I cristiani lasciano le terre delle loro origini

In Iraq e in Siria le minoranze si difendono dall’integralismo, ma molti fuggono. Il ricco e complesso mosaico culturale del Medio Oriente sta andando in frantumi.

Beirut, Lebanon - A cross of ash is seen marked on the forehead of a Christian Maronite after attending a traditional Ash Monday service in Beirut March 7, 2011. REUTERS/ Cynthia Karam

BEIRUT. Alle porte della capitale libanese una piccola località, Jdeideh, da sempre è chiamata “il villaggio degli assiri”. Secoli fa qui si stabilì una piccola comunità cristiana che arrivava dall’Iraq. Oggi le case e le scuole di questo villaggio si sono aperte per ospitare una parte delle migliaia di profughi assiri in fuga dalla barbarie degli uomini dell’ISIS. “In pochi mesi – dice Sargan Safar, preside della scuola – i nostri studenti sono passati da 210 a 460. Accogliamo tutti i nostri fratelli in fuga dalla violenza degli islamisti e soffriamo per tutti i caduti.”

Lungo le stradine di Jdeideh sono tanti i rifugiati, si riconoscono dal volto segnato dalla paura e dalla stanchezza. “Hanno bussato di notte alla nostra porta, erano gli uomini dello Stato Islamico che ci hanno detto di lasciare Mosul oppure saremo sati uccisi. Poi hanno dipinto una grande ‘N’ sulla nostra casa, così tutti avrebbero saputo che li abitavano dei cristiani.” George Aboudan è arrivato da poche settimane con la sua famiglia a Beirut. Come altri cristiani della città prima ha cercato rifugio nel Monastero di San Matteo, quando ISIS ha attaccato la chiesa sono partiti per il lungo e pericoloso viaggio verso il Libano.

Nel Medio Oriente in fiamme i cristiani, e le altre minoranze sotto tiro, oltre a scappare cercano di organizzarsi. Si assiste, così, alla nascita di alleanze impensabili solo qualche mese fa. Nel nord del Libano, al confine con la Siria dove si sono stabiliti i sunniti del Fronte al-Nusra, nei villaggi cristiani le milizie spontanee dei maroniti si muovono con gli sciiti di Hezbollah che combattono sulla frontiera.

In Siria dall’inizio del conflitto il governo di Assad ha distribuito armi leggere ai civili cristiani organizzati in squadre di autodifesa delle proprie comunità. Alcune di queste formazioni hanno partecipato alla liberazione dei villaggi-santuario di Maalula e Saydnaya, nel Qalamun verso il confine libanese. A nord-est, nella provincia di Jazira, è stata creata la “Brigata Sootoro”. Una formazione paramilitare di cristiani siri e assiri. Secondo alcuni media la Brigata avrebbe anche istituito a Qamishli una propria scuola militare, la “General Agha Petros Academy”.

In Iraq tra le formazioni cristiane in campo spicca la “Brigata Dwekh Nawsha”. Qualche centinaio di uomini, soprattutto assiri, impegnati nella difesa dei villaggi cristiani nella regione di Ninive.

Molto spesso in questi gruppi militari spontanei l’appartenenza religiosa sembra limitarsi, o addirittura trasformarsi, nell’identificazione etnica. Significativo il caso dei vessilli della “Brigata Dwekh Nawsha”, dove insieme a simboli cristiani appaiono immagini come il Lamassu, antica divinità mesopotamica con corpo di toro alato e testa di uomo. Una tragica conferma di questo arriva dalle cronache di alcuni comportamenti delle milizie, molte sono le testimonianze di torture e di pulizia etnica al contrario. È di questi giorni la notizia di un miliziano dell’ISIS decapitato dalla brigata assira.

Le milizie su base religiosa ed etnica non sono un’esclusiva dei cristiani. Le prime a scendere in campo per tentare di arrestare l’avanzata del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi sono state le “Unità di protezione del popolo curdo” e i peshmerga. Ci sono poi gli sciiti di Hezbollah e le milizie di Muqtada al-Sadrn in Iraq.

Si deve tenere presente che in questo conflitto la maggior parte delle vittime dell’ISIS è musulmana. Islamici che si oppongono, o semplicemente non condividono, il fanatismo e l’interpretazione della religione, della storia e delle tradizioni dell’islam wahabita che ispira gli uomini del Califfato.

