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Il business del turismo di guerra

Per viaggiare nei luoghi più rischiosi del pianeta si spendono più di 260 milioni di dollari ogni anno. Si moltiplicano le agenzie specializzate nel dark tourism.

A couple look at the Syrian area of Qunietra at Mount Bental, an observation post in the Israeli-occupied Golan Heights near the ceasefire line between Israel and Syria August 21, 2015. REUTERS/Baz Ratner

 Le alture del Golan, al confine tra la Siria e Israele, sono da decenni uno dei punti più caldi del pianeta. Da quando è iniziata la guerra civile siriana sono state il teatro di battaglie violente tra l’esercito del Presidente Bashar al-Assad e le diverse forze di opposizione.

“Ogni volta che la sotto si combatteva qui sopra c’era una folla di turisti a godersi lo spettacolo.” A parlare è Amos, un ex-militare oggi guida turistica specializzata nel dark tourism. “Quasi ogni giorno salgo fin quassù con gruppi di persone che vogliono vedere cosa è l’abisso siriano. La gente si sente partecipe, possono tornare a casa e raccontare ai loro amici: ero al confine e ho visto la guerra.”

Da quelle colline i turisti hanno una vista panoramica su un punto strategico del conflitto.

“I gruppi fanno prima un giro alle cantine della zona, ai mercatini di prodotti agricoli e di artigianato, poi salgono in cima armati di binocoli e macchine fotografiche, sperando in una battaglia.”

“Il dark tourism, o turismo di guerra, è “Un viaggio verso i luoghi della morte, del disastro e del macabro”, dice Philip Stone, direttore del’'Istituto per Dark Tourism Research dell’Università del Lancashire.

Negli ultimi quattro anni il volume d’affari di questa particolare forma di turismo è cresciuto del 65% ogni anno, raggiungendo nel 2014 la cifra di 265 milioni di USD: Le prime agenzie specializzate, sono nate a metà degli anni ’90, ma nell’ultimo decennio si sono moltiplicate le agenzie dedicate a viaggiatori coraggiosi e alla ricerca di emozioni forti. 

“Non è una novità, da sempre nei campi delle battaglie storiche si recano eserciti di turisti alla riscoperta di emozioni e alla caccia di souvenir. Oppure basta pensare che nel 1800 Thomas Cook, fondatore dell’omonima agenzia, portava i turisti a vedere le impiccagioni in Cornovaglia. Le novità sono la sua commercializzazione, la sua diffusione e il modo in cui i viaggi sono pubblicizzati attraverso l’industria del turismo, soprattutto attraverso i nuovi media.”

James Wilcox, presidente della “Borders Untamed”, ha fondato la sua agenzia nel 2006 e oggi offre ai suoi clienti trekking sulle montagne del Pakistan e nell'enclave nomadi dell’Afghanistan, escursioni nel cuore delle aree tribali dell’India e nelle regioni più turbolente del Caucaso. Nel giro sulle montagne del Karakorum, Pakistan, si passa ad Abbottabad, la città dove Osama bin Laden è rimasto per anni. L’agenzia sta lanciando l’Afghanistan come “meta per nuove esperienze di sci alpino.”

“Cerchiamo di evitare i luoghi comuni. Puntiamo a far conoscere alla gente la cultura dei paesi che visitano.” I viaggi durano da cinque giorni a due settimane, e il costo varia dai 2.500 ai 6.000 USD.

Nicholas Wood, ex-corrispondente estero del New York Times, nel 2009 ha lasciato il giornalismo per dare vita alla “Political Tours”, che accompagna piccoli gruppi di turisti nei punti caldi del mondo. “L’obiettivo di ‘Political Tours’ – dice Wood - è portare le persone nei luoghi di cui leggono sul giornale o che vedono alla televisione, offrendo loro una prospettiva diversa, più consapevole e informata. In linea teorica lo scopo non è tanto quello di scattare fotografie dei fronti di guerra, ma la possibilità di toccare con mano ciò che solitamente è vissuto attraverso gli occhi di qualcun altro”.

La sua agenzia offre viaggi in 15 destinazioni, tra cui Libia, Kosovo, Bosnia, Corea del Nord, Israele e Territori Palestinesi. Il cliente tipo dell’agenzia è maschio dai cinquant’anni in su, inglese o statunitense. I viaggi, oltre alle visite su luoghi di guerra, prevedono incontri con uomini politici, giornalisti e civili del posto, una sorta di pacchetto completo in grado di offrire avventura e un’'infarinatura di geopolitica.

Recarsi davanti alla villetta di provincia dove si è consumato un brutale fatto di cronaca nera o affacciarsi dalle Alture del Golan per osservare da vicino una battaglia feroce non sembrano atteggiamenti intrinsecamente diversi. Rispondono entrambi alla necessità di provare sensazioni forti. La soglia emozionale del mondo occidentale è sempre più alta, per comprendere la sofferenza abbiamo ormai bisogno di vedere, di toccare con le nostre mani. Così, l’Europa per prendere coscienza del dramma dei profughi ha dovuto vedere il corpo senza vita del piccolo Aylan su una spiaggia, mentre non erano stati sufficienti migliaia di morti invisibili in fondo al Mediterraneo. Questo costante innalzamento di soglia sembra non avere fine, il nostro bisogno di emozioni forti a volte ci fa vommuovere, ma ci allontana dalla comprensione razionale delle tragedie che cediamo. Per appagare la nostra sete di sensazioni stiamo rubando ai dannati della terra anche l’ultima cosa che gli avevamo lasciato: la dignità e l’intimità della sofferenza e della morte.

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