I nuovi narcos colombiani

L’uccisione di tre giornalisti ecuadoriani accende i riflettori sulle violente trasformazioni in corso nel mondo del narcotraffico colombiano. La (parziale) smobilitazione delle Farc e la pace impossibile con il Clan del Golfo fa emergere una nuova generazione di criminali freelance

Una veglia per i due giornalisti ecuadoriani e il loro autista rapiti il mese scorso da ribelli colombiani e uccisi a Quito, in Ecuador, il 13 aprile 2018. Il cartello recita: "Non uccidi la verità uccidendo giornalisti". REUTERS / Daniel Tapia
Una veglia per i due giornalisti ecuadoriani e il loro autista rapiti il mese scorso da ribelli colombiani e uccisi a Quito, in Ecuador, il 13 aprile 2018. Il cartello recita: "Non uccidi la verità uccidendo giornalisti". REUTERS / Daniel Tapia

Venerdì scorso i presidenti di Ecuador e Colombia hanno informato della morte di tre giornalisti ecuadoriani precedentemente rapiti da una cellula di dissidenti delle Farc, che non aveva accettato l’accordo di pace stretto nel 2016 tra la ex-formazione guerrigliera e il governo colombiano di Juan Manuel Santos. I tre reporter assassinati stavano indagando sulla violenza legata alla droga lungo la frontiera settentrionale dell’Ecuador: la provincia di Esmeraldas, confinante con la Colombia e affacciata sull’Oceano Pacifico, è infatti una delle arterie principali del narcotraffico sudamericano ed è stata storicamente controllata dalle Farc.

L’accordo del 2016 non basterà a pacificare completamente la Colombia. La smobilitazione delle Farc – diventate un partito politico dallo stesso acronimo – non è stata totale; molti combattenti hanno rigettato i negoziati, formando o riorganizzando delle fazioni e scegliendo di dedicarsi ad attività illegali invece di intraprendere la strada della normalizzazione. Questo ha avuto un effetto moltiplicatore sulla violenza, specialmente a livello locale: da un lato, le cellule scissioniste puntano a mantenere la presa sulle rotte e sulle economie criminali un tempo gestite dalle Farc; dall’altro, l’uscita delle Farc dal narcotraffico sta spingendo le organizzazioni rivali a tentare l’espansione e la conquista dei loro territori tradizionali.

Scontri a nord-est

A Catatumbo, regione nel nord-est della Colombia, è ad esempio in corso un massiccio conflitto tra due formazioni guerrigliere – l’Esercito di liberazione nazionale (Eln) e l’Esercito popolare di liberazione (Epl) – che si ritiene causato proprio dalla ritirata delle Farc. Catatumbo è stata una importante roccaforte strategica e logistica del gruppo: la zona ospita numerose piantagioni di coca e garantisce l’accesso allo stato venezuelano di Zulia, contemporaneamente porta d’ingresso per il Venezuela e sbocco sui Caraibi, da dove la droga raggiunge poi anche il Messico (e da qui gli Stati Uniti) per via aerea o marittima.

Senza più le Farc ad imporre la pax criminale, Eln ed Epl hanno avviato una guerra territoriale dalle pesanti conseguenze per la popolazione civile. L’Epl fu stato parzialmente smobilitato nel 1991 e trasformato in un partito; nacque però un fronte dissidente che rigettò l’accordo con il governo e scelse di rimanere nell’illegalità: tra il 2015 e il 2016 l’Epl ha perso i suoi due leader principali ma sembrerebbe che al momento stia cercando di rinfoltire le sue fila reclutando ex-guerriglieri delle Farc. L’Eln ha invece iniziato dei colloqui di pace con Bogotá nel 2014, poi interrotti da Santos a seguito di alcuni attentati mortali compiuti dal gruppo, e riaperti dal presidente lo scorso marzo.

La pace impossibile con gli Urabeños

Chi anche ha mostrato intenzione di scendere a patti con il governo sono gli Urabeños (anche noti come Clan del Golfo), l’organizzazione criminale più grande della Colombia. È nata all’inizio degli anni duemila dalla smobilitazione delle Autodifese unite della Colombia (Auc), un’altra milizia paramilitare, e deve il suo nome alla regione nordoccidentale di Urabá, dove concentra il suo potere. Tra gli alleati internazionali degli Urabeños c’è anche il cartello messicano di Sinaloa.

