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I traumi, le violenze sulle donne e l’istruzione scolastica: la quotidianità in un campo profughi siriano

La guerra è sempre nello sguardo perso di chi è costretto a scappare. Perché le città si deteriorano, le gemme culturali si storpiano, ma poi per tutto questo o c’è l’annullamento completo o la restaurazione, mentre per le persone che s’imbattono in conflitti di ogni genere qualcosa resta.

Chissà quante cose ci sono negli animi dei siriani che si stanno rifugiando nella regione curda dell’Iraq. Una zona di confine e di contatto che sta divenendo sempre più fondamentale negli scenari contemporanei. Regione che ospita molti siriani, assiepati tutti in una macchia uniforme umana che occupa campi profughi impersonali, sicuri, ma senza tempo, al momento senza fine, dove ci si può nascere, ma anche morire, sentendosi sempre in fuga, mai in un posto definito. Nel Kurdistan iracheno, che ospita sempre più siriani, stanno nascendo nuovi campi profughi, che inizialmente erano stati concepiti come magazzini di supporto logistico, poi, viste le emergenze, sono stati reinventati, divenendo collanti del più grande di tutti, quello di Domiz. Una vallata intera di deserto coperta da tende, che molte volte tra di loro conservano giusto lo spazio di corridoi utili alla minima mobilità. Nell’area ospedaliera del campo di Domiz, assistita dalle istituzioni della regione autonoma curda irachena ed in parte dall’UNHCR, mi colpisce un piccolo centro ambulatoriale. Alla finestra sono affacciate tre ragazze, dal sorriso comprensivo ed in cerca di comunicazione. Mi ospitano all’interno della loro struttura, nella quale incontro un’avvocata, una giovane medico ed una psicologa.

Le emergenze fanno apparire il necessario qualcosa che è di primitivo, dimenticando i diritti più naturali, ai quali anche io non avevo pensato in una quotidianità come questa. È giusto procurare il cibo, costruire una rete fognaria (al momento inesistente), istruire i bambini, riparare dal freddo, ma dove finisce la difesa dei traumi? E la salvaguardia di chi subisce violenze? Molte delle donne nel campo sono vedove di figli o di mariti, oppure, nella migliore delle ipotesi, in attesa di avere notizie di qualche caro sparito. Altre hanno invece dovuto patire stupri e violenze, prima di ripararsi a Domiz. Ci sono altre che la sofferenza se la portano qui, come una rogna impossibile da debellare. Queste giovani professioniste siriane, dagli occhi profondi nello scuro mediorientale, carichi di entusiasmo per l’aiuto concreto che possono dare a chi come loro è scappato dalla guerra, fanno parte dell’associazione Yasmine Women Social Center. Le violenze contro le donne non sono solo quelle passate, questo gruppo di lavoro vuole proprio fornire assistenza a chi patisce ora una convivenza forzata con i colpevoli dei propri dolori.

<<Le donne del campo si avvicinano a noi con le scuse più disparate. Iniziano tutte con richieste di tipo medico, sbaragliando poi lo schermo del pudore ed in un secondo momento iniziando a raccontare cosa patiscono. Vivere in tenda vuol dire contatto ravvicinato con familiari che tante volte non sono rassicuranti o condivisione di uno spazio con chi scarica la propria frustrazione in gesti ignobili, come le botte o peggio ancora la violenza sessuale>>.

Jodi Lilah, una delle operatrici dell’Yasmine Women Social Center, mi spiega le difficoltà d’intervento in uno scenario del genere.

<<Le vittime molto spesso sanno che venire da noi può essere improduttivo. Scappare da qui è impossibile oltre che paradossale, dato che questo è già un rifugio da una sciagura. Inoltre viste le restrizioni, la calca, la mancanza di spazio e le assegnazioni in tenda, è complicato separarsi completamente da chi incute timore e sofferenza. Già è difficile nella vita di tutti i giorni per le donne perseguitate, figurarsi qui, dove lo è ancora di più, perché non si può cambiare città o ripararsi da amici: non si possono evitare i contatti>>.

Chissà quanti altri aspetti di una vita dignitosa mi sfuggono, facendomi invece distrarre dalle banalità delle lacune di una sopravvivenza sostituitasi alla vita. Proprio per raccogliere altri frammenti di una quotidianità che prova a disegnare una sorta di soddisfazione per questo campo, mi dirigo verso una scuola. Orario di ricreazione, fiumi d’infanti in corsa con tra le mani due o tre libri legati da uno spago. C’è chi attende, arrangiando qualche gioco ed aspettando il proprio turno di lezione fuori dall’area scolastica, e chi invece dentro mi si fa incontro per curiosare un corpo estraneo alla claustrofobia del campo. Sono circa duemila i bambini, che, dai sette ai quindici anni, continuano il loro ciclo formativo a Domiz. Lo fanno in tre differenti scuole, che hanno preso i nomi dalle provenienze dei giovani studenti (Kamishli, Kar e Jiyan). Altre tre strutture scolastiche sono in costruzione. Dove mi trovo ci sono 750 alunni, con classi che vanno dai 30 ai 40 allievi. Tutti formati con i programmi già adottati in Siria, per dare, in qualche modo, continuità. Così, anche se ci si trova nella regione autonoma curda irachena e la maggioranza dei profughi è composta da curdi siriani, con la voglia alta di autonomia federale, tutte le lezioni ed i testi restano in arabo, nonostante si faccia particolare attenzione alla storia del popolo curdo.

Il miscuglio di risentimento e voglia di protezione mi si palesa nelle frasi di un bambino di circa dieci anni, che vive nel campo di Domiz da un anno e mezzo, già tantissimo, ma apparentemente irrisorio rispetto al buio del suo passato.

<<Ricordo le notti e gli spari in Siria. Ora sto bene, con tutta la mia famiglia in tenda>>.

La quotidianità e la vita che deve scorrere da profugo è ovviamente ancora più impressionante  nei pensieri di un bambino, che tra il gioco e la paura ha imparato a concepire tutto questo con appagamento, perché tutto è meglio rispetto alla guerra.  

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