Il Libano vittima del confronto tra Riyadh e Teheran

Il Paese dei Cedri stretto nella morsa di uno scontro per il predominio regionale. Una guerra, per ora politica ed economica, che sta usando anche l’arma del prezzo del petrolio coinvolgendo l’economia mondiale.

REUTERS/Ali Hashisho

BEIRUT. Recentemente il Bahrein ha aggiornato la sua lista delle organizzazioni terroristiche, inserendo al primo posto il partito sciita libanese degli Hezbollah. Non è una sorpresa, si tratta solo dell’ultimo episodio della guerra politica ed economica che i Paesi sunniti del Golfo, Arabia Saudita in testa, stanno conducendo contro la Repubblica Islamica dell’Iran e il suo più fedele alleato nella regione: il Partito di Dio libanese.

Riyadh ha deciso, così, di mettere sotto pressione la politica e l’economia del Libano. Una scelta che desta molte preoccupazioni anche all’interno dell’amministrazione statunitense, storico alleato della monarchia saudita. “Noi pensiamo che tali azioni siano spericolate e che rischiano di portare l'economia del Libano sempre più nelle mani dell'Iran - ha detto un alto funzionario USA al Wall Street Journal - Mi sembra una reazione spropositata”.

Il Libano confina con la Siria stravolta da cinque anni di guerra, accoglie circa un milione e mezzo di rifugiati e le milizie di Hezbollah sono impegnate a fianco dell’esercito di Assad. È un paese chiave in una regione sempre più instabile, e la sua economia è pesantemente dipendente dai partner regionali, in primis i Paesi del Golfo.

L’Arabia Saudita ha già colpito il Libano sospendendo la donazione di tre miliardi di dollari in aiuti militari. Molti emigrati libanesi sono stati già espulsi dall’Arabia Saudita con accuse di avere legami con Hezbollah, causando un calo delle rimesse è un ulteriore problema all’economia di Beirut.

Inoltre, il governo saudita, insieme al Bahrain, al Qatar e agli Emirati Arabi Uniti hanno sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Libano e minacciato ulteriori penalizzazioni finanziarie.

Il Paese dei Cedri diventa nuovamente il campo di battaglia della guerra, per ora non armata, tra le grandi potenze regionali. A scatenare la forte reazione Saudita è stato l’accordo raggiunto tra la Repubblica Iraniana e la comunità internazionale sulla proliferazione nucleare, che ha portato alla fine delle sanzioni economiche imposte all’Iran. Con l’uscita dall’isolamento di Teheran la monarchia del Golfo a visto concretizzarsi le paure che hanno condizionato la sua politica regionale dal 1979, dalla rivoluzione islamica di Khomeyni.

“Fin dalla nascita dello stato Sciita l’Arabia Saudita lo ha visto come una minaccia per il futuro del suo ruolo egemone nell’area.” A parlare è un diplomatico libanese che ha chiesto di non essere nominato. “In questi anni era stata rassicurata dalla posizione compatta dei paesi occidentali, che aveva lasciato l’Iran nell’angolo con lo storico alleato russo. In quasi quaranta anni la lunga guerra con l’Iraq, le sanzioni economiche, l’embargo petrolifero e i tentativi di destabilizzazione interna non sono riusciti a indebolire l’Iran, che ora si presenta come l’antagonista più pericoloso dell’Arabia. Il governo Saudita ha spinto invano affinché gli Stati Uniti non raggiungessero un’intesa con l’Iran. L’accordo è stato concluso e inoltre, la Repubblica islamica dell’Iran sta estendendo la sua influenza in Siria e Yemen, per non parlare del Libano.”  

Per la prima volta nella loro storia i leader sauditi hanno scelto il confronto diretto, invece di continuare a condurre le loro guerre per procura.

“È il timore del successo, almeno regionale, del mondo sciita che ormai guida la politica dell’Arabia Saudita. Cerca di ristabilire la sua egemonia non solo in Libano – dice ancora il diplomatico - dopo il forte sostegno dato alle fazioni, anche le più integraliste, che si opponevano al governo siriano si è messa alla guida della coalizione che da tredici mesi bombarda i ribelli houthi in Yemen.”

La strategia di Riyadh nei confronti del Libano mette, però, a rischio la già fragile stabilità economica e politica del Paese.

