“Il Brasile non è per principianti”: capire l’impeachment e la politica

Il Brasile attraversa una delle fasi più delicate della sua storia repubblicana. Dilma Rousseff è ormai stata catapultata nel secondo processo d’impeachment della storia brasiliana. La Camera dei Deputati di Brasilia l’ha giudicata colpevole di aver camuffato i conti dello Stato: 367 voti favorevoli; 137 contrari. Più dei due terzi dell’aula ha deciso che il gigante sudamericano ha bisogno di una nuova guida.

Brazil's President Dilma Rousseff reacts during a news conference at Planalto Palace in Brasilia, Brazil, April 18, 2016. REUTERS/Adriano Machado

Per cambiare - e non è un mistero - l’opposizione ha utilizzato l’impeachment come escamotage politico, una scorciatoia per mettere il Partido dos Trabalhadores con le spalle al muro. E il tentativo è andato a buon fine, perché il mandato della Presidente della Repubblica sembra destinato a una lenta agonia. Il processo - accolto da Eduardo Cunha, presidente della Camera e membro del PMDB, ex partito di governo - adesso si sposta al Senato, dove una commissione speciale è chiamata a giudicarne la legittimità. Dopodiché, l’aula dovrà esprimersi con voto palese. Basterà la maggioranza semplice dei presenti per far subentrare, ad interim, Michel Temer, attuale vice-presidente. La Rousseff verrebbe allontanata dall’incarico per 6 mesi, al termine dei quali avrebbe diritto a un’ultima difesa. L’auspicio delle opposizioni è che la delfina di Lula si dimetta prima della scadenza, per evitare al Paese una prolungata stasi politico-economica.

Michel Temer - vice-presidente della Repubblica - ha già cominciato i sondaggi per formare la propria squadra di governo, che dovrà avere i cardini nel ministero dell’Economia e nelle politiche sociali. Temer, infatti, dovrà, almeno per i sussidi, mantenere una politica di sinistra pur governando con un esecutivo di centro-destra. L’idea del vice-presidente, inoltre, è quella di asciugare la struttura, passando da 31 a 20 ministeri. È possibile che all’interno del prossimo governo confluiscano anche ale insoddisfatte del PT, ma l’ossatura sarà costituita dal PMDB e dal PSDB di Aécio Neves, candidato alla presidenza nel 2014 con il 48,36% delle preferenze.  Eduardo Cunha, la mente di questo impeachment, non resterà certo a guardare. Il suo obiettivo è non perdere il mandato, perché altrimenti finirebbe nelle mani del giudice Sergio Moro, autore dell’operazione Lava-Jato. Cunha è già stato giudicato colpevole dalla Corte Suprema per corruzione e riciclaggio di denaro. Il Presidente della Camera avrebbe ricevuto una tangente di 5 milioni di dollari in una transazione fra la Samsung Heavy Industries e la Petrobras, la compagnia petrolifera brasiliana.

Temer e Cunha, e dunque parte del PMDB anti-governativo, escono dal processo d’impeachment come vincitori. Per le strade di San Paolo, Rio de Janeiro e Brasilia la mossa politica è stata accolta come una liberazione; i deputati d’opposizione hanno salutato Cunha come il nuovo profeta (confermando le voci secondo cui potrebbe essergli concessa la grazia), mentre i media brasiliani, quasi tutti schierati a destra, hanno esultato per essersi liberati dalle tenaglie della sinistra. Dilma Rousseff, invece, ne esce male, ma pur sempre con in mano la retorica della vittima. Sì, perché le accuse dell’impeachment suonano un po’ pretestuose, seppure il suo partito sia tutt’altro che immacolato, a cominciare dall’ex-Presidente Lula. Ma il PT vede una piccola luce in fondo al tunnel: due anni di interregno di Temer e poi elezioni nel 2018, con Lula come candidato. L’ex presidente è già in testa nei sondaggi Datafolha (21%), mentre solo secondo il 16% giudicherebbe Temer un buon Presidente. E ben il 58% dei brasiliani vorrebbe che fosse aperto un processo d’impeachment contro lo stesso vice-Presidente. Il vincitore che si trasformerebbe in vinto, e viceversa. Tutto può accadere, ma i brasiliani sono stanchi di tutto e tutti. Un paradosso sensato.

«Il Brasile non è per principianti», come disse il maestro Tom Jobim. 

@AlfredoSpalla

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