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L’hijab, nuovo simbolo femminista negli Usa

Molte musulmane che vivono negli Stati Uniti si stanno mobilitando per lottare contro il sessismo e l'islamofobia propugnati da Donald Trump. Sono sempre di più quelle che iniziano o tornano a portare l’hijab come segno di libertà e di opposizione ai canoni di abbigliamento e a quelli estetici dominanti.

Una donna indossa la bandiera america come hijab durante la protesta contro l'immigration ban di Trump.  REUTERS/Stephanie Keith
Una donna indossa la bandiera america come hijab durante la protesta contro l'immigration ban di Trump. REUTERS/Stephanie Keith

Trasformare il velo in un simbolo della lotta contro l'islamofobia, ma anche contro il sessismo. Questa è la sfida che sta lanciando un nuovo movimento negli Stati Uniti in reazione alle affermazioni del presidente Donald Trump, che sembrano aver risvegliato il movimento femminista statunitense. In risposta alla discriminazione sessuale del Presidente neoeletto, le donne hanno manifestato in massa già il giorno dopo il suo insediamento, e l’impegno sta continuando.

L’8 marzo, il giorno della Festa della Donna, l’hijab debutta negli Stati Uniti come un simbolo della lotta femminista contro Trump. Il merito è in gran parte dello street artist Shepard Fairey, famoso in tutto il mondo. L’artista ha rilanciato una foto scattata undici anni fa dal fotografo Ridwan Adhami, americano di origine siriana. Fairey ha incluso l’immagine nel suo progetto “We The People”, un lavoro che punta il dito contro un tabù alimentato dai discorsi di Donald Trump, che si scagliava, e ancora si scaglia, contro la comunità musulmana negli Stati Uniti e le donne americane.

La foto ritrae una ragazza musulmana, Munira Ahmed, che indossa un hijab con i colori della bandiera americana vicino a “Ground Zero” in occasione del quinto anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001.

Ora quell’immagine è diventata il simbolo di tante musulmane d’America e del loro desiderio di far sentire la propria voce nella protesta contro il sessismo e l'islamofobia.

A Beirut incontriamo una di loro. Nour Hamedeye, quarantenne libanese da oltre venti anni vive e lavora negli Stati Uniti.

“Oggi a New York la scelta di indossare l'hijab è, a mio avviso, un forte atto femminista e di libertà. L’impegno contro le posizioni sociali che Donald Trump rappresenta passa attraverso il rifiuto di un codice di abbigliamento che obbliga le donne a mostrare i loro corpi e ad adeguarsi a feroci canoni estetici o a nascondere la propria fede. L’hijab contrasta sia il sessismo sia l'islamofobia.”

Come testimoniano centinaia di pagine su Facebook e migliaia di post su tutti i social media quella di Nour non sembra essere una presa di posizione stravagante e solitaria.

“Scegliere di non indossare l'hijab non è una garanzia di maggiore libertà per le donne musulmane. Qualunque cosa indossiamo siamo giudicate come donne. Se porto una gonna corta mi fischiano dietro o mi chiamano prostituta, se indosso l'hijab, mi chiamano terrorista.” Per Nour rinunciare all’hijab per proteggere la libertà delle donne è una sciocchezza. “Sono una musulmana credente, ma non ho mai ritenuto di dover ostentare la mia fede. Ora, però, negli Stati Uniti Il femminismo e la libertà religiosa hanno la precedenza rispetto al mio modo di vivere la fede.”

Non mancano certo le voci critiche e sono in tanti a sostenere che l'hijab non può essere un simbolo femminista quando in molti paesi arabi le donne sono costrette a indossarlo. Un sondaggio Gallup del 2015 condotto su più di 8.000 donne musulmane nel mondo, tra cui otto paesi a maggioranza islamica, sembra confutare questa visione. Secondo Dalia Mogahed, che ha partecipato alla ricerca, “Una buona parte delle donne intervistate indossa il velo per una scelta personale. Negli Usa, viste le pressioni per non portare l’hijab, indossarlo è diventato davvero un atto di liberazione per le donne. Perché nessuno denuncia l’oppressione dei costumi che spinge tanti uomini a girare per le strade con lunghe tuniche e con la testa coperta? Dire che il velo opprime le donne equivale ad affermare che la donna vale per il suo corpo e non per il suo intelletto.”

“Bisogna tenere presente che ogni gesto ogni azione va contestualizzato e come vedi a Beirut non porto il velo.” Dice ancora Nour, scuotendo i lunghi capelli neri. “A New York, in teoria, tutte le donne possono scegliere se indossare o meno il velo, ma se scelgo di non coprire i miei capelli perché l’hijab non piace alle aziende con cui collaboro questa non è più una scelta, è una costrizione.” La donna racconta che da quando ha deciso di portare il velo negli Stati Uniti ogni giorno e presa di mira da commenti più o meno pesanti e da sguardi che vanno dal sospetto all’odio. “Eppure si tratta di un Paese che, almeno formalmente, promuove la totale libertà di culto. Questo è il prezzo da pagare per cambiare la mentalità delle persone. Lottiamo per una libertà reale delle donne, a partire anche dall’abbigliamento.  Per questo il velo negli Stati Uniti oggi è un segno di libertà per le donne.”

@MauroPompili

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