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I bombardamenti della Russia in Siria e la cold war con gli Stati Uniti

Sono cominciati i bombardamenti della Russia in Siria e, come era prevedibile, non è stato unicamente lo Stato Islamico ad esserne colpito, anzi.

U.S. President Barack Obama extends his hand to Russian President Vladimir Putin during their meeting at the United Nations General Assembly in New York September 28, 2015. REUTERS/Kevin Lamarque

Secondo quanto riferito da fonti occidentali e della ribellione siriana, sarebbero stati oggetto degli attacchi russi anche – se non soprattutto – numerose postazioni in mano all'Esercito della Conquista (Jaish al Fatah), la coalizione di fazioni ribelli (tra cui il Fronte al Nousra, legato ad Al Qaeda) nata grazie all'accordo tra Sauditi, Turchia e Qatar – gli sponsor internazionali dei vari gruppi di insorti - che negli ultimi mesi aveva inflitto cocenti sconfitte al regime (ad esempio conquistando la città strategica di Idlib). Non solo. Un ufficiale americano citato dal Wall Street Journal accusa la Russia di aver colpito un'area controllata principalmente da ribelli supportati dalla Cia e da altre intelligence occidentali. E, stando a fonti libanesi, sarebbe in preparazione una massiccia offensiva di terra contro Aleppo (città in buona parte controllata dai ribelli di Al Nousra), condotta da truppe siriane, iraniane e Hezbollah, con la copertura dell'aviazione russa. Come era ovvio strategicamente, ma nascosto dalla pesante cortina della propaganda, Putin sta concentrando lo sforzo bellico sulle forze che maggiormente minacciano la stabilità del regime di Assad. Colpisce anche lo Stato Islamico, del resto già bersagliato dalla coalizione a guida americana e dai curdi nel nord del Paese, ma la sconfitta del Califfato non è la priorità per Mosca.

Il Cremlino, infatti, grazie all'esistenza dello Stato Islamico ha avuto il pretesto per intervenire pesantemente in sostegno del suo alleato, il governo di Assad (la Siria fin dai tempi dell'Urss ospita l'unica base del Mediterraneo della marina russa), una mossa che sarebbe stata più difficile – se non quasi impossibile - quando la ribellione ancora non era stata infiltrata, e quindi dominata, da gruppi jihadisti. Sfruttando l'occasione Putin ha ampliato la propria presenza militare in Siria, garantendosi una posizione di forza nelle trattative sul futuro del Paese, e così è anche uscito – complice l'immobilismo degli Stati Uniti nello scenario mediorientale - dall'angolo in cui era stato confinato dalla comunità internazionale dopo la crisi in Ucraina. Abbattere il Califfato in Siria senza aver prima sterilizzato il resto della ribellione rischierebbe di essere controproducente per Mosca: senza un nemico peggiore di lui da combattere, Assad tornerebbe ad essere solo un dittatore spietato che l'Occidente ha interesse ad eliminare il prima possibile. È interesse del Cremlino invece che la scelta si riduca ad Assad o Isis. Inoltre alla Russia potrebbe non dispiacere che la Siria, grazie all'esistenza del Califfato, faccia da calamita per il jihadismo caucasico, drenando uomini e risorse da zone più vicine e pericolose per Mosca.

Dell'intervento russo, ovviamente, beneficia anche l'Iran. Non solo il contributo di Mosca stabilizza Assad in Siria, uno degli alleati storici e più importanti di Teheran, ma consolida la presa iraniana anche sull'Iraq, Paese a sua volta in parte occupato dall'autoproclamato Stato Islamico. Da poco è nato a Baghdad un centro di coordinamento, ufficialmente per la guerra all'Isis, tra Russia, Iran, Iraq e Siria. L'asse sciita (Iran, Siria, Hezbollah libanese) guidato da Teheran – non più “asse del male” come ai tempi di George W. Bush – è diventato geostrategicamente forte con la conquista de facto dell'Iraq (fino a Saddam Hussein dominato dalla minoranza sunnita, ora “democraticamente” finito nell'orbita sciita), con il sostegno diplomatico che è arrivato da più parti grazie alla guerra contro l'Isis (gruppo sunnita, usato in principio anche dalle potenze regionali sunnite – Sauditi in primis – proprio come corpo contundente contro gli interessi iraniani) e, soprattutto, grazie alla prospettiva di emersione dell'Iran come potenza regionale in forza dell'accordo sul nucleare trovato con Washington. Lo sblocco delle sanzioni darà a Teheran - e ai suoi alleati sciiti - enormi spazi di manovra, politica ed economica. La eccezionale vicinanza di oggi in Siria verrà probabilmente sfruttata anche un domani dal Cremlino. 

L'altro lato della medaglia è rappresentato dall'Arabia Saudita. L'intervento diretto della Russia potrebbe consigliare a Riad di desistere dai propri sforzi in Siria. L'urto della macchina bellica russa contro le milizie finanziate e armate dai Saud (insieme a Turchia e Qatar) ha il potenziale per alterare il calcolo di costi/benefici del coinvolgimento saudita nella guerra civile. Proseguire uno scontro che non si può vincere, e in cui lo Stato Islamico continua a prosperare, rischia di essere più dannoso per gli interessi sauditi che non ammettere (a se stessi, non certo pubblicamente) la sconfitta e rinunciare a sottrarre – almeno per il momento - la pedina siriana dalle mani dell'Iran. L'Isis è stato negli ultimi anni una sciagura per Riad, avendo avuto l'effetto di frammentare il fronte sunnita e alienargli le simpatie occidentali, per reazione andate silenziosamente verso l'Iran e l'asse sciita. L'Arabia Saudita avrebbe il massimo interesse, nel lungo periodo, a veder scomparire l'Isis e le altre fazioni jihadiste, e tuttavia è sempre attratta fatalmente dal vantaggio di breve periodo di usare tali gruppi contro l'Iran e gli sciiti. Anche perché accettare la sconfitta dell'Isis equivarrebbe per Riad ad accettare di perdere le battaglie in corso con Teheran in Siria e in Iraq, sperando di trovarsi un domani in una miglior posizione per vincere la guerra (sempre indiretta ovviamente) con l'avversario regionale.

Su tutti questi movimenti aleggia poi l'ambiguo atteggiamento dell'America. Dopo aver a lungo tentennato sulla questione siriana, sembra che – al di là delle dichiarazioni pubbliche – la Casa Bianca si stia rassegnando a lasciare Damasco nelle mani dell'Iran e della Russia, con buona pace dell'alleato saudita. In cambio chiederebbe giusto il risultato minimo, per salvare le apparenze e la faccia, di sostituire Assad con un altro uomo, espressione però degli stessi interessi locali e regionali. Non è infatti un mistero che non esista un interlocutore, all'interno della ribellione, al contempo sufficientemente forte e sufficientemente affidabile da poter candidare alla successione del dittatore siriano (ad esempio, i ribelli “moderati” armati e addestrati con grave dispendio economico dagli Usa sono stati rapidamente annientati dal resto della ribellione islamista siriana). La transizione di cui si sta cominciando a ragionare, vista la situazione sul campo, sembra un modo per rendere “onorevole” la sconfitta dei nemici di Assad, Iran e Russia, ma non un serio preludio a significative rivoluzioni nel Paese mediorientale. Washington lo sa perfettamente e - complice forse anche la volontà di diminuire il proprio coinvolgimento nell'area del Mediterraneo e del Golfo, in favore di quella del Pacifico – non sembra al momento interessata a fare molto per impedirlo.

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