Gli Urabeños sono stati il bersaglio di una importante offensiva del governo colombiano, l’Operazione Agamennone, lanciata nel 2015 ma che solo dallo scorso anno ha cominciato a intaccare la tenuta dell’organizzazione attraverso la cattura o l’uccisione dei suoi principali membri. Lo sgretolamento del gruppo di comando ha spinto nel settembre passato il leader Dairo Antonio Úsuga, detto Otoniel, ad apparire in video per dirsi pronto ad arrendersi alla giustizia. Otoniel – il nemico pubblico numero 1 in Colombia – si è appellato alla riconciliazione nazionale e vorrebbe ottenere una qualche forma di amnistia per i suoi sottoposti ma Bogotá si rifiuta di considerare gli Urabeños un movimento politico e quindi di intavolare una trattativa sul modello di quella con le Farc. O almeno questo è quanto emerge dalle dichiarazioni dell’esecutivo.

Non c’è dubbio che Santos stia valutando molto bene l’offerta di Otoniel ma quella con gli Urabeños è una pace impossibile. È innanzitutto difficile sul piano politico: il mandato del presidente scadrà a breve e alle elezioni politiche di marzo hanno vinto gli uribisti, già contrari all’accordo con le Farc. Ma la vera irrealizzabilità sta sul piano pratico: anche in caso di una resa di Otoniel, è molto improbabile che tutte le migliaia di membri degli Urabeños scelgano di accettare e seguire l’esempio del leader.

Già con la smobilitazione delle Farc e delle altre formazioni paramilitari si è assistito all’emersione di frange interne che rifiutavano di sottomettersi. Nel caso specifico degli Urabeños la ribellione alla eventuale linea ufficiale sarà anzi ancora più probabile, dato che l’organizzazione possiede una struttura di comando molto meno verticale di quella delle Farc, che faciliterà lo scollamento tra il vertice – peraltro indebolito dalle tante perdite – e le appendici.

Gli Urabeños, spiegano gli esperti, non sono organizzati secondo una gerarchia rigida ma secondo un sistema paragonabile al franchising: possiedono un network di cellule locali che agiscono in nome dell’organizzazione ma in una condizione di semi-autonomia, senza essere strettamente controllate dalla leadership centrale. Questo modello, se da un lato semplifica l’espansione su vasti territori, dall’altro può favorire la dispersione o addirittura la disgregazione nei momenti di maggiore debolezza.

È possibile dunque che l’attentato che lo scorso mercoledì ha ucciso otto poliziotti nella regione di Urabá non sia stato ordinato direttamente da Otoniel, quanto piuttosto orchestrato da una fazione intenzionata a far naufragare ogni possibilità di dialogo tra Urabeños e governo: in risposta all’attacco, Santos ha infatti annunciato dure ritorsioni contro l’organizzazione.

Le Farc e i dissidenti

La Colombia sembra trovarsi in una fase di passaggio da una generazione di criminali all’altra. Come anche in Messico, si registra una generale tendenza alla frammentazione. Qualunque trasformazione dovesse però attraversare il sistema colombiano del narcotraffico, in attesa di un nuovo assetto, gli ex-membri delle Farc occuperanno probabilmente dei ruoli di primo piano.

L’arresto per narcotraffico, la scorsa settimana, di Seusis Hernández, leader delle Farc e negoziatore nei colloqui con il governo, priverà gli ex-ribelli di uno dei dieci seggi garantiti al Congresso colombiano. Hernández è accusato dagli Stati Uniti di aver partecipato al contrabbando di dieci tonnellate di cocaina verso il Paese. Meno notizia ha fatto la cattura, a metà marzo, di Cachi, un soprannome però molto importante tra i dissidenti delle Farc: Cachi si occupava della gestione dei ricavi del traffico di droga lungo il confine con l’Ecuador e collaborava a stretto contatto con il Cartello di Sinaloa.

La smobilitazione delle Farc non cancellerà le fazioni scissioniste, che anzi mantengono le capacità e i contatti necessari ad operare, da protagoniste, nel narcotraffico transnazionale.

@marcodellaguzzo

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