Un grido d’allarme è stato lanciato recentemente da Mohammad Choucair, il potente presidente dell’Unione delle Camere di Commercio, Industria e Agricoltura, che ha messo in guardia contro il “collasso economico e la conseguente e inevitabile esplosione sociale che si potrebbe scatenare se le azioni di sabotaggio dei nostri fratelli degli Stati del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, continueranno.”

Un timore diffuso regna nel mondo degli affari circa ciò che può ancora succedere. Nonostante le assicurazioni fornite dall’ambasciatore saudita in Libano, gli emigrati libanesi temono per i loro posti di lavoro e il rinnovo della carta di soggiorno. Ci sono circa 500.000 libanesi nel Golfo, 300.000 solo in Arabia Saudita.

Forti sono anche i timori per l’agricoltura. “Cosa succederà alla nostra economia se i paesi del Golfo decidono di chiudere le loro frontiere alle esportazioni libanesi? Quei mercati rappresentano il 75% delle nostre esportazioni agricole.” Ha detto ancora Mohammad Choucair.

In un quadro di estrema instabilità senza dubbio il Libano sta pagando un prezzo molto alto al braccio di ferro tra Arabia Saudita e Iran, e non è facile immaginare le conseguenze.

Lo scontro tra le potenze sunnite e sciite, però, ha ormai ampiamente superato i confini della regione, trasformandosi nella guerra al ribasso del prezzo del petrolio e influenzando pesantemente l’economia mondiale.

“Il crollo del prezzo del greggio rappresenta un grave problema per la maggior parte dei produttori, anche per quelli più grandi come l’Arabia– dice Ahmed Zahatar, docente all’università libanese – ma proprio ai sauditi fa piacere il prezzo basso.” Nonostante l’emorragia finanziaria, al ritmo di un centinaio di miliardi di dollari l’anno, duri ormai da più di dodici mesi i sauditi hanno ottime ragioni politiche per tenere ancora a lungo bassa la quotazione del petrolio. “Se l’Arabia Saudita sta male, probabilmente il suo avversario regionale, l’Iran, sta anche peggio con il prezzo intorno ai 40 dollari al barile. Questo è l’obiettivo primario che i leader sauditi vogliono raggiungere con la politica del prezzo basso del greggio.”

Si stima che la compagnia statale Aramco, che estrae il greggio saudita, abbia un prezzo di break-even fra i 10 e 20 dollari. Aramco rappresenta circa l’80% delle entrate statali della monarchia saudita, e finanzia tutte le spese di Palazzo, dai sussidi all'istruzione allo stile di vita della famiglia Saud. Si ritiene che nel complesso per andare a pareggio all’Arabia Saudita occorra un barile a 100 dollari, le stime più basse vedono il prezzo di pareggio a 86 dollari.

Negli ultimi decenni le sanzioni all’Iran hanno fatto la differenza. L’Arabia Saudita ha potuto vendere liberamente il proprio petrolio accumulando riserve per 700 miliardi di dollari, che le permettono di sopravvivere alcuni anni con prezzi del petrolio ai minimi termini. L’embargo ha, invece impedito all’Iran la libera vendita del suo greggio e l’accumulo di ricchezza.

“Nei prossimi mesi, grazie all’accordo sul nucleare, l’Iran potrà tornare sul mercato con prezzi molto concorrenziali rispetto a quelli sauditi – continua Zahatar - il prezzo di break-even per la compagnia petrolifera nazionale iraniana probabilmente non è diverso rispetto a quello della controparte saudita, e anzi secondo alcuni Teheran potrebbe addirittura produrre petrolio a un solo dollaro al barile. Tuttavia, il prezzo di break-even per sostenere le spese della Repubblica islamica arriva a 130 dollari, anche se con l’espansione della produzione questa cifra potrebbe abbassarsi a 70 dollari”.

Il rientro dell’Iran sui mercati internazionali è un problema per l'Arabia Saudita per un motivo molto semplice: Teheran potrà utilizzare il denaro che arriverà dalla vendita aggiuntiva di petrolio per sostenere gruppi che combattono le guerre per suo conto in vari paesi del Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen passando per l'Iraq. Quel denaro, inoltre, potrebbe essere utilizzato per sostenere gli sciiti che vivono in paesi governati da sunniti, come l’Arabia Saudita e il Bahrein.

Un prezzo del petrolio ai minimi termini riduce di molto le capacità di manovra dell’Iran nel suo tentativo di affermarsi come potenza regionale in Medio Oriente e come protettore degli sciiti, ed è questa la ragione che spinge la monarchia saudita a tenerlo basso il più a lungo possibile.

@MauroPompili

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