Sabato 22 luglio si è commemorata la nona Giornata mondiale contro la mega-estrazione mineraria (megaminería, in spagnolo), una ricorrenza che in Italia è poco conosciuta e ancora meno sentita ma che in altre parti del mondo, specialmente nel subcontinente latinoamericano, rappresenta invece «un punto di incontro per i movimenti sociali e per i gruppi che difendono il territorio» da un modello economico avvertito come estremamente rapace e lesivo dei diritti umani fondamentali, come ha scritto in passato il ricercatore messicano Juan Carlos Ruiz Guadalajara sul quotidiano La Jornada. Proprio questa Giornata mondiale può allora fungere da buona occasione per riflettere sullo sfruttamento minerario in Messico e sui suoi costi sociali ed economici.

Un minatore durante una breve pausa. REUTERS/Daniel Becerril
Un minatore durante una breve pausa. REUTERS/Daniel Becerril

Stando a recenti stime elaborate dallo United States Geological Survey, il Messico è il primo produttore mondiale di argento, il secondo di fluorite, il quinto di piombo, l’ottavo di oro e il decimo di rame. Il settore estrattivo contribuisce per lo 0,9% alla formazione del PIL della nazione, e negli ultimi quattro anni ha registrato una perdita media del 3,18%, aggravatasi di anno in anno: -0,5% nel 2013, -1,3% nel 2014, -4,4% nel 2015 e -6,4% nel 2016. Una percentuale che oscilla dal 20% al 30% circa del territorio messicano è stato ceduto in concessione a società minerarie private, in larga parte di capitale estero: delle 267 compagnie straniere registrate che nel 2015 operavano in Messico, 173 (quasi il 65%) erano canadesi, 44 statunitensi e 13 cinesi. Nei fatti, il mercato minerario messicano è simile ad un oligopolio dominato da sette grandi companies con base in Canada – la Goldcorpe la New Gold sono forse le più famose – che nel 2015 detenevano assieme il 74% delle concessioni. Ogni ettaro preso in concessione costa alle imprese dai cinque ai centoundici pesos ogni sei mesi (l’equivalente di venti centesimi o di cinque euro), e meno dell’1% dei loro utili rimane in Messico.


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Tralasciando in questa sede le ben note ripercussioni dell’estrazione mineraria sull’ambiente e sulla salute pubblica, quello che è importante sottolineare è che in Messico non esiste relazione diretta, come magari si potrebbe pensare, tra ricchezza dei giacimenti e ricchezza della popolazione. Secondo un articolato studio del 2015 (non ce ne sono, per il momento, di più recenti e altrettanto completi), nel 2014 più del 50% degli abitanti dello stato di Zacatecas – primo centro estrattivo della nazione – si trovava al di sotto della soglia di povertà. Quello di Guerrero, seppur ricco di oro, è il terzo stato più povero del Messico, con il 65% di non abbienti. Nel Michoacán e nel San Luis Potosí i poveri costituiscono rispettivamente quasi il 60% e il 50% della popolazione, nonostante la considerevole produzione di ferro e carbone nel primo caso e di fluorite e rame nel secondo.

Oltre a questo, lo sfruttamento minerario intensivo rappresenta una minaccia per l’accesso all’acqua e per la sussistenza dei ceti sociali più umili, specialmente nella regione settentrionale. È in questa porzione del territorio messicano che si concentrano infatti i più importanti giacimenti metalliferi e il grosso delle attività economiche primarie e secondarie.La concentrazione di tutti questi fattori sta portando i bacini idrografici del nord vicini all’esaurimento (oltre ad esporli al rischio di contaminazione), eppure soltanto nel 2014 all’industria mineraria sono stati destinati 437 milioni di metri cubi d’acqua, una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico minimo di oltre tre milioni di persone. L’acqua è centrale per l’agricoltura, che a volte costituisce l’unico mezzo di sostentamento per buona parte della popolazione: nel 2009 la Banca mondiale scriveva che la povertà rurale interessava sette coltivatori messicani su dieci, e che se pure era più diffusa negli stati meridionali, quasi il 30% dei contadini poveri abitava nelle aride regioni del nord e del centro. La scarsità d’acqua non mette poi a rischio soltanto i campesinos ma anche le piccole e medie imprese agricole, che non riescono a sostenere l’aumento dei costi per l’approvvigionamento idrico e si ritrovano costrette a ridurre la produzione, quando non ad interromperla del tutto.

La legge mineraria del 1992, elaborata dall’allora presidente Carlos Salinas de Gortari e vigente ancora oggi, privatizzò e deregolamentò il settore estrattivo, specificando che lo sfruttamento del sottosuolo costituiva un’operazione di «pubblica utilità» che doveva essere preferita a qualsiasi altro utilizzo del terreno: il significato concreto di questa norma si coglie immediatamente se la si pone in relazione con l’articolo 27 della costituzione messicana, che stabilisce che un esproprio può essere attuato esclusivamente proprio per motivi di utilità pubblica. Le nuove disposizioni non hanno risparmiato neanche le comunità indigene, in teoria tutelate da un corpus apposito di leggi, che a causa della loro vulnerabilità economica e della loro marginalità sociale non possiedono i mezzi necessari per resistere all’allontanamento forzato dalle loro terre, alle quali si sentono particolarmente legati da vincoli affettivi e culturali.

La resistenza autoctona e civile alla megaminería – quella estensiva e a cielo aperto, che fa largo uso del cianuro per separare i metalli dal materiale roccioso – deve fare i conti, in Messico, con una criminalizzazione costante, finalizzata a screditarne le ragioni di fronte all’opinione pubblica, oltre che ad una più o meno violenta repressione. Dal 2010 al 2015 le aggressioni – che spaziano dalle minacce verbali alle detenzioni arbitrarie, dagli abusi di potere delle forze dell’ordine alla diffamazione, dalle lesioni fisiche all’omicidio – verso i difensori dell’ambiente sono aumentate del 990%, mentre tra il 2002 e il 2014 si sono registrati quarantacinque omicidi di attivisti ambientali, come denunciato da Global Witness. Lo scorso gennaio in Messico è stato assassinato a colpi di pistola l’attivista Isidro Baldenegro, che nel 2005 aveva ricevuto il Premio Goldman per l’ambiente, il riconoscimento più grande conferito agli ecologisti.

Così concepito, il modello estrattivista realizzato e promosso in Messico non è un modello economicamente sostenibile nel lungo periodo. Considerata l’abbondanza di giacimenti, la partecipazione del settore minerario al PIL è tutto sommato scarsa, e la ridistribuzione della ricchezza tra la popolazione è pressoché nulla. L’assegnazione delle concessioni e l’inizio delle attività minerarie avvengono spesso in maniera opaca, con scarso o nullo coinvolgimento dei cittadini, che spesso raccontano di aver subìto pressioni o minacce da parte delle compagnie con lo scopo di velocizzare gli espropri, e lamentano restrizioni al diritto all’acqua, alla terra e ad un ambiente sano. Lungi dal creare benefici concreti e duraturi, specialmente se li si rapporta ai danni, per moltissimi messicani la megaminería ha significato soltanto un aumento della conflittualità sociale e un peggioramento generale delle condizioni di vita.

@marcodellaguzzo

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