Il Bahrain tra repressione, alleanze saudite e amicizie occidentali

Se all'uomo medio si parla di Bahrain, la prima cosa a cui penserà sarà la Formula 1; e forse saprà pure dirti che nel paese del Golfo è stato Nico Rosberg a trionfare domenica scorsa. Gli sarà quasi certamente sfuggita, però, una notizia riguardante le proteste di migliaia di bahreniti a margine del funerale di un diciassettenne sciita, Ali Abdulghani. Causata dalle ferite subite durante un raid della polizia, questa morte può sembrare un episodio di scarsa importanza, ma ha risvegliato un malessere diffuso nel piccolo regno.

Bahrain's Foreign Minister Sheikh Khalid bin Ahmed al-Khalifa (L) and U.S. Secretary of State John Kerry (3rd R) arrive to speak to reporters ahead of the Gulf Cooperation Council (GCC) Ministerial meeting in Manama, Bahrain April 7, 2016. REUTERS/Jonathan Ernst

 Regnanti sunniti e maggioranza sciita discriminata

Primo paese mediorientale a scoprire e sfruttare l'oro nero, il Bahrein è una monarchia costituzionale la cui famiglia reale, quella dei Khalifa, è al potere ininterrottamente dal 1783. Ma non è tanto la resilienza dei Khalifa a dover stupire (anche la vicina dinastia saudita affonda le proprie radici nel XVIII secolo), quanto il fatto che i regnanti bahreniti, e con essi tutta la classe dirigente, siano sunniti a fronte di una popolazione per due terzi sciita. Ed è proprio la discriminazione subita dalla maggioranza sciita ad avere innescato la "primavera bahrenita" nel 2011, offuscata nei media occidentali dalla caduta di regimi pluridecennali in Libia, Egitto e Tunisia.

Washington, Ryad e una primavera fallita

Ciò non significa che le potenze regionali e mondiali non si siano interessate alle manifestazioni di Manama e agli slogan inneggianti alla democratizzazione e alla destituzione del re Hamad bin Isa al-Khalifa. Al contrario, il Bahrein ricopre un ruolo geopolitico notevole nonostante la superficie ridotta. In primis, le proteste bahrenite hanno inquietato l'Arabia Saudita, e ciò per un duplice motivo. Da una parte, sia il regno dei Khalifa che quello dei Saud sono monarchie sunnite in cui la presenza sciita non è trascurabile (preponderante in Bahrein, stimata intorno al 15% della popolazione e concentrata nelle regioni orientali in Arabia Saudita): la destabilizzazione del primo potrebbe facilmente propagarsi al secondo. Dall'altra, Ryad guarda con preoccupazione alla crescente influenza di Teheran, che può utilizzare le comunità sciite nella regione come teste di ponte per affermarvisi ulteriormente.
Neppure Washington ha accolto imperturbabile i moti del 2011 , e non solamente per le possibili ripercussioni sull'alleato saudita. Il Bahrein, infatti, ospita nelle proprie territoriali la V flotta della marina statunitense,costituendo così una base sul Golfo irrinunciabile per la Casa Bianca. Tenuto conto di quanto detto, quindi, non deve stupire né che a Manama sia mancata la politica di sostegno ai ribelli adottata da Washington al Cairo, a Tunisi o a Tripoli, né tantomeno che l'Arabia Saudita, seppure sotto l'egida del Consiglio di Cooperazione del Golfo, abbia inviato truppe in Bahrein a reprimere la rivolta.

Violazione dei diritti umani

La repressione non ha messo fine alle contestazioni popolari contro il potere, che dal 2011 continuano a scoppiare e a essere brutalmente represse. Nonostante il governo di Manama dichiari di agire nel rispetto dei diritti umani, numerose organizzazioni internazionali tra cui Amnesty International continuano a denunciare incarcerazioni arbitrarie di dissidenti, torture e uccisioni da parte della polizia, detenzioni ingiustificate di giornalisti. Tra gli ultimi episodi, l'arresto di Zainab al-Khawaja, attivista politica e figlia di uno dei capipopolo del 2011, e il fermo di quattro giornalisti americani, arrestati mentre documentavano le proteste organizzate il 14 febbraio scorso per celebrare il quinto anniversario della rivolta e successivamente rilasciati.

Il matrimonio d'interesse tra Manama e l'Occidente

Benché abbia spesso giustificato interventi militari dagli esiti discutibili con la necessità di difendere i diritti umani, nel caso del Bahrein l'Occidente sembra turarsi il naso. Due esempi per tutti il Regno Unito e gli Stati Uniti. Protettorato britannico fino all'indipendenza nel 1971, il Bahrein intrattiene rapporti amichevoli con Londra, e proficui soprattutto per quest'ultima grazie alla vendita di armi alla monarchia dei Khalifa (17 milioni di sterline nel 2014) e alla nuova base navale in acque bahrenite inaugurata l'anno scorso dal ministro degli esteri Philip Hammond. In cambio, nella lista stilata dal Foreign Office e contenente i paesi dove i diritti umani sono minacciati il Bahrein prevedibilmente non figura.
Anche gli Stati Uniti fanno orecchie da mercante quando si parla di diritti umani nel Golfo (e qui non si tratta del solo Bahrein). Gli aiuti militari americani diretti a Manama erano stati interrotti nel 2011 in seguito alla repressione violenta delle proteste popolari, ma l'anno scorso sono stati reintrodotti da Washington come riconoscimento di sensibili miglioramenti nel rispetto dei diritti umani; non c'è bisogno di dire che organizzazioni come Human Rights Watch hanno aggrottato le ciglia di fronte a questa decisione, visto che il numero di detenuti politici nelle prigioni bahrenite non fa che aumentare e Sheikh Ali Salman, leader dell'opposizione sciita, è stato condannato nel 2015 a quattro anni di carcere. Questa posizione accomodante è stata confermata il 7 aprile scorso dal segretario di Stato americano, in visita ufficaile nel regno. John Kerry ha sottolineato l'importanza del rispetto dei diritti umani in Bahrein, ma non si è lasciato andare a giudizi su quanto fatto finora dai Khalifa in tal senso; ciononostante, appare in controtendenza il fatto che Kerry abbia deciso di incontrare rappresentanti dell'opposizione, seppure in forma privata.

Dopotutto, con l'ISIS alle porte certi alleati, anche se dittature de facto, è meglio tenerseli buoni.

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