Il Libano attende la formazione del suo 75esimo governo in 75 anni. Ancora una volta il sistema politico dovrà trovare un equilibrio tra partiti confessionali. Un compromesso complicato, tanto più che al loro interno è iniziata una fase delicata di trasmissione dinastica del potere 

Una bandiera libanese volteggia vicino ad un albero di Natale in Piazza dei Martiri a Beirut, Libano 27 novembre 2018. REUTERS / Jamal Saidi
Una bandiera libanese volteggia vicino ad un albero di Natale in Piazza dei Martiri a Beirut, Libano 27 novembre 2018. REUTERS / Jamal Saidi

Beirut - A distanza di sei mesi dalle elezioni parlamentari dello scorso maggio, in Libano si attende la formazione di quello che sarebbe il settantacinquesimo governo in settantacinque anni di indipendenza. Una volubilità politico-istituzionale, sancita dalla statistica, che è in parte dovuta ai travagliati anni (1975-1990) della guerra civile - con l'assassinio di diversi presidenti e primi ministri, da quello di Bashir Gemayyel nel 1982 a quello di Rafiq Hariri nel 2005 - ma anche alla particolare complessità della democrazia confessionale libanese, nella quale il raggiungimento di un compromesso istituzionale tra partiti a carattere confessionale passa sempre per la difficile neutralizzazione di logiche settarie.


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L'ultima tornata elettorale ha avuto effetti ambivalenti: da una parte ha visto il rafforzamento di forze sciite e filo iraniane come Hezbollah che, facendo eleggere dei deputati sunniti suoi alleati, ha contribuito all'indebolimento del partito sunnita “Futuro” guidato dal premier Saad Hariri, cavallo dei sauditi. Dall'altra ha testimoniato la crescita, all'interno del campo cristiano, delle Forze Libanesi di Geagea, un altro alleato saudita - e di Hariri -, a danno del Free Patriotic Movement (Fpm) del capo di Stato Michel Aoun, a sua volta partner di Hezbollah.

La formazione di un esecutivo è in stallo a causa di divergenze sull'assegnazione dei ministeri: per capitalizzare al massimo questo successo elettorale collaterale, Hezbollah chiede l'attribuzione di un ministero per i deputati sunniti suoi alleati. I suoi rivali politici, Hariri e Geagea in particolare, ritengono la richiesta pretestuosa, a causa dello scarso peso politico specifico dei deputati sunniti in questione, percepiti come una estensione del partito sciita.

Nella Repubblica parlamentare del Libano, la politica è una questione di setta e di famiglia. Il delicato equilibrio confessionale tra i 18 gruppi religiosi del Paese viene garantito da una Costituzione che fraziona il potere e ne attribuisce un po' ad ogni confessione. L'aspetto più visibile di questa divisione è l'assegnazione delle cariche istituzionali: il Patto Nazionale del 1943 stabilisce che il capo dello Stato deve essere sempre cristiano maronita, il capo del Parlamento sempre musulmano sciita, il primo ministro sempre musulmano sunnita.

In un Paese formalmente laico dal punto di vista del funzionamento, dove però l'appartenenza religiosa rimane il primo marker identitario nella società civile, i partiti nati nel corso del secolo scorso – molti dei quali come milizie, al tempo della guerra civile – hanno un carattere confessionale: non competono tra loro in una dimensione nazionale - i seggi in parlamento sono stabiliti ex ante a seconda della portata del gruppo confessionale - ma si contendono il primato di consensi all'interno della comunità di cui sono espressione, ricalcando una logica settaria, in cui predomina chi si vende meglio come suo garante rispetto alle altre.

I partiti confessionali assumono una doppia postura: quella rivolta verso le loro comunità di riferimento e quella verso il Paese. Il direttore dell'Arabia Foundation, Firas Maksad, ha definito il sistema politico libanese una democrazia consociativa, nella quale si rivela fondamentale la cooperazione tra le elites politiche e la realizzazione di compromessi a garanzia della stabilità, in cui nessuno, pur proteggendo interessi della propria comunità, persegue giochi a somma zero, evitando la escalation.

I leader dei partiti conservano il potere grazie a reti di rapporti clientelari, retaggio dell'epoca feudale: è la logica del za'im (al plurale zuama”, letteralmente “capo”). La relazione tipica tra i leader politici e la loro base elettorale (e confessionale) ricalca in un certo senso quella che intercorreva fino a un paio di secoli fa tra grandi feudatari e contadini.

Oggi il grande feudatario è diventato un leader politico, un nuovo tipo di za'im, i contadini sono diventati i suoi elettori, i villaggi rurali sono diventati quartieri di città e, in cambio di fedeltà, - sopratutto elettorale - non si concede più la terra ma vie preferenziali, benefici, protezione, favori. Il potere dello za'im in Libano si fonda sulla fedeltà dei suoi sostenitori e sulla sua relazione con lo Stato e le autorità centrali. Lo za'im agisce da mediatore di potere, forte della capacità di influenzare una elezione, un progetto o un processo.

Lo storico Albert Hourani ha individuato tre tipologie: lo za'im feudale, che deriva il suo potere dall'appartenenza ad una dinastia importante in una determinata area geografica, in cui è anche proprietario terriero. Un esempio classico sono i Jumblatt, famiglia drusa molto forte nella regione dello Chouf, oppure gli zu'ama sciiti nella valle della Beqaa, come le famiglie degli al Asad o degli Al Zein. Poi c’è lo za'im politico, che domina all'interno di una comunità anche grazie ad una impalcatura ideologica di cui si fa promotore. E' il caso di tanti leader maroniti, come i Gemayyel e i Franjieh. Infine c’è lo za'im urbano, diffuso sopratutto nella comunità sunnita delle città - i Karame a Tripoli, Hariri a Sidone -, che dispone di proprietà edilizie e che, a differenza di chi opera in realtà rurali, deve assicurarsi il sostegno di classi sociali più istruite, tra le quali è più alta la domanda di piattaforme ideologiche oltre che di servizi.

La posizione di uno za'im libanese è spesso ereditaria, e talvolta capita che la famiglia di uno za'im controlli l'intero gruppo confessionale di appartenenza, come successe alla famiglia degli al Asad con i clan (ashair) sciiti fino a qualche decennio fa.

Visto che i partiti, oltre ad una postura confessionale, hanno un carattere personalistico, legato alla reputazione delle famiglie (gli Aoun, i Geagea, i Jumblatt, ecc) che li hanno fondati, si rivelano importanti le dinamiche di trasmissione dinastica del potere.

Mentre il Paese attende la formazione di un governo in seguito alle elezioni dello scorso maggio, è già iniziata la sotterranea fase di transizione interna del potere nei principali partiti, che ne riflette anche lo stato di salute e le prospettive. (1- segue)

Prima parte di un'inchiesta dedicata alle grandi dinastie politiche libanesi 

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