Quando, però, si combatte accanitamente contro le minoranze la minaccia diventa davvero esistenziale. In pochi mesi tra Siria e Iraq decine di migliaia di cristiani, yazidi, shabbak (una piccola setta sciita) e turcomanni sono stati uccisi o costretti a fuggire. La violenza determinata di ISIS e degli altri gruppi integralisti in quei territori evoca, per la prima volta in maniera concreta, lo spettro della fine del cristianesimo nella regione.

Solo una generazione fa i cristiani in Iraq erano circa 1,5 milioni, oggi si stima che non siano più di 100.000, anche in Siria la maggioranza dei cristiani è stata costretta ad abbandonare le loro terre. In Libano alla fine della seconda guerra mondiale i cristiani erano circa il 45% della popolazione, oggi si stima che non superino il 25%.

Perseguitano le minoranze, distruggono i musei e bruciano le biblioteche In Iraq e Siria. Il cosiddetto Stato islamico distrugge il passato e uccide il presente per negare il futuro e fare la guerra alla storia. Nel giro di pochi mesi abbiamo assistito alla distruzione di un patrimonio culturale di tutta l’umanità, mentre le orde dell’ISIS catturavano centinaia di ostaggi cristiani e delle altre minoranze.

“Per ISIS cancellare l’eredità culturale dei cristiani Assiri significa cancellare gli stessi assiri, la cui unica colpa è essere i discendenti cristiani di una cultura antica, depositaria delle grandi civiltà mesopotamiche.” A parlare è p. Dikran Kastejian, sacerdote cattolico armeno, studioso di storia del cristianesimo in Medio Oriente. “Molti conquistatori hanno attraversato la Mezzaluna fertile negli ultimi tre millenni, lasciando sangue e lacrime alle loro spalle, ma nessuno aveva perseguito una guerra totale contro tutto ciò che li aveva preceduti. ISIS non sta solo conducendo la guerra alla storia pre-islamica della Mezzaluna Fertile, sta realizzando la pulizia etnica dei popoli antichi e delle minoranze religiose che hanno preceduto l’avvento degli arabi e dell'Islam, ISIS combatte contro il patrimonio dell’umanità e il mondo moderno, dal momento che tutti noi siamo gli eredi dello splendore della Mesopotamia.”

La situazione delle comunità cristiane in Medio Oriente è un terribile avvertimento, a meno d’interventi decisi il destino di questi gruppi, indigeni e antichi, sarà un destino di emiigrazione ed esodo. Una sorte simile a quella toccata alle comunità greche, italiane e armene, che avevano fatto dell’Egitto e del Levante la loro casa. Avevano costruito quel ricco mosaico umano cosmopolita, che aveva trasformato Alessandria, Beirut, Damasco e Baghdad in centri della cultura e dell’economia, in città famose per la diversità e il pluralismo religioso ed etnico. Un mondo che ha iniziato a scomparire alla fine della seconda guerra mondiale, quando con la nascita degli stati nazionali e poi con la prima guerra arabo-israeliana (1948) si sviluppò il nazionalismo xenofobo.

A cavallo del ventesimo secolo i cristiani rappresentavano il 20-25% della popolazione del Medio Oriente, oggi sono appena il 2%. Il loro numero è diminuito costantemente a causa dei bassi tassi di natalità e dell’emigrazione per motivi economici; ma molti sono stati costretti a lasciare a causa della violenza, delle guerre e delle discriminazioni.

Si sta realizzando uno sconvolgimento sociale, culturale e politico che affonda le sue radici nell’occupazione americana dell'Iraq nel 2003. Un’azione che permise al radicalismo islamico di motivare la guerra santa contro l’occidente e i cristiani. Si iniziò uccidendo vescovi e sacerdoti, e con la distruzione di 40 delle 65 chiese di Baghdad.

Stiamo assistendo a una vera e propria pulizia religiosa, un tipo di genocidio culturale, che rappresenta un crimine contro l’umanità. Questa è la descrizione più adeguata per quanto sta accadendo in Iraq, Siria, Nigeria, Egitto, Sudan, Somalia e Pakistan.

L’obiettivo integralista dell’islamizzazione totale è quasi raggiunto in Iraq, che solo dieci anni fa era la patria di una delle quattro comunità cristiane più numerose nel mondo arabo.

“Mio fratello da anni vive in Germania – dice ancora George – spero di ottenere il visto e trasferirmi là con la mia famiglia. Non solo noi, ma tutti i cristiani del Medio Oriente non abbiamo più speranze qui.”

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