Hong Kong, una città-stato glocal

Vent’anni (dopo), “un Paese, due sistemi”. Le numerose controversie scaturite in questi anni dai rapporti tesi tra il governo centrale della Repubblica popolare cinese e Hong Kong agitano gli scenari sociali e politici nell’ex colonia britannica: il presidente Xi Jinping, nella sua prima visita ufficiale nella regione, ha partecipato alla cerimonia per il ventennale del passaggio di sovranità di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina, sancito in via ufficiale il 1 Luglio 1997.

Bandiere cinesi e di Hong Kong dopo le celebrazioni per commemorare il 20° anniversario del passaggio di Hong Kong alla sovranità cinese dal governo britannico. Hong Kong, 2 luglio 2017. REUTERS / Tyrone Siu
Bandiere cinesi e di Hong Kong dopo le celebrazioni per commemorare il 20° anniversario del passaggio di Hong Kong alla sovranità cinese dal governo britannico. Hong Kong, 2 luglio 2017. REUTERS / Tyrone Siu

Un’occasione di grande valore simbolico e di importante spessore politico. Nella stessa giornata, a margine dei festeggiamenti, si è tenuto il giuramento del nuovo governo della regione, guidato dalla chief executive Carrie Lam. Il discorso di Xi Jinping ha tracciato le linee guida del nuovo corso dell’amministrazione della regione meridionale, individuando negli obiettivi di crescita e sviluppo la chiave per un’integrazione politica del “sistema-Hong Kong” nella complessa macchina burocratico-amministrativa cinese. Stabilità ed equilibrio sono i punti fermi su cui Xi Jinping ha più insistito. Al di là delle dichiarazioni cerimoniali, cariche di fiducia e ottimismo – efficace antidoto alle proteste che hanno accompagnato l’intero arco della visita del presidente cinese -, il tono delle sue parole è fermo e deciso, teso a ribadire la linea dell’establishment cinese che non accetta alcuna defezione da parte dell’ex colonia britannica.

Sul piano governativo, i funzionari cinesi insistono su un modello d’integrazione funzionale che rispetti il principio “un Paese, due sistemi”, ma, al tempo stesso, miri al consolidamento delle basi per la cooperazione economica. La policy del governo di Pechino si inscrive in una precisa strategia tessuta da Xi Jinping e dagli alti vertici dell’amministrazione cinese: se <<Hong Kong è cresciuta, è diventata adulta>>, come ha tenuto a ribadire il presidente, notando, a proposito delle (supposte) ingerenze della Cina nella politica della regione, che questa <<non è mai stata così libera>>, allora è il momento propizio per avviare una nuova fase nelle relazioni con l’ex colonia britannica. La Joint declaration, l’accordo siglato tra Cina e Regno Unito nel 1984, ha formalizzato la cessione di Hong Kong alla Cina dopo 156 anni di dominio imperiale della Corona inglese, fissando come base dell’intesa il principio “un Paese, due sistemi” (esteso poi anche a Macao e Taiwan), valido fino al 2047, data in cui cadranno definitivamente i limiti imposti alla sovranità cinese. La lunga fase negoziale che ha preceduto la stesura del documento finale è stata marcata dalle difficoltà nel raggiungere una piena collaborazione tra le rappresentanze diplomatiche cinesi e britanniche, date le molte richieste avanzate da Pechino. Nel 1979, il leader comunista in pectore Dèng Xiǎopíng ha fatto pressioni sulla delegazione inglese affinché venisse sancito un principio formale che affermasse l’unicità della Cina come soggetto politico e la coesistenza di due sistemi economico-politici – oggi meno antitetici che in passato -, sottoposti ad un’unica sovranità territoriale.

