La carovana migrante chiama in causa tutta la regione. Per capire cosa sta accadendo bisogna tornare in Honduras, dove il presidente golpista denuncia una manovra dell’opposizione. Ma in un Paese trasformato in una fabbrica di poveri – spiegano gli honduregni - l’esodo è l’unica scelta credibile

Un bambino honduregno, in viaggio con una carovana di migranti dell'Honduras che cercano di raggiungere gli Stati Uniti, si trova di fronte agli agenti di polizia dell'Honduras che bloccano la strada, ad Agua Caliente, Honduras, il 17 ottobre 2018.
Un bambino honduregno, in viaggio con una carovana di migranti dell'Honduras che cercano di raggiungere gli Stati Uniti, si trova di fronte agli agenti di polizia dell'Honduras che bloccano la strada, ad Agua Caliente, Honduras, il 17 ottobre 2018.

La Caravana migrante ha sorpreso i governi della regione, creando un’onda d’urto politica fino a Washington. Dove passa, mette in crisi norme, divieti, sistemi di accoglienza, autorità locali e governi centrali, diplomazie.


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Se gli honduregni in marcia continuano come hanno promesso, “il più possibile assieme e il più possibile a piedi”, arriveranno al confine con gli Stati Uniti non prima di un mese. Secondo le autorità sono attualmente in cammino 3600 persone ma secondo altre stime potrebbero essere più di 5 mila. In Messico, dove si trovano, il governo sta offrendo permessi temporanei di lavoro e di soggiorno - il cosiddetto Piano Estás en tu casa - ma finora solo qualche centinaio hanno accettato di fermarsi. Altri 1200, dicono sempre le istituzioni messicane, hanno chiesto asilo. Entrare negli Stati Uniti resta l’obiettivo e «il sogno americano dalle porte sbarrate», come lo definisce Alfredo Haces, decano del giornalismo hondureño, li tiene ancora più uniti.

«Di fronte alla carovana le risposte delle autorità continuano a essere inadeguate» riflette Sally Valladares, coordinatrice dell’Omih, l’Osservatorio sulle migrazioni, nato a Tegucigalpa nella prestigiosa università Flacso con il sostegno della cooperazione europea. «La marcia ha messo a nudo la desolazione economica e la debolezza democratica del nostro Paese e di tutta la regione». Per capire cosa stia succedendo, è in Honduras che bisogna ritornare, là dove la carovana è partita il 13 ottobre scorso.

A Tegucigalpa la questione che tiene banco è chi ha organizzato tutto questo. Il presidente Juan Orlando Hernández, detto Joh, supportato dai tweet della nomenclatura Usa - lo stesso Trump e poi Nikky Haley e Mike Pence - e dai media vicini al governo, ha puntato il dito sui partiti di opposizione che, secondo lui, avrebbero finanziato e messo in piedi la marcia per destabilizzare la regione e screditare il suo governo. La ministra degli Esteri ha fatto il nome di Bartolo Fuentes quale mandante e organizzatore, dando il là a una campagna martellante contro di lui.

Fuentes, avvocato e giornalista, già deputato di Libre, il partito dell’ex-presidente Manuel Zelaya - deposto nel 2009 da un colpo di Stato -, è molto noto nel Paese per il suo impegno per i diritti umani e per aver seguito altre carovane simili ma molto più piccole, come quella partita nell’aprile scorso. O come quella che ha messo in viaggio i familiari disperati dei migranti scomparsi lungo il percorso. Sotto il fuoco incrociato, Bartolo Fuentes teme per la sua vita, ora.

Di Libre, uno dei portavoce è Rodolfo Pastor. Minacciato pesantemente e più volte, da qualche mese ha preferito rifugiarsi negli Usa, il Paese di origine della moglie. Da là può osservare le sponde dei due mondi che i migranti vorrebbero attraversare: «Trump e Joh criminalizzano la marcia per ragioni di politica interna: il primo per galvanizzare la sua base, il secondo per coprire la sua crisi di legittimità». Sulle accuse a Libre e a Fuentes è drastico: «E’ una cosa assurda in sé e un insulto per tutte le persone che sono in marcia», ci dice Pastor. «Non è la prima volta che la gente si organizza ed esce dal Paese e, come tutti sanno, ormai si è costruita una infrastruttura basica di accoglienza e supporto, dalle organizzazioni per i diritti umani alle comunità religiose e agli attivisti della società civile».

