Il Brasile del nuovo Dilmismo: gigante economico e «nano diplomatico»

Si può essere, allo stesso tempo, un gigante dal punto di vista commerciale e un «nano» da quello «diplomatico»? È la domanda che i media brasiliani continuano a porsi dopo la recente crisi con il governo israeliano, chiedendosi se il paese sudamericano – protagonista all'interno del BRICS e del MERCOSUR – riesca a esserlo anche ad altre latitudini.

L'impulso di rivalutare la propria posizione in politica estera è arrivato dopo alcuni attriti con Israele riguardanti la guerra di Gaza.

Brasilia - dopo essersi espressa a favore di un'inchiesta che chiarisse eventuali crimini di guerra da parte di Tel Aviv – ha emesso una nota in cui definiva «disproporzionale l'uso della forza da parte di Israele». Richiamare l'ambasciatore brasiliano a Tel Aviv per un chiarimento è stato solo il passo successivo.

La risposta del governo Netanyahu, però, è arrivata puntuale e secca attraverso Yigal Palmor, portavoce del Ministero degli Esteri isrealiano: «Questa è la dimostrazione di come il Brasile, purtroppo, sia un gigante dal punto di vista economico e culturale, rimanendo però un "nano" sotto il profilo diplomatico». L'irritazione di Palmor è poi sfociata in metafore sportive, secondo cui «non proporzionale è una partita di calcio che finisce 7-1, e non 1-1», con chiaro riferimento alla débâcle verde-oro durante la Coppa del Mondo.

Negli ultimi giorni il governo brasiliano ha avuto modo di replicare ulteriormente, ma la situazione non si è ovviamente distesa. A prescindere dalle infelici esternazioni di Palmor - secondo cui il numero di vittime in una guerra può essere, in qualche modo, paragonato al numero di gol subiti in un match di calcio - il Brasile ha incassato il colpo. E sta provando a metabolizzarlo, perché la risposta del governo Netanyahu ha colto nel segno, evidenziando la debole politica estera brasiliana.

L'interrogativo della stampa locale, soprattutto di quella anti-governativa, è se però il Brasile agisca per incapacità o piuttosto per fini ideologici. La politica estera di Dilma Rousseff, così come quella di Lula, non è facile da interpretare, ma si possono cogliere alcuni aspetti comuni. Il governo del PT (Partido dos Trabalhadores) non si è pronunciato nemmeno sull'abbattimento del volo MH17, della Malaysia Airlines, in territorio ucraino. Un invito alla prudenza da parte della Rousseff, ma non una nota di condoglianze nell'immediato.

Nei comportamenti con Israele e nel silenzio ucraino non è difficile cogliere una posizione anti-statunitense, aggravata dalle ingerenze internazionali dell'NSA. Il Brasile è disposto a rafforzarsi in politica estera solo attraverso i propri canali: partnership con paesi emergenti (oltre al BRICS) e leadership nello scacchiere sudamericano. Più il continente si allontana dagli Stati Uniti, più si avvicina al Brasile come riferimento. Una polarizzazione necessaria e automatica.

L'appoggio al governo di Nicolas Maduro; la sospensione del Paraguay dal MERCOSUR e l'inclusione del Venezuela; i finanziamenti a Cuba; l'accordo di Lula con l'Iran di Ahmadinejād per l'arricchimento dell'uranio. Si tratta sempre di alleanze trasversali. Il Brasile continua ad attendere che si aprano le porte per un posto permanente all'interno del Consiglio di Sicurezza ONU, ma nel frattempo lavora su altre ipotesi.

Dilma non si danna se la Francia storce il naso al libero scambio fra Sud America e Unione Europea; non si scomoda se il presidente ucraino Poroshenko diserta la finale della Coppa del Mondo perché c'è Vladimir Putin e non si dispera se Israele la accusa di volersi costruire sponde nella Lega Araba sfruttando la crisi di Gaza. Non si "spende" dal punto di vista diplomatico: solo 21 Capi di Stato ricevuti nei primi tre anni, un terzo rispetto al governo Lula nello stesso periodo. Parla e si sbilancia poco: Dilma ha capito che la politica interna è la nuova politica estera. Almeno fino alle prossime elezioni di ottobre.

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