Il declino di al-Qaeda, il califfo e l'anticristo

Prosegue quasi inarrestabile il declino di quello che un tempo veniva considerato il più temibile gruppo terroristico al mondo, e che oggi appare più simile a un'entità mal-definita, all'affannosa ricerca di visibilità e rilevanza.

Osama bin Laden sits with his adviser Dr. Ayman al-Zawahiri during an interview with Pakistani journalist Hamid Mir, in November 2001. http://en.wikipedia.org/

La strategia dell'emiro Ayman al-Zawahiri di consolidare la presenza del gruppo nell'Af-Pak, sua tradizionale roccaforte, e nel resto della regione sud-asiatica, dando vita all'affiliata “Al-Qaeda nel Sub-continente Indiano” (AQSI), appare sempre più fallimentare. Sino ad oggi AQSI, la cui creazione è stata annunciata in un video lo scorso 4 settembre, non è stata in grado di compiere alcun attentato di rilievo. Alcuni mesi fa un gruppo di militanti aveva tentato, invan\o, di assumere il controllo di una nave da guerra pakistana attraccata al porto di Karachi, per attaccare le imbarcazioni che incrociavano nell'Oceano Indiano. Si è trattato dell'unica azione degna di nota sinora realizzata da AQSI. Ben poco per un gruppo che, almeno nei piani della leadership di al-Qaeda, avrebbe dovuto rilanciare il logoro brand qaedista, assicurandogli nuovi finanziamenti e nuove reclute. E invece i fatti ci raccontano, oggi, una realtà ben diversa.

Il 12 dicembre le autorità pakistane hanno annunciato l'arresto di Shahid Usman, presunto capo della cellula di AQSI attiva nella metropoli di Karachi, nuovo epicentro del terrorismo nella regione. Si è trattato solo dell'ultimo di una serie di colpi assestati alla struttura qaedista in Pakistan. Il 7 dicembre, infatti, altri quattro membri di al-Qaeda, tra i quali Umar Farooq, tra le figure di maggiore spicco nella regione (il cui ruolo, pare, sia stato fondamentale nella creazione di AQSI), sono state uccise in un attacco con un drone americano, nell'agenzia tribale del Nord Waziristan. Il giorno precedente era stata la volta di Adnan Shukrijumah, responsabile di al-Qaeda per le operazioni in Nord America, ucciso dalle forze di sicurezza pakistane, durante un intervento militare nel Sud Waziristan.

Operazioni che sono quasi certamente il frutto dell'armonia ritrovata, almeno temporaneamente, tra Pakistan e Stati Uniti. Una collaborazione tattica, più che strategica, quella messa in mostra in queste ultime settimane da Washington e Islamabad, guidata dall'inossidabile principio del “do ut des”: in cambio dell'eliminazione di esponenti di spicco di al-Qaeda, gli americani si sono impegnati a intensificare le operazioni contro le basi afghane del “Tehrik-i-Taliban Pakistan” (TTP), gruppo responsabile della maggior parte degli attacchi compiuti nel Paese a partire dal 2007.

Una convergenza di interessi che si sta dimostrando proficua per entrambi i Paesi, ma che da sola non basta a spiegare i recenti fallimenti di al-Qaeda.

Un'analisi del declino del network qaedista non può che partire dall'uccisione di Osama bin-Laden (maggio 2011), avvenimento che ha aperto un vuoto di leadership mai realmente colmato dall'azione di al-Zawahiri, figura priva di sufficiente carisma e della necessaria lungimiranza strategica. Con bin-Laden è morto un simbolo, una vera e propria icona, tuttora venerata all'interno della galassia jihadista e non solo. È in quel vuoto che si è inserito lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi (autoproclamatosi califfo lo scorso mese di giugno), abile nello sfruttare l'instabilità esistente in Iraq e in Siria per imporre un nuovo modello di jihadismo, più visibile e sfrontato rispetto a quello adottato dai seguaci di al-Qaeda. In pochi mesi, al-Baghdadi è riuscito in ciò che i militanti di quella che può essere ormai definita la “precedente generazione” avevano fallito: conquistare un vasto territorio su cui imporre il rispetto della Sharia. Un successo senza precedenti, che ha fatto dello Stato Islamico l'epicentro della galassia jihadista internazionale, oltre che una fonte di fortissima ispirazione per l'estremismo di matrice islamica, e che ha costretto al-Qaeda in una posizione sostanzialmente subalterna.