«Uscire da soli significa essere vulnerabili», conferma Sally Valladares citando i tanti casi di aggressioni, omicidi, tratta sessuale. «Allora hanno imparato a uscire in gruppo, il più numeroso possibile». Eppure questa marcia ha qualcosa di speciale. Per le dimensioni, per il momento politico, per gli effetti che sta producendo. Alfredo Haces, ad esempio, è molto cauto: «Ogni giorno escono gruppi di donne e uomini che provano a raggiungere gli Stati Uniti. In questo caso che sia un esodo non c'è dubbio. E non mi sorprenderei che ci fossero dei politici di opposizione immischiati con questa carovana».

Tutti sembrano concordi nel definirlo un esodo. Questa folla che si è mossa, avverte Valladares, «si è trasformata in un gesto transnazionale, una lezione per tutti i Paesi, da quello di partenza, a quelli di transito a quelli di arrivo». Pastor rincara: «Non li dovremmo neanche chiamare migranti ma desplazados, persone costrette a lasciare il proprio Paese. Messi fuori dal gioco democratico, ai margini della società, senza alcuna prospettiva per sé e per i propri figli: come si dice da noi, stanno votando con i propri piedi». E aggiunge: «Non hanno un obiettivo politico, ma sono un corpo politico e non a caso ogni loro passo ha conseguenze politiche. Noi stessi siamo rimasti sorpresi dagli eventi e stiamo elaborando ciò che succede».

Eppure, se si seguono i media mainstream, quasi sempre molto vicini ai piani alti del potere, la marcia non fa alcuna sensazione. Racconti algidi, un occhio alle mosse di palazzo e uno sguardo quasi assente. «E' indubbio che la stampa internazionale abbia più libertà e una migliore visione del fenomeno», riflette Alfredo Haces. «Ed è vero che le più forti ripercussioni ricadranno sul governo e su quanto sarà capace di affrontare i problemi di educazione, disoccupazione, salute, sicurezza».

«Alla fine della loro marcia nulla sarà come prima», avverte la direttrice dell’Osservatorio. «Finora i governi centroamericani hanno messo in pratica politiche di gestione e di controllo dei flussi e mai si sono confrontate sulle corresponsabilità delle difficoltà economiche e di come cooperare per uscirne. In questo senso, il ruolo del nuovo presidente del Messico sarà cruciale».

Con gli Usa la partita è tutta aperta. Come sottolinea Ismael Zepeda, economista del Fosdeh, una Ong che si occupa di monitorare gli effetti delle politiche economiche in Honduras «Il paradosso è che negli Usa vivono già 1,2 milioni di honduregni. Le loro rimesse, assieme a quelle di tutti gli altri emigrati, valgono il 18% del Pil e fanno sopravvivere più di 100 mila famiglie». Come dire: si dà addosso a chi emigra e poi si vive con i loro soldi.

«La verità», continua Zepeda, «è che l’Honduras è una fabbrica di poveri. Oggi sono oltre 6 milioni sotto la soglia di povertà su una popolazione di 8,8 milioni. Quando vi è una sovrapproduzione di poveri, è inevitabile che vengano espulsi. E’ un intero sistema al collasso».

L’Honduras sembra uno stato bollito, insomma. Le entrate dello Stato sono assicurate dai poveri, gli unici che inviano rimesse se sono già all’estero o che pagano tasse e imposte come l’Iva, mentre un sistema regressivo di tassazione fa sì che chi più guadagna meno paghi.

Sally Valladares aggiunge: «Abbiamo cominciato a misurare la propensione alla migrazione degli studenti. Il dato è impressionante: tra i bambini delle elementari arriva al 33% e tra gli adolescenti al 60%. Il fatto è che quell’intenzione diventa davvero progetto migratorio. Non a caso il tasso di abbandono scolastico è enorme». Si può aggiungere che «la sfiducia verso le istituzioni è eclatante, arriva al 70% verso la giustizia e l’80% verso la polizia, mentre qualunque voce terza, persino accademica, è triturata nello scontro politico».

Se qualcosa è rimasto di credibile in Honduras, si chiama esodo. 

@fabiobozzato 

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