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I peshmerga combattono ISIS, ma non solo

In una piccola officina un armaiolo ripara gratuitamente le armi dei miliziani curdi. Armi che secondo Amnesty International servono anche per azioni di pulizia etnica nei territori liberati.

A military officer from the coalition forces (R) speaks to Kurdish Peshmerga fighters during a training session by coalition forces in a training camp in Erbil, north of Iraq, March 9, 2016. REUTERS/Azad Lashkari

ERBIL (Iraq). Si deve scendere una piccola scala che conduce nelle viscere del vecchio bazar per raggiungere l’officina di Rauf Yigithj, nel centro di Erbil, la capitale della Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno. I venti metri quadrati della bottega faticano ad accogliere tutti i clienti. Appesi alle pareti fucili, mitragliatori e pistole. “Ho iniziato a riparare armi quando ero un bambino e non ho mai smesso.” L’armaiolo lo racconta con orgoglio, mentre mostra una sua foto a undici anni con in mano la prima pistola della sua vita. “Era una Beretta, grande arma italiana, Una vera rarità in quegli anni da queste parti.” 

Sono passati trent’anni e oggi Rauf dice che il suo lavoro è una missione. “Da quando ISIS ha iniziato la sua avanzata solo noi curdi li stiamo realmente contrastando. Non vado in battaglia, non è il mio mestiere, ma riparo gratuitamente le armi dei nostri gloriosi Peshmerga.”

Rauf visita regolarmente la linea del fronte, alcune armi come le mitragliatrici pesanti installate sui pick-up non possono essere trasportate nel suo laboratorio. Il suo ultimo viaggio è stato a Sinjar, dove i curdi, con il sostegno aereo della coalizione internazionale, nei mesi scorsi hanno liberato la città degli Yazidi.

“Dopo gli attacchi aerei sulle posizioni tenute dall’ISIS i Peshmerga recuperano molte armi abbandonate. Spesso sono rotte, così recuperiamo le parti che possono servire per riparare altre armi.” Ha detto Aziz, il figlio dell’artigiano che lavora con lui. “Ci andiamo ogni volta che ci chiamano e spesso rimaniamo anche di notte.”

In questa piccola armeria si trovano centinaia di armi prodotte in decine di paesi diversi, l’officina è una rappresentazione fedele del circo internazionale e globalizzato di armi che è facile trovare liberamente nella regione. In Iraq e in Siria, dove gruppi nazionali e milizie settarie si scontrano senza sosta, le pistole hanno spesso diverse vite.

“Quando i Peshmerga o le milizie sciite o gli uomini dello YPG conquistano postazioni dell’ISIS, di solito trovano molte armi che riutilizzano.” Ha dichiarato James Bevan, direttore generale di ‘Conflict Armament Research’ (CAR), associazione britannica incaricata dall’Unione Europea di studiare l’arsenale dello Stato Islamico.

Secondo Bevan la stragrande maggioranza dell’artiglieria dei militanti dell’ISIS è stata presa all’esercito iracheno e a quello di Assad. Due eserciti che hanno ricevuto forniture da molti paesi diversi.

Per Rauf Yigithj le armi dei jihadisti sono “molto più potenti di quelli dei curdi.” Secondo Amnesty International i miliziani usano armi prodotte da più di venticinque paesi, tra cui Francia, Russia, Belgio e Stati Uniti. Durante la sua inchiesta CAR ha anche trovato che ISIS produce autonomamente armi artigianali e usa munizioni talmente vecchie che i paesi che li hanno costruiti, come la Cecoslovacchia, non esistono più.

Questo si spiega in parte con il basso costo, ma in parte con la necessità di nascondere la vera origine della fornitura. “Quando si tratta di armi vecchie di decenni, ma efficaci - ha detto James Bevan – è estremamente più difficile risalire a chi le ha vendute. Un governo che commercia armi con un gruppo di ribelli punta alla massima discrezione. La prima cosa da evitare è fornire le proprie armi.”

I Peshmerga hanno fatto affidamento sul sostegno di diverse nazioni per la fornitura di armi e attrezzature, compreso l'Iran, la Germania e la Repubblica Ceca. Alcune potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, sono prudenti sull’opportunità di fornire loro troppe armi. Anche se la coalizione lavora a stretto contatto con il governo del Kurdistan iracheno, per condurre attacchi aerei contro l’ISIS, il sostegno diretto ai Peshmerga di Washington è stato sporadico e non ha incluso la fornitura di armi pesanti.

Tra i clienti dell’armaiolo il tenente Hussein Khidir, appena rientrato da Tel Askof, una trentina di chilometri a nord di Mosul. “Il cielo è per gli alleati e il terreno appartiene a noi.” L’ufficiale è convinto che i Peshmerga sono male armati rispetto ai loro nemici. “Ciò di cui abbiamo bisogno sono più armi. Non stiamo combattendo contro al-Qaeda, ma contro lo Stato islamico. Il concetto può anche non piacere, ma è è davvero uno stato.”

Rispetto alle forze di sicurezza irachene, che si sono distinte per i loro numerosi fallimenti militari, i Peshmerga sembrano essere sul terreno l’ultimo baluardo contro ISIS. Il mito di una guerra eroica, però, è stato offuscato da molte denunce di abusi. Secondo un rapporto di Amnesty International i combattenti curdi hanno distrutto e bruciato migliaia di case, anche villaggi interi, appartenenti a famiglie arabe.

Gli obiettivi di queste azioni sono lo sradicamento della popolazione araba, come rappresaglia per il presunto supporto all’ISIS, e il consolidamento delle conquiste territoriali. Se il governo curdo giustifica queste pratiche per una presunta minaccia terroristica, Amnesty ha dichiarato che lo spostamento forzato di civili e la distruzione deliberata di abitazioni senza alcuna giustificazione militare “possono costituire crimini di guerra.”

@MauroPompili

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