Tale formula, “un Paese, due sistemi”, chiara sul piano letterale, vacilla in modo sostanziale con il nuovo corso inaugurato dalla presidenza di Xi Jinping: è vero che Hong Kong è una regione amministrativa a statuto speciale, con un autonomo e parallelo apparato burocratico, un più ampio riconoscimento delle libertà e dei diritti civili, ma queste sue peculiarità, legittime e riconosciute, non devono sottolineare alcuna “eccezionalità” rispetto alla Cina. Efficiente modello di democrazia integrato all’interno di un sistema economico capitalistico, Hong Kong, con il suo dinamismo economico e la sua spiccata apertura ad Occidente, rappresenta, per l’amministrazione centrale di Pechino, il nuovo baluardo del progresso della Cina, il cuore pulsante per la definitiva consacrazione sulla scena mondiale della superpotenza asiatica. Xi Jinping vuole costruire nella regione un polo “magnetico” per gli investimenti stranieri e farne, nell’immediato futuro, il principale mercato valutario del continente. Un hub commerciale e finanziario di primo livello dunque che funga da centro sperimentale per lo sviluppo delle nuove tecnologie. <<Non preoccupatevi, i cavalli continueranno a correre ad Hong Kong, il mercato azionario resterà pulsante e i ballerini continueranno a danzare nella notte>>, assicurava nel 1997, poco tempo prima del trasferimento di sovranità nelle mani cinesi, Dèng Xiǎopíng agli abitanti di Hong Kong.

Dopo vent’anni è in atto un cambiamento di prospettiva: la Cina ha adottato una direzione politica più pragmatica ed insegue il “mito del primato” in molti campi. Per questo non vuole ostacoli sul suo cammino. Il difficile equilibrio politico nella regione, focolaio di proteste e di movimenti anti-cinesi, deve essere al più presto assicurato. «Qualsiasi tentativo di mettere in pericolo la sovranità e la sicurezza della Cina, sfidare il potere del governo centrale e l'autorità della Legge Basica di Hong Kong (la Costituzione) è un atto che attraversa una linea rossa ed è assolutamente inammissibile», ha affermato in modo categorico Xi Jinping, investendo del compito la nuova amministrazione di Carrie Lam. Parole chiare quelle del presidente cinese che la nuova chief executive, prima donna a capo del governo di Hong Kong, dovrà interpretare e coniugare alla luce delle frizioni interne: il presidente cinese è stato accolto da manifestazioni di protesta che raccolgono largo consenso e partecipazione tra i giovani e il ceto medio, coagulando malumori e avversione nei confronti dell’establishment di Pechino accusato da anni di interferire nel sistema politico della regione. Già tre anni fa Lam, nel ruolo di giudice, ha dovuto far fronte alle pressanti richieste degli studenti, scesi in piazza per rivendicare il suffragio universale. Le istanze di maggiore apertura democratica e dialogo non hanno trovato seguito: da un lato, Pechino non intende concedere ulteriore indipendenza e invoca maggiore stabilità e risolutezza decisionale da parte del governo di Hong Kong; dall’altra l’amministrazione locale si trova ad affrontare una situazione convulsa, in perenne evoluzione.

Nell’autunno del 2014, il centro di Hong Kong è stato occupato per 79 giorni: decine di migliaia di manifestanti sono scesi nelle strade della metropoli per lanciare un duro appello contro la Cina, accusata di voler imporre il proprio sistema autoritario incurante della tradizione dei diritti e delle libertà civili di cui godono gli abitanti di Hong Kong da decenni. In particolare, i (giovani) dimostranti della cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli” hanno denunciato la natura anti-democratica della legge elettorale imposta dal governo di Pechino: un sistema di voto basato su un comitato elettorale formato da 1.200 rappresentanti, di orientamento filo-cinese, che eleggono i membri del governo della regione. La loro richiesta, emersa con forza anche in questi giorni, riguarda il riconoscimento del suffragio universale e dell’elezione diretta dei componenti dell’assemblea. <<Viviamo già in “un Paese, un sistema e mezzo”>>, ha dichiarato Joshua Wong, uno dei leader delle recenti proteste, <<non vogliamo uno Stato di polizia>>. Lo studente ventenne, insieme a molti altri giovani manifestanti, è stato arrestato due volte nel corso dei tre giorni di visita ufficiale di Xi Jinping: segnale inequivocabile di una tensione percepibile nella regione. La linea rossa tracciata dal presidente cinese, principio guida basato sulla fermezza, si scontra con disordini sociali che rischiano di far tracimare una malcelata insofferenza in un’aperta intolleranza, in grado di complicare le già difficili dinamiche politiche. Progresso e diritti riusciranno ad imporsi nella contesa, aprendo una fase costruttiva nella cooperazione tra Cina e Hong Kong?

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