Il martire per la libertà: analisi e significato della morte di Burhan Wani

A dieci giorni dalla morte del comandante di Hizbul Mujahideen, Burhan Wani – Matteo Miavaldi ne ha parlato qui -, il Kashmir indiano è tuttora ostaggio di un severo coprifuoco, internet e le linee telefoniche sono sospesi e da quattro giorni è stata vietata l’attività ai giornali locali. Il numero delle vittime è salito a 46, e i feriti sono circa 3500.

Funerale di un guerrigliero kashmiri, Agosto 2015. Credit: Danish Ismail/Reuters

Ecco come la più affollata democrazia del mondo stringe a sé in un mortifero abbraccio una terra a cui sembra non voler rinunciare per nessun motivo.

Una fotografia dei funerali di Burhan rievoca fantasmi del passato: 20.000 persone provenienti da tutta la valle rendono omaggio al loro “eroe”, mentre i commilitoni escono allo scoperto e sparano in aria. Tutti segnali del rinnovato supporto della popolazione ai militanti armati, espressione collettiva del sentimento contro le forze di occupazione, che da qualche tempo aveva già cominciato a manifestarsi: le processioni funerarie per i guerriglieri erano sempre più affollate e spesso i civili lanciavano pietre ai militari durante le incursioni alla ricerca dei ribelli.

Il funerale di Burhan Wani, 9 luglio 2016. Credit: Reuters

Numerosi giornalisti ed analisti in questi giorni hanno sostenuto che la morte di Burhan potrebbe costituire l’apertura di un nuovo capitolo della resistenza kashmiri: il ritorno delle armi.

L’insurrezione degli anni ‘90

Dopo decenni di governi fantoccio controllati da New Delhi, nel 1987, l’ennesima tornata di elezioni pilotate segnò la definitiva perdita di fiducia nei confronti dell’amministrazione indiana. Iniziarono accese proteste, ma qualcosa di nuovo era nell’aria. Negli anni appena precedenti, numerosi giovani avevano attraversato clandestinamente il confine e in Pakistan erano stati addestrati per combattere a fianco dei mujahideen afghani contro l’Unione Sovietica. Terminato quel conflitto, decisero che era venuto il momento di liberare la loro patria.

Due furono i principali gruppi armati di quel periodo: Jammu and Kashmir Liberation Front, sostenitore dell’indipendenza, il quale depose le armi nel 1994; Hizbul Mujahideen – “i guerriglieri sacri” – organizzazione di stampo islamista finanziata dai servizi segreti pakistani. Dopo la svolta non violenta del JKLF, questo fu il gruppo più attivo nella valle che si batteva per l’annessione al Pakistan, soluzione preferita dalla maggioranza dei kashmiri a quel tempo.

I ribelli erano salutati come dei salvatori nelle città in cui sfilavano e la popolazione era ben disposta ad offrirgli rifugio nelle proprie abitazioni. Sempre più giovani, affascinati dal “romanticismo” della lotta armata, si arruolavano, convinti che la lotta per l’azadi – libertà in urdu - sarebbe di lì a poco terminata con trionfo.

Tuttavia l’ingenuo entusiasmo inziale ben presto fu ridimensionato dal pugno di ferro esercitato dalle truppe indiane.

Le lotte interne tra i gruppi armati, l’insoddisfazione della popolazione di fronte all’aumento di elementi non autoctoni all’interno della guerriglia e la durissima repressione sono gli elementi che, alle soglie del nuovo millennio, sancirono la sconfitta del Tehreek, “il movimento”, come viene denominata la lotta per l’autodeterminazione in Kashmir.

Quel decennio è un elemento inossidabile nella memoria dei civili, presi di mira dall’esercito indiano per scoraggiarne il supporto ai militanti: migliaia di persone sparite nel nulla – poi ritrovate in fosse comuni -, quotidiani raid e incursioni nelle abitazioni, stupri di massa, abusi e una spietata rete di informatori. Anche se un freddo elenco di questo genere potrebbe andare avanti, senza però restituire pienamente la realtà di quel tempo, limitiamoci alla crudeltà dell’aritmetica: dall’89 sono morte tra le 70mila e le 80mila persone e 8.000 sono scomparse nel nulla.

Guerriglia 2.0: la nuova fase

Burhan Wani è parte di quella generazione nata all’ombra delle armi, figlia di un passato violento mai risolto, irredento, che fu protagonista di una nuova insurrezione nel 2008 e nel 2010. Questa volta però le armi erano state sostituite dalle pietre. Ancora una volta l’azadi sembrava a portata di mano e invece il risultato finale furono soltanto altre vittime: 120 in un’estate. Wani, come altri, è rimasto scottato da quella sconfitta, ed ha deciso di adottare una strategia ritenuta più efficace: combattere, il più possibile, ad armi pari contro l’occupazione indiana. Una nuova ondata di arruolamenti è stata probabilmente il principale effetto della frustrazione post 2010.

Sarebbe però un grosso errore di analisi sovrapporre gli anni ’90 con questo nuovo scenario. I giovani oggi sono meglio istruiti, provengono da buone famiglie, magari hanno anche con un buon lavoro. Sono più convinti e consapevoli della scelta che fanno quando decidono di lasciare tutto per una causa più grande. Inoltre, l’ingombrante ingerenza del Pakistan negli anni ’90 non è più presente. I guerriglieri non attraversano più il confine ma vengono addestrati direttamente nella valle e nei loro cuori c’è spazio per una nazione soltanto: il kashmir indipendente. Dal momento della Partition nel 1947, il Pakistan non è mai stato così lontano.

Un’altra inedita caratteristica è l’uso dei social network e di internet. Al contrario di molti altri che celano la loro identità, Burhan Wani ha costruito gran parte della sua popolarità grazie alla diffusione di messaggi in rete – come nell’ultimo video rilasciato in cui, tra le altre cose, si scaglia contro il progetto di rimpatrio dei Pandit di cui ho parlato recentemente. Vale la pena soffermarsi qualche momento su di una fotografia diventata virale qualche mese fa.

Ritratto di Burhan Wani circolato sui social network.

Burhan, con lo sguardo determinato, indossa la tuta mimetica e imbraccia il kalashnikov circondato dalle montagne della valle. Quest’immagine afferma in maniera viscerale il volto umano dei militanti. e rinsalda il patto di sangue con la terra per la quale combattono. Quelli che il governo e la stampa indiana vorrebbero come infiltrati pakistani o terroristi, altri non sono se non giovani kashmiri sempre più considerati eroi e difensori della valle, proprio come all’inizio degli anni ’90. Ecco che allora il valore simbolico di questa fotografia si traduce in un prepotente ritorno della guerriglia nell’immaginario collettivo ed eleva Burhan Wani ad icona di nuovo momento del Tehreek.

Ad oggi siamo lontani dai numeri dell’89 – intorno ai 60.000 – ma la morte del comandante potrebbe determinare un deciso incremento numerico di coloro che sceglieranno di emularne le gesta – anche di fronte ad una pressoché nulla strategia da parte dei leader separatisti.

Ecco perché sono in molti a temere un nuovo e terribile scenario in cui la causa kashmiri reclamerà il sacrificio di un’altra generazione nel rinnovato tentativo di mettere fine all’oppressiva occupazione iniziata nel 1947.

@cam_pasquarelli

 

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