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Hamas lascia l’Iran e si avvicina all’Arabia Saudita: come il nucleare cambia gli equilibri in medio oriente

L'Iran ha bruscamente rotto i rapporti con Hamas. Secondo quanto riportato da fonti dell'organizzazione palestinese stessa e dalla stampa israeliana, la Repubblica Islamica avrebbe deciso di sospendere ogni finanziamento all'oramai ex alleato. Il motivo sarebbe, secondo gli analisti, l'avvicinamento di Hamas all'Arabia Saudita, grande avversario dell'Iran per l'egemonia regionale e con cui Teheran sta conducendo oramai da qualche anno una guerra per interposte fazioni (“proxy war”) in tutti gli scenari di crisi in Medio Oriente, dove passa la frattura tra sunniti e sciiti: Siria, Iraq, Yemen e Bahrein.

Photo credits http://arabpress.eu/

I rapporti tra Iran e Hamas si erano già incrinati e poi interrotti tre anni fa, quando l'organizzazione palestinese – storicamente supportata dall'Iran e dal suo fedele alleato libanese sciita Hezbollah – si era rifiutata di appoggiare Bashar al Assad in Siria . Il dittatore siriano appartiene alla minoranza alawita, riconducibile allo sciismo, ed è una pedina strategica per Teheran. I ribelli che da quattro anni provano a rovesciarlo sono in larga parte sunniti e, prima che prevalessero le componenti jihadiste, erano in buona parte legati alla Fratellanza Musulmana, come la stessa Hamas. Nel 2012 l'organizzazione palestinese scelse di stare coi ribelli, subendo così la ritorsione economica dell'Iran, e avvicinandosi all'Egitto di Mohammed Morsi, anche lui membro della Fratellanza. Tuttavia il golpe militare di Al Sisi al Cairo nel 2013, e il fallimento del progetto politico – propiziato anche dalla Turchia – di portare al potere i Fratelli Musulmani nei Paesi travolti dalle Primavere Arabe, costrinsero Hamas a tornare sui propri passi, riagganciando progressivamente i rapporti con la Repubblica Islamica nel 2014.

Da allora la leadership di Hamas ha tenuto un atteggiamento ambiguo, mantenendo i rapporti con Teheran ma flirtando – più o meno apertamente – con i Saud. Il nuovo Re Salman sembra infatti meno pregiudizialmente ostile alla Fratellanza Musulmana rispetto al suo predecessore Abullah, e la prospettiva di sottrarre all'Iran una pedina simbolicamente importante come Hamas pare aver propiziato l'atteggiamento di realpolitik dei sauditi. I rapporti si sono fatti più stretti negli ultimi mesi – fino a far circolare voci su una possibile trattativa segreta tra l'organizzazione palestinese e Israele, propiziata proprio dai Saud – e, lo scorso 15 luglio, Kalhed Meshaal, capo del braccio politico di Hamas, è atterrato a Riad per una due giorni di incontri e a metà agosto dovrebbe tornarci. L'esito, secondo quanto riportato dalla stessa organizzazione palestinese, sarebbe stato incoraggiante circa l'avvicinamento con Riad. Due settimane dopo questo meeting, e dopo un'escalation di attacchi sui media iraniani, Teheran ha deciso di interrompere nuovamente i finanziamenti ad Hamas.

Secondo gli esperti non è certo che si tratti di una scelta definitiva, ma per l'Iran un “tradimento” di Hamas con la Fratellanza Musulmana – come quello avvenuto nel 2012 – è meno pericoloso di quello in corso con i loro avversari regionali Sauditi (che sono sunniti ma nemici dei Fratelli Musulmani, in quanto wahabiti). Se l'allontanamento fosse confermato, e anzi le distanze andassero aumentando, le conseguenze sullo scenario medio orientale sarebbero potenzialmente dirompenti: l'Iran potrebbe approfittare del momento di disgelo dei rapporti diplomatici seguito all'accordo sul nucleare per cercare, quasi sicuramente in segreto, un'intesa con Israele, mantenendo Hezbollah impegnato negli scenari siriano e iracheno, e trascurando la causa palestinese. E nel medio-lungo periodo il processo di pace tra palestinesi e israeliani potrebbe beneficiarne (anche se al momento i segnali sono di segno opposto) per varie ragioni.

Innanzitutto i due principali movimenti palestinesi, Fatah e Hamas, si troverebbero ad avere sostanzialmente gli stessi sponsor internazionali (le monarchie del Golfo), e non due parti in conflitto (Iran e Saud). L'Arabia Saudita, poi, negli ultimi anni – causa l'imminente accordo sul nucleare che, eliminando le sanzioni, sblocca miliardi di dollari per il comune nemico iraniano – ha forgiato un rapporto con Israele di tacita alleanza. Nelle future trattative questo potrebbe essere secondo gli esperti un elemento importante. Inoltre Riad è alleata del Cairo, che finanzia e arma generosamente. Re Salman potrebbe convincere il generale Al Sisi ad allentare la morsa sui valichi con Gaza, alleviando così le condizioni della popolazione e consentendo ad Hamas di incassare i dividendi in termini di consenso.

Militano contro queste prospettive di ripresa del dialogo di pace sia le sempre maggiori tensioni nei territori tra palestinesi e israeliani, sia la crescente distanza tra Hamas e Fatah. Il presidente palestinese Abbas (di Fatah) ha di recente operato un rimpasto di governo che danneggia il movimento islamista, compromettendo forse definitivamente le prospettive di riconciliazione nazionale nel breve termine. Tuttavia Abbas è in una posizione sempre più isolata, anche all'interno del suo movimento, e circolano voci di sue possibili clamorose dimissioni, a settembre, dal palco dell'assemblea generale dell'Onu. I nomi sul piatto per la successione sarebbero soprattutto quelli di Saeb Erekat (delfino di Abbas) e dell'ex primo ministro Salam Fayyad. Pare che le monarchie del Golfo, in questa prospettiva, per avere una maggior presa sul prossimo presidente stiano muovendo capitali e relazioni diplomatiche, scommettendo su più cavalli contemporaneamente.

@TommasoCanetta

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