L'operazione rilancio rappresentata dalla nascita di AQSI non ha sinora dato risultati apprezzabili, in parte, anche in questo caso, per alcuni significativi limiti nella leadership: Asim Umar, nominato a capo del gruppo da al-Zawahiri, non corrisponderebbe propriamente all'immagine del perfetto mujaheddin. Come di recente riportato da varie fonti, Umar sarebbe affetto da una vera e propria ossessione per il paranormale, tanto da aver scritto un libro intitolato “Il Triangolo delle Bermuda e l'Anticristo”, nel quale esporrebbe la teoria secondo la quale l'Anticristo si nasconderebbe nel Triangolo delle Bermuda, dove si starebbe preparando per il giorno del giudizio finale avvalendosi di dischi volanti ed extraterrestri. Niente a che vedere con l'ortodossia che ci si aspetterebbe da un leader qaedista. D'altronde, se è vero che la guerra al terrore condotta dagli USA e dai loro alleati dopo l'attentato alle Torri gemelle non ha fatto altro che destabilizzare equilibri già precari in varie parti del mondo, è innegabile che le operazioni americane abbiano assestato un durissimo colpo alla leadership storica di al-Qaeda, più che decimata in questi anni, e dunque costretta a ripiegare su elementi di dubbio valore.

Intanto, aumentano i segnali di una crescente penetrazione dello Stato Islamico nella regione. L’11 dicembre, l’ex-ministro degli Interni, Rehman Malik, ha dichiarato che Daish (acronimo dall’arabo “Al-Dawlah al-Islamiyah fi al-Iraq wa al-Sham”, “Stato Islamico in Iraq e nel Levante”) opererebbe principalmente dalla località di Gujranwala, nel Punjab meridionale, e si avvarrebbe del supporto di numerosi militanti, i quali erano prima arruolati tra le fila dei gruppi che sono stati in questi mesi duramente colpiti dalle operazioni condotte dalle forze di sicurezza pakistane. Da segnalare, per il suo forte valore simbolico, il giuramento fatto il 26 novembre dalle studentesse della Jamia Hafsa, madrasa situata nel centro di Islamabad, che fa parte del complesso della Lal Masjid (la moschea Rossa). Per chi non lo ricordasse, si tratta di un luogo chiave nella recente storia del Pakistan: nel 2007, l’assalto delle forze di sicurezza a quello che da anni rappresenta il fulcro dell’integralismo religioso nella capitale pakistana alimentò gravi disordini nel Paese, contribuendo alla caduta del regime di Musharraf. L’episodio spinse inoltre vari gruppi armati a dichiarare guerra allo Stato: nacque allora il TTP, coalizione che da allora ha provocato decine di migliaia di vittime, mettendo a rischio la tenuta stessa dell’apparato statuale pakistano.

Il progressivo declino di al-Qaeda non indica, dunque, la fine della minaccia terroristica, ma ne segnala, piuttosto, una pericolosa evoluzione, di cui lo Stato Islamico è la principale incarnazione. In quest’ottica, il Pakistan costituisce certamente un test di cruciale importanza per verificare le effettive capacità di espansione di questo nuovo modello di terrorismo in realtà distanti da quella in cui si è affermato. Uno scontro ideologico e materiale, quello tra al-Qaeda e Daish, che sta già profondamente influenzando il panorama internazionale del terrorismo e che rischia di destabilizzare ulteriormente il Pakistan e il resto della regione. 

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