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Il nuovo ruolo della Turchia nello scacchiere internazionale

La netta vittoria del partito islamico Akp nelle ultime elezioni parlamentari in Turchia, lo scorso primo novembre, è soprattutto una vittoria del Presidente Erdogan: la sua strategia della tensione ha pagato. Grazie all'infiammarsi dello scontro con i guerriglieri marxisti del Pkk curdo e al dilagante senso di insicurezza, i voti dei nazionalisti – e forse anche della componente più conservatrice-islamica degli stessi curdi – sono confluiti sul suo partito.

Turkey's President Tayyip Erdogan attends a Republic Day ceremony at Anitkabir, the mausoleum of modern Turkey's founder Ataturk, in Ankara, Turkey, October 29, 2015. Turkey marks the 92nd anniversary of the Turkish Republic. REUTERS/Umit Bektas

Mancata di poco la soglia numerica di deputati per modificare senza difficoltà la Costituzione (ne servono 330 e l'Akp ne ha guadagnati 316), gli analisti ritengono comunque questo obiettivo a portata nel prossimo futuro per Erdogan, che non ha mai fatto mistero di propugnare una svolta presidenzialista. Ma se all'interno della Turchia la presa del leader islamico si fa sempre più forte – le ultime notizie che arrivano da Ankara parlano di ennesimi arresti di giornalisti ostili a Erdogan  -, verso l'esterno la sua linea rimane traballante e potenzialmente pericolosa.

I rapporti con il mondo sciita – Iran, Iraq, Hezbollah libanese etc – si sono deteriorati negli ultimi cinque anni, da quando Erdogan, abbandonando la tradizionale linea turca “nessun attrito coi nostri vicini”, ha deciso di supportare la Primavera araba in Siria per rovesciare il dittatore alawita (setta assimilata agli sciiti) Bashar al Assad. All'epoca la Turchia coltivava infatti l'obiettivo di avere un ruolo di “madrina” nei confronti delle ribellioni capeggiate dai Fratelli Musulmani che stavano dilagando nel mondo arabo, e riconquistare così un ruolo egemone nella regione. Degenerata in una proxy war tra Teheran e Riad, la guerra civile siriana ha visto comunque la Turchia al fianco dei Sauditi nell'aiutare i ribelli – anche i qaedisti, e per un certo periodo pare anche lo stesso Stato Islamico - pur di abbattere il regime di Damasco, specularmente aiutato dall'asse sciita (Ankara è anche sospettata di aver favorito per lungo tempo l'Isis in ottica di contrasto ai curdi siriani, che nel nord del Paese stanno costruendo un'entità autonoma).

Sempre a causa della vicenda siriana i rapporti si sono logorati anche con la Russia di Putin, recentemente entrata nel conflitto. La decisione del Cremlino di intervenire in aiuto di Assad, e di concentrare i propri bombardamenti prevalentemente sui ribelli non legati all'Isis – quelli appunto sostenuti apertamente tra gli altri dalla Turchia –, ha portato Ankara ad alzare i toni nei confronti di Mosca, minacciando ritorsioni anche di carattere economico (in particolare sul gasdotto Turkish Stream, che Gazprom vorrebbe costruire per aggirare il blocco di Paesi dell'Est Europa ostili alla Russia, Ucraina in primis). Così svaniscono anni di avvicinamento tra Putin ed Erdogan, che sperava nella sponda russa per compensare la freddezza degli storici alleati occidentali.

Gli Stati Uniti sono infatti da tempo in rapporti tesi con la Turchia governata dall'islamico Akp. L'atteggiamento di Erdogan verso Israele – ostile come mai prima nella storia della Repubblica turca – ha già anni fa raffreddato i rapporti con gli Usa, e il recente malcelato supporto al terrorismo islamico in ottica anti-Assad e anti-Curdi in Siria ha fatto il resto (anche considerato che i curdi siriani sono alleati degli Usa, e vengono utilizzati come fanteria contro il Califfato). Washington non può rinunciare all'alleanza con Ankara, secondo esercito della Nato e Paese strategicamente posizionato a cavallo tra Asia ed Europa, specie in un periodo di tensioni con la Russia. E viceversa. Tuttavia la partnership è logora come non mai, e se la Turchia è sembrata a lungo sorda ai richiