Il Libano crocevia internazionale del mercato della droga

Dalla Valle della Bekaa, al confine con la Siria, i potenti clan locali collaborano da decenni con le famiglie della mafia italiana e mondiale.

Bekaa, Lebanon - An agricultural worker inspects his crops of cannabis in a field in the Bekaa Valley, in eastern Lebanon September 25, 2007. REUTERS/Tom Perry

 “Per noi libanesi la Valle della Bekaa e un po’ come la Sicilia per voi italiani. Una terra splendida, assolata e fertile, ma infestata da clan mafiosi." Il parallelo è di Fayed Saadi, giornalista libanese. “La mafia della Bekaa è soltanto meno famosa, forse perché nessuno dei suoi clan ha mai ispirato un film come il Padrino.”

Qui il confine tra Libano e Siria segue una linea immaginaria delimitata da corsi d’acqua, rilievi montuosi e dal senso di appartenenza delle comunità locali all’una o all’altra cultura. In questi territori si aprono vere e proprie “terre di nessuno”, campo fertile per ogni forma di attività illecita. Tra queste la Valle della Bekaa, incastrata tra il Monte Libano a occidente e la catena dell’Anti-Libano a oriente, si estende per circa centoventi chilometri. Un’area agricola dove l’iniziativa economica produce scarsi risultati ed è frequente che chi possiede un terreno fertile preferisce coltivare la remunerativa cannabis .

In Libano la questione della produzione e del traffico di droga è storicamente presente e molto attuale. Negli anni della guerra civile (1975 – 1990) le sostanze stupefacenti erano distribuite ai combattenti delle milizie. Ancora oggi nella valle della Bekaa, in particolar modo la zona di Baalbek, si producono le due migliori qualità di canapa indiana: il libanese giallo e quello rosso.

Scontri tra clan per il controllo del territorio, traffici illegali di ogni genere, coltivazione e produzione di droga regnano nella Valle e, grazie alla guerra, proliferano.

I clan che controllano la regione realizzano annualmente guadagni stimati in diverse centinaia di milioni di dollari. La Valle della Bekaa è un territorio agricolo fertilissimo e ricco d’acqua, dove la cannabis è stata sempre coltivata. È, però, durante gli anni caotici della guerra civile libanese che questa coltura si è sviluppata.

Nonostante leggi severissime e impegni internazionali per l’eradicazione delle coltivazioni, la produzione non è mai cessata. A complicare la situazione negli ultimi anni si è aggiunta la crisi in Siria. La Valle è diventata una vera e propria linea del fronte della guerra civile, sono quasi quotidiani gli scontri armati tra jihadisti siriani da una parte, uomini di Hezbollah ed esercito libanese dall’altro lato del confine. Una miscela esplosiva, che alimenta vecchie e nuove tensioni sociali, economiche e religiose. A differenza di altre zone del Libano lo scontro qui assume i toni di una lotta tra clan per il controllo del territorio e delle attività illegali.

Lo scarso sviluppo economico e l’assenza di alternative hanno spinto gli agricoltori della Valle ad abbandonare le coltivazioni tradizionali per quella molto più remunerativa della cannabis. Un ettaro non irrigato di questa coltura produce circa 40 Kg di hashish, che diventano facilmente 120 in caso di colture irrigate. Sul mercato il costo del prodotto varia dai 400 ai 700 US$ per chilogrammo. Una buona rendita, considerato che lo stipendio medio libanese si aggira intorno ai 600 US$.

Al termine della guerra, nel 1993, fu distrutto quasi l’80% delle coltivazioni di stupefacenti, in seguito a una campagna di riconversione. L’operazione prevedeva finanziamenti ai coltivatori per avviare nuove produzioni. I 42 milioni US$ promessi da ONU, Stati Uniti ed Europa non sono mai arrivati e gli agricoltori sono tornati a coltivare cannabis e produrre hashish. In Libano, infatti, i coltivatori spesso si occupano anche della raffinazione, realizzandola in piccoli laboratori (matbakh), annessi alle abitazioni.

L’hashish prodotto nella Valle della Bekaa ogni anno rappresenta un giro d’affari stimato in 24 milioni di US$, e la produzione libanese (circa 30.000 kg l’anno) si attesta intorno al 4% di quella mondiale. A questo si aggiunge la coltivazione di papaveri da oppio, per una produzione di circa tre tonnellate di eroina a raccolto. Un business illegale possibile solo grazie alle strette connessioni delle famiglie della Bekaa con le organizzazioni criminali europee e sudamericane, come hanno dimostrato diversi rapporti delle polizie occidentali.

I legami tra le famiglie italiane e libanesi sono di vecchia data. Risalgono ai primi anni ’60. La mafia italiana iniziava allora a trafficare stupefacenti facendo del Paese un’importante area di transito. La morfina era comprata dai boss siciliani nei paesi produttori, come il Libano, dalla Sicilia andava a Marsiglia per essere raffinata, poi di nuovo in Sicilia per raggiungere i mercati di tutto il mondo. Ad avviare la collaborazione furono i clan Inzerillo e Gambino, seguiti negli anni dal gruppo di Rosario Spatola. Negli anni i rapporti si sono in seguito allargati alla ‘ndrangheta’. Non molto tempo fa la polizia australiana ha scoperto una rete per il traffico di stupefacenti che vedeva insieme l’organizzazione calabrese e i trafficanti libanesi.

Nella Bekaa non ci sono solo stupefacenti. La Valle da sempre costituisce un vero e proprio crocevia per traffici illegali di ogni genere. Da quello delle auto rubate e del prezioso mazut (olio combustibile usato anche come diesel), all’immigrazione clandestina, fino al mercato nero delle armi. Un traffico, ques’ultimo, che ha visto moltiplicare il suo giro d’affari grazie alla guerra civile in Siria.

Traffici gestiti dai clan familiari, spesso appartenenti a fede religiosa e schieramenti politici diversi. Jaafar e Meqdad sono tra i nomi dei clan più tristemente noti in Libano. Ogni famiglia, per difendere i suoi affari e i suoi territori, è dotata di un proprio esercito, e non sono rari gli scontri a fuoco. Con la guerra che attraversa il confine i clan della Bekaa sono più che mai attivi. Fanno affari d’oro con il contrabbando di armi, e sfidano letteralmente il governo libanese per difendere le coltivazioni di cannabis.

“Un esponente di un potente clan – ci racconta Fayed Saadi – mi ha detto: Non ci interessa chi vincerà in Siria e se il Paese andrà in pezzi. A noi interessa continuare a coltivare i nostri affari.”

Costellato di importanti siti archeologici, su tutti la meraviglia di Baalbek, la Bekaa è un mosaico di città e villaggi cristianin, sunniti e sciiti. Gran parte dell’area è una roccaforte di Hezbollah, ma anche il potente partito sciita deve agire con cautela quando deve confrontarsi con i clan, indipendenti da adesioni politiche e religiose.

La rivalità economica tra i trafficanti, tuttavia, ha vissuto un radicamento politico e religioso in conseguenza della guerra in Siria. Le famiglie sciite sostengono Hezbollah e il governo di Assad, mentre quelli sunniti sono impegnati a fianco dei ribelli.

Nella Bekaa le contrapposizioni sono legate molto più alla difesa degli affari illegali che alla politica o all’appartenenza religiosa. Ma, come nel 1975 (inizio della guerra civile in Libano ndr), è la questione religiosa ad alimentare le tensioni. Un contesto estremamente pericoloso dove la polarizzazione tra sunniti e sciiti, che sta contagiando l'intera regione, può trascinare di nuovo il Libano nella spirale del conflitto civile.

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