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Il dilemma di Tunisi

Il colpo è stato forte: l’attentato di Sousse, arrivato quando ancora il Parlamento di Tunisi discuteva sulle misure antiterrorismo proposte dopo l’attacco al museo del Bardo, ha spinto la Tunisia verso la strada più breve.

Tunis, Tunisia Empty tables are seen at the terrace of a coffee shop in Sidi Bou Said, a popular tourist destination near Tunis, Tunisia July 7, 2015. Tunisian President Beji Caid Essebsi declared a state of emergency on Saturday, saying the Islamist militant attack on a beach hotel that killed 38 foreigners had left the country "in a state of war". REUTERS/Zoubeir Souissi

Per Beji Caïd Essebsi la decisione di proclamare lo stato di emergenza il 4 luglio non dev’essere stata facile. Il pericolo di evocare la repressione dei tempi di Ben Ali è ben evidente, tanto più che proprio Nidaa Tounes, il partito del presidente, ha voluto “sdoganare” già in campagna elettorale diversi tecnocrati legati al vecchio regime deposto grazie alla rivoluzione. Ma era difficile immaginare altre scelte da parte dell’anziano capo dello Stato, cresciuto e maturato politicamente prima con Habib Bourguiba e poi con lo stesso Ben Ali.

La “linea dura” contro il terrorismo verrà sancita nei prossimi giorni con l’approvazione della legge, che però è già contestata dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani. Essebsi non usa mezzi termini: ha detto chiaramente che è in gioco la sopravvivenza stessa della Tunisia com’è oggi. Se non reagisce alla minaccia terrorista, «lo Stato si dissolverà», ha sottolineato il presidente. E il Primo Ministro Habib Essid gli ha fatto eco più volte per ammonire i tunisini, ché secondo le autorità non sono abbastanza consci del problema. La società civile ribatte con forza che «le misure antiterrorismo non devono riguardare gli scioperi e i movimenti sociali», come dice il sindacato Ugtt, mentre il Forum tunisino per i diritti umani giudica la proclamazione dello stato di emergenza «una decisione assurda».

Il decreto del 26 gennaio 1978 dà al Presidente della Repubblica la possibilità di stabilire un periodo di emergenza della durata di un mese, rinnovabile in base alle esigenze di sicurezza e di ordine pubblico. Con la proclamazione dell'emergenza le istituzioni possono sospendere alcuni diritti come quello di sciopero, di manifestazione, di riunioni pubbliche e, nei casi più estremi, si può sospendere persino la libertà di stampa e quella di espressione artistica. E il ricordo della dittatura e delle ultime parole di Ben Ali, che pur di restare al potere sarebbe stato disposto a concedere anche un po’ di libertà di stampa, scotta ancora troppo.

Il giudizio definitivo, dunque, sarà inevitabilmente sulle misure concrete, dove si vedrà se davvero l’offensiva dei jihadisti è riuscita a spingere indietro la Repubblica mediterranea verso un giro di vite sulle libertà civili, o se invece l’esperienza rivoluzionaria e la cacciata di Ben Ali sono state un “vaccino” adeguato contro le tentazioni autoritarie.

Fra le misure già avviate, addirittura senza nemmeno una discussione in Parlamento, c’è la costruzione di un Muro – in realtà fatto da dune di sabbia, sbarramenti e fossati - in una parte del confine con la Libia. Un’opera per la quale si parla già di appalti e sub-appalti, nell’ignoranza di qualsiasi regola di trasparenza. In tutto, scrive la stampa tunisina, dovrebbe costare 150 milioni di dinari, circa settanta milioni di euro, cioè un milione di dinari a chilometro. Una cifra enorme, ancora di più se si pensa che alla costruzione prenderà parte anche l’Esercito. A Tunisi si pensa che possa quanto meno rendere più difficile il passaggio nella zona nord del confine, fra Ras Jedir e Dehiba, dei jihadisti addestrati nei campi libici. Resterebbero scoperti altri 352 chilometri, che però fanno già parte di una zona affidata alle Forze armate.

Ma la barriera non sarebbe efficace su uno dei focolai di terrorismo più pericolosi, il monte Chaambi sul confine algerino. E sono in molti a sottolineare che l’efficacia delle misure di difesa è ridotta, nell’assenza di uno Stato vero e proprio in Libia.

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