di produttori americani accusò il Messico di sovvenzionare il suo zucchero per venderlo negli Stati Uniti ad un prezzo inferiore a quello di mercato. Un’investigazione ufficiale del governo americano, avviata immediatamente dopo, si concluse con l’applicazione di dazi sullo zucchero messicano: la misura scatenò la reazione del Messico, che accusò a sua volta Washington di violare le regole del libero commercio (nel settore dei dolcificanti è stato introdotto nel 2008), e dei produttori messicani, che chiesero al proprio governo di rispondere tassando le importazioni di sciroppo di mais statunitense.

Per quanto dagli anni Novanta, complice senza dubbio l’entrata in vigore del NAFTA, la composizione del commercio estero messicano sia cambiata radicalmente e l’esportazione di manufatti preferita a tutte le altre, l’industria dello zucchero – il prodotto agricolo più esportato dopo il mais – conserva una significativa importanza per l’economia del Messico: rappresenta lo 0,4% del PIL e genera direttamente oltre 900.000 posti di lavoro. Il Messico è il primo esportatore di zucchero negli Stati Uniti, e fornisce da solo circa un terzo del totale delle importazioni: secondo una previsione, nel 2017 giungeranno negli USA 1,16 milioni di tonnellate di zucchero messicano. Dall’altro lato, negli ultimi anni il Messico ha importato 1,6 milioni di tonnellate di sciroppo di mais americano, impiegato principalmente come dolcificante nelle bibite: il Messico è il primo consumatore di bevande zuccherate al mondo e il diabete è la principale causa di morte nel paese, denuncia l’Organizzazione mondiale della sanità.

Nel 2014 Messico e Stati Uniti sono giunti ad un accordo per la fissazione di prezzi minimi sullo zucchero e di quote massime di importazione, che ha però continuato a lasciare scontenti i produttori americani ed è stato pertanto revocato nel 2016. Da allora sono state avviate nuove trattative, ma le due parti non sono ancora riuscite a superare le loro divisioni. Un termine ultimo per le negoziazioni, scaduto il quale gli Stati Uniti hanno detto di voler reintrodurre i dazi anti-dumping, era stato inizialmente fissato al 4 aprile scorso, poi posticipato al 1 maggio e ulteriormente rinviato al prossimo 5 giugno.

La “guerra del tonno” (guerra del atún) è scoppiata invece nel lontano 1980, quando il Messico fermò tre tonniere americane mentre pescavano illegalmente nelle sue acque protette. Gli Stati Uniti reagirono piuttosto duramente, applicando un embargo sulle importazioni di tonno messicano che venne rimosso nel 1986 ma reintrodotto quattro anni dopo per motivazioni ambientaliste: Washington contestò – giustamente, all’epoca – al Messico di applicare tecniche di pesca dannose per i delfini. Nel 1992 il divieto di importazione venne esteso anche ai paesi, come l’Ecuador, che acquistavano tonno messicano. Con il passare dei decenni, i messicani adeguarono i loro metodi di pesca agli standard internazionali e il tasso di mortalità dei delfini si ridusse sensibilmente. L’embargo venne formalmente rimosso nel 2004, ma il mercato americano continuò a non aprirsi del tutto al Messico a causa stavolta dell’etichetta Dolphin Safe – che certifica che il tonno è stato pescato senza arrecare danno ai delfini – che fu negata a priori al tonno messicano. Nel 2008 il Messico ha fatto perciò ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che lo scorso 25 aprile si è pronunciata in suo favore, riconoscendo che la pratica dell’etichettatura dolphin-safe è stata condotta in maniera discriminatoria e autorizzando – almeno fino a nuove disposizioni – il Messico ad imporre sanzioni agli Stati Uniti per 163 milioni di dollari come indennizzo per il danno economico subìto durante questi anni.

Per chiudere il cerchio, è possibile – lo riporta anche Reuters – che il Messico decida di recuperare quei milioni sanzionando le importazioni di sciroppo di mais statunitense. Sulle bevande dolcificate con lo sciroppo di mais il Messico aveva in passato già applicato una tassa del 20%, “condannata” però dall’OMC nel 2007, accogliendo le proteste degli Stati Uniti.

Aspettando la deadline del 5 giugno, che probabilmente – visti i precedenti – rilancerà la “guerra dello zucchero” più che mettervi fine, resta la certezza che questi contrasti commerciali non aiuteranno a distendere gli animi dei due paesi in vista delle future (e sempre ipotetiche) contrattazioni del NAFTA. Senza dimenticare che alla Casa Bianca c’è un presidente che non perde occasione per presentare il vicino del sud come un nemico. 

@marcodellaguzzo

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