Il cimitero Mediterraneo

Tremiladuecentosettantanove nel 2014, settecento solo nella notte tra sabato e domenica 19 aprile: il numero dei migranti che perde la vita nelle acque del Mar Mediterraneo cresce inesorabilmente di anno in anno. Di questo passo – denuncia l’Organizzazione internazionale per le migrazioni – il 2015 rischia di diventare l’annus horribilis dei migranti, con trentamila vite perse in mare.

Augusta, ItalyBoys chat as they arrive with migrants at the Sicilian harbor of Augusta April 22, 2015. REUTERS/Alessandro Bianchi
Augusta, ItalyBoys chat as they arrive with migrants at the Sicilian harbor of Augusta April 22, 2015. REUTERS/Alessandro Bianchi
Quelle di uomini, donne e bambini, in fuga principalmente dalla Siria e dall’Africa sub-sahariana, dove tra guerre e dittature, la vita è invivibile. Ma troppo spesso le loro speranze si infrangono a bordo delle carrette del mare, vecchie imbarcazioni di legno ammuffite e sgangherate, molto prima di toccare la terra e l’Europa.

I corpi dei migranti a volte scompaiono nel nulla, risucchiati dalle onde; altre volte riaffiorano dopo giorni e giorni sospinti dalle correnti fin verso la costa italiana, maltese, quella greca, oppure sulla sponda meridionale del Mediterraneo, in Tunisia, in Marocco, in Libia, da dove di solito salpano.

I migranti partono lasciandosi dietro una storia, una casa, una famiglia con cui sperano di ricongiungersi.

I siriani e gli eritrei sanno che in Svezia otterranno l’asilo politico e potranno ricominciare a vivere. Gli afghani e i pakistani guardano al Regno Unito, dove vive e lavora una grossa comunità di loro connazionali. I marocchini o i senegalesi di solito hanno già un parente in Italia che potrebbe accoglierli e dare loro consigli utili per il permesso di soggiorno. Invece spesso il sogno di una nuova vita viene lavato via in pochi minuti dalle acque del mare, insieme a ogni traccia della loro identità: il nome, il cognome, l’età, la provenienza. Chiunque si imbarchi su una carretta del mare non porta con sé documenti originali, spesso i migranti i documenti neanche li hanno perché in guerra o in dittatura chiedere un passaporto è come rincorrere un miraggio, e quando muoiono, il loro riconoscimento diventa un’impresa ardua.

In Europa non esiste un sistema di identificazione centralizzato – scrive il quotidiano Observateur France 24 - per cui ciascun paese si organizza in maniera autonoma. Lo stesso succede a sud del Mediterraneo. In Tunisia i corpi senza vita che riaffioravano dopo i naufragi del 2011 e del 2012 venivano ammassati in discariche lontane dalla vista e poi sotterrati in fosse comuni.

In Marocco invece un volenteroso gruppo di attivisti, composto per lo più da immigrati, si dà da fare per identificare i corpi di tutti gli esseri umani che il mare restituisce. Sadrik è uno di questi attivisti: originario del Camerun, con una lunga storia di migrazione alle spalle, quest’anno ha potuto beneficiare della massiccia campagna di regolarizzazioni fatta da Rabat e ha ottenuto il permesso di soggiorno nel paese. Oggi lavora come volontario nelle organizzazioni che si occupano di immigrazione a Tangeri e fa da mediatore tra le autorità locali e i migranti irregolari respinti alla frontiera, scrive l’Observateur France 24.

Ogni volta che il mare restituisce un corpo, gli attivisti come Sadrik lavorano per identificarlo, in modo da ridargli dignità e risparmiare alle famiglie dei dispersi il dolore più grande: non sapere cosa sia successo, non avere un corpo da piangere.

Hicham Rachidi, Segretario Generale di Gadem, una ONG che si occupa di diritti dei migranti in Marocco, ha raccontato al quotidiano Observateur France 24 di una donna maghrebina che per anni ha consultato un sensitivo con la speranza che le svelasse dove si trovava il figlio. Il ragazzo era partito per l’Europa senza mai arrivare a destinazione e la madre, che non ha saputo più nulla di lui, continua a credere che sia ancora vivo. Ma il figlio probabilmente era tra il gruppo di emigranti marocchini annegati qualche anno fa al largo della costa di Sousse, in Tunisia.

Le procedure per l’identificazione delle salme però sono ostacolate dalla mancanza di informazioni e solo in rare occasioni danno risultati concreti. In ogni caso, che li si identifichi o meno, in Marocco tutti i migranti morti hanno diritto a un funerale e a una sepoltura: cattolica, se si tratta di cattolici; musulmana, se si tratta di musulmani.

Se l’identificazione dei corpi è difficile, il rimpatrio lo è ancora di più per motivi burocratici ed economici. Spedire una salma in un paese sub-sahariano infatti costa almeno 2800 euro e richiede l'autorizzazione delle Ambasciate, che nelle dittature sono poco collaborative. Oggi l’emigrazione marocchina è cambiata: difficilmente è irregolare e quasi mai viaggia sulle carrette del mare, mentre il Marocco è diventato terra di transito per chi vuole raggiungere l’Europa, e a causa dei respingimenti, anche terra di destinazione involontaria.

L’Europa vorrebbe un maggiore coinvolgimento del Regno e della Tunisia per frenare il flusso dei migranti. L’Austria per esempio sarebbe favorevole all’apertura di campi in Nord Africa, gestiti da organizzazioni non governative europee. L’Italia vorrebbe coinvolgere Tunisi e Rabat nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Altre voci europee vorrebbero che i paesi in via di sviluppo si assumessero la loro parte di responsabilità e dessero una mano accogliendo i migranti in luoghi sicuri, al riparo dai trafficanti. L’Europa è come sempre un coro di tante voci che spesso si contraddicono. L’unica certezza è che la sua politica migratoria è basata esclusivamente sulla sicurezza e sulla difesa dei confini, spiega Stephane Julinet, responsabile legale di Gadem al quotidiano Libe.ma.

La posizione degli esperti a sud del Mediterraneo è chiara: finché non si agevoleranno gli ingressi legali nell'area Schengen, i morti nel Mediterraneo continueranno ad aumentare. Per Gadem, anche quella di sabato notte è una delle tante tragedie che poteva essere evitata: bastava ascoltare le denunce che le ONG fanno da tempo, in primis contro la chiusura di Mare Nostrum in favore di Triton. Operazione che ha contribuito a trasformare il Mare Nostrum nella Morte Nostrum, come lo ha ribattezzato Le Monde. 

@Seregras

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