Il Financial Secrecy Index solleva il velo sulle giurisdizioni finanziarie segrete

Segreto bancario, registro delle imprese, cooperazione giudiziaria internazionale, registro delle fondazioni e delle società fiduciarie: sono solo alcuni dei quindici indicatori utilizzati dall’organizzazione Tax Justice Network per compilare l’indice di opacità finanziaria, ovvero il rapporto che monitora le giurisdizioni finanziarie segrete.

Il punto è che non importa dove si investono i soldi, ma conta che gli stati lo sappiano in modo da poter tassare redditi e ricchezze. Laddove gli strumenti delle società democratiche incontrano ostacoli nell’ottenere le informazioni, vuol dire che esiste un problema offshore.

Il rapporto del 2015, pubblicato il 2 novembre in occasione della “Tax solidarity week”, ovvero una settimana di iniziative per sensibilizzare sui temi della giustizia fiscale, è anche una opportunità per verificare i progressi fatti dal 2013, cioè quando il G8 e il G20 decisero di inserire in agenda le politiche di contrasto al segreto offshore.  Da quando la trasparenza finanziaria è entrata nell’agenda politica dei governi, l’ Unione Europea ha incentivato un processo di scambio automatico di informazioni essenziali per la lotta all’evasione fiscale. La stessa UE ha varato la Direttiva antiriciclaggio 215/849 con l’obiettivo di ostacolare il riciclaggio di denaro e i flussi illeciti, ma se la normativa ha segnato un importante passo avanti a livello legislativo, a livello politico ha incontrato le resistenze di un gruppo di paesi, tra cui la Germania, restii ad accettare che i registri venissero resi pubblici. Gli stati membri avranno due anni di tempo per attuare la Direttiva di cui sopra, ma potranno richiedere informazioni dai registri solo in virtù di un “legittimo interesse”. 

“Dall'Indice 2015 emerge che si è fatto ancora poco per diradare il segreto che avvolge il mercato offshore, inteso sia come segreto bancario sia come individuazione dei beneficiari di società fiduciarie" commentano da Tax Justice Network.

Gli Stati Uniti sono la nota dolente del dossier, perché se nel 2009 attaccarono il segreto bancario svizzero con l’intento di perseguire i banchieri di Credit Swisse e di altri istituti bancari che avevano aiutato i magnati americani a evadere il fisco, dall’altro hanno rallentato sull’adozione di misure internazionali in grado di contrastare il segreto finanziario, qualificandosi come una delle piazze più impenetrabili del mondo. Proprio loro che con il FACTA (Foreign Account Tax Compliance Act), uno strumento di controllo dell’elusione fiscale, sono stati i primi a difendersi dall’aggressività dei mercati segreti.

A livello europeo invece spetta al Regno Unito la responsabilità di non avere fatto abbastanza per chiedere ai territori d’Oltreoceano dipendenti dalla Corona di istituire registri pubblici delle società. La Svizzera è ancora la madrepatria del segreto bancario e apre la classifica del 2015, nonostante qualche concessione al principio di trasparenza e allo scambio di informazioni, che però diventeranno effettivi dal 2018. Hong Kong si piazza seconda mentre in terza posizione si trovano gli Stati Uniti d’America, unico paese al mondo ad avere peggiorato il proprio livello di opacità rispetto al 2013. In quarta posizione c’è Singapore e in quinta le Isole Cayman. Il Lussemburgo scende in sesta e migliora il proprio ranking rispetto a due anni fa, pur restando uno dei paradisi fiscali più consolidati. Il Libano e la Germania occupano rispettivamente la settima e l’ottava posizione, senza nessun cambiamento rispetto al 2013, il Bahrain è in nona e gli Emirati Arabi Uniti chiudono la top ten. L’Italia migliora e scivola in cinquantottesima posizione, quattro scalini più in basso rispetto al 2013.

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