Il Messico offre aiuto al Texas sotto’acqua, mentre arrivano i primi prototipi del muro

I messicani  sono pronti a varcare la frontiera per  dare una mano ai vicini.  E rafforzare la loro posizione nei negoziati con Washington.  Il Governatore accetta.  Ma Trump nicchia. E studia i primi modelli della barriera.

Una stazione di servizio sommersa dall'acqua dopo il passaggio del ciclone Harvey a Rose City, Texas, Stati Uniti, il 31 agosto 2017. REUTERS / Jonathan Bachman
Una stazione di servizio sommersa dall'acqua dopo il passaggio del ciclone Harvey a Rose City, Texas, Stati Uniti, il 31 agosto 2017. REUTERS / Jonathan Bachman

Almeno quarantasei persone sono morte in Texas a causa dell’uragano Harvey, uno dei più potenti degli ultimi anni, che negli scorsi giorni si è abbattuto con particolare violenza nell’area della città di Houston e che si è poi spostato, perdendo intensità, verso lo stato limitrofo della Lousiana. Sia dal vivo che online il presidente Donald Trump – che si è già recato in Texas martedì, e una seconda visita è prevista per sabato – ha abbondantemente lodato il sistema dei soccorsi e si sarebbe anche detto pronto a donare personalmente un milione di dollari alle vittime delle inondazioni, ma ha scelto di non commentare l’offerta di aiuto proveniente dal Messico.

La scorsa domenica il paese che Trump ha sostenuto essere un nemico degli Stati Uniti ha espresso la sua solidarietà e si è detto pronto ad inviare aiuti economici ed umanitari in Texas e a collaborare con le autorità locali per fronteggiare le conseguenze della calamità, «come i buoni vicini dovrebbero sempre fare in tempi difficili»: nel 2005, infatti, l’allora presidente Vicente Fox spedì truppe, medicine e viveri nella New Orleans colpita dall’uragano Katrina. Città del Messico ha confermato ieri la morte di tre cittadini messicani e la scomparsa di un quarto, tutti a Houston per offrire sostegno volontario agli sfollati.

Mercoledì 30 il governatore del Texas, il repubblicano Greg Abbott, ha detto di aver accettato gli aiuti messicani. Lo stesso giorno il segretario di stato Rex Tillerson, riunitosi a Washington con il ministro degli Esteri Luis Videgaray, ha ringraziato, ma senza andare oltre, il governo di Enrique Peña Nieto. «È stato molto generoso da parte del Messico offrire il suo aiuto in questo momento molto, molto difficile», ha detto Tillerson. «È questo quello che fanno gli amici», ha risposto Videgaray. Tanta insistenza sul “buon vicinato” da parte del Messico non è casuale, ma sembra rientrare in una precisa strategia diplomatica finalizzata a migliorare – e magari rafforzare – la posizione del paese davanti agli Stati Uniti nel processo di rinegoziazione del NAFTA, giunto proprio in questi giorni al suo secondo giro di discussioni.

Donald Trump non ha ancora rilasciato una dichiarazione sulla generosa offerta del Messico, né fatto sapere se ha intenzione o meno di accettarla. La Casa Bianca ha parlato di una telefonata tra i due leader nordamericani, che tuttavia il ministero degli Esteri messicano ha smentito attraverso un comunicato: un mese fa le istituzioni messicane avevano anche negato che Peña Nieto avesse chiamato Trump – come sostenuto da quest’ultimo – per complimentarsi con lui per il presunto successo della sua politica migratoria, che avrebbe scoraggiato le partenze dal Centroamerica e ridotto gli attraversamenti illegali del confine sud del Messico.

Domenica 27 agosto, lo stesso giorno in cui il Messico proponeva l’invio di aiuti umanitari, Trump ha scritto su Twitter che «Essendo il Messico una delle nazioni con il più alto tasso di criminalità al mondo, abbiamo bisogno del MURO. Il Messico lo pagherà attraverso un rimborso o altro». Lo scorso giovedì la sua amministrazione ha inoltre annunciato di aver scelto quattro imprese che dovranno costruire quattro prototipi di barriera a San Diego, in California. Ma non è chiaro quale forma avrà, se ce l’avrà, questo ipotetico muro al confine. Il Congresso ha stanziato 20 milioni di dollari per i prototipi, ma per realizzare il maestoso progetto trumpiano ci vorranno circa 21 miliardi e mezzo. E perfino lo stesso presidente sembra essersi convinto – se escludiamo le parole volutamente estremiste pronunciate durante i comizi, come quello recente di Phoenix – dell’impossibilità di costringere il Messico a pagarne la costruzione: nel corso di una telefonata privata con Peña Nieto risalente al 27 gennaio ha definito il muro «la cosa meno importante di cui stiamo parlando», e a luglio ha abbandonato l’idea di una barriera «impenetrabile» in favore di una recinzione incompleta e provvista di aperture.

@marcodellaguzzo

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