I Lumad, vittime delle multinazionali e dei gruppi paramilitari

Non c’è pace per i Lumad, le popolazioni indigene delle Filippine che vivono nelle isole meridionali dell’arcipelago del Paese. Da anni vittime di due nemici: le multinazionali del settore agroalimentare e minerario e i gruppi paramilitari controllati dall’esercito regolare.

Lumad. Araw ng Davao. Indigenous people in Mindanao, Philippines. Photo credits Jeffrey Pioquinto, SJ www.jeffpsj.blogspot.com

I Lumad comprendono 18 tribù aborigene differenti, che costituiscono circa il venti per cento della popolazione totale del Paese. Vivono prevalentemente nel sud delle Filippine, la maggior parte nell’isola di Mindanao, la loro terra ancestrale. Dal 2010 ad oggi, decine di indigeni sono stati uccisi e l’occupazione dei loro territori ha costretto almeno tre mila Lumad ad abbandonare la propria terra. Una terra che amano e con cui sono legati da migliaia di anni.

In queste zone le controversie per le risorse da sfruttare sono - almeno in parte - la radice delle violenze. «I Lumad vivono in zone che fanno gola a chi ha piantagioni, vuole sviluppare le miniere e vuole entrare in queste terre per appropriarsene», ha spiegato Padre Giovanni Re, superiore regionale del Pime nel Paese asiatico. «Queste terre sono sotto l’ancestral domain, una legge particolare che obbliga chi vuole entrare nei territori a chiedere il permesso al capo tribù».

La legge introdotta nel 1997, però, spesso viene raggirata grazie alla corruzione di burocrati locali e i leader aborigeni vengono uccisi. «Negli ultimi anni – ha aggiunto il superiore regionale del Pime - diversi capi sono stati uccisi o sono dovuti fuggire perché si opponevano allo sfruttamento delle loro terre. Non si è mai scoperto chi li abbia uccisi, ma è difficile pensare che dietro a queste uccisioni non ci siano le grandi compagnie agricole e minerarie».

Anche i Missionari rurali delle Filippine (RMP) sostengono che i Lumad sono sotto attacco perché difendono le loro terre ancestrali. «I popoli tribali – hanno spiegato i missionari - sono vittime dell’accaparramento delle loro terre perpetrato dalle industrie minerarie e delle multinazionali dell’industria agroalimentare, appoggiati dalle autorità e dai gruppi paramilitari al servizio dell’esercito».

In questi territori sono in atto pesanti scontri armati tra gruppi paramilitari - addestrati dal governo - e ribelli, in particolare quelli del New People’s Army (Npa) – braccio armato del gruppo politico comunista National Democratic Front (Ndf). La sensazione è che questa circostanza - molte volte - copre gli omicidi degli aborigeni. La Chiesa filippina, per questo, ha più volte condannato le gravi violazioni dei diritti umani dei Lumad, chiedendo di disarmare i gruppi paramilitari.

Secondo quanto riferisce l’Asia Indigenous Peoples Pact (AIPP) le violenze sono aumentate nell’ultimo periodo. «Almeno 13 Lumad che si battono per i loro diritti sono stati uccisi in cinque episodi di uccisioni extragiudiziali».

Nell’agosto del 2015 i soldati governativi sono stati accusati di aver ucciso cinque membri di una famiglia di aborigeni - tra cui due bambini - nella provincia di Bukidnon. Pochi giorni dopo è stato ucciso il direttore di una scuola tribale a Surigao, nella provincia di Sur. Secondo Carlos Conde, ricercatore di Human Rights Watch (HRW) per le Filippine, «in queste zone è in atto una guerra civile».

Nei giorni scorsi, circa 700 Lumad, hanno dato vita al Manilakbayan 2015, una lunga marcia partita dall’isola di Mindanao che è arrivata fino a Manila. Chiedono al governo di difendere i loro diritti e la terra dei loro antenati. Una richiesta che dovrebbe spettargli di diritto, ma che, purtroppo, sarà di difficile attuazione in questo mondo affamato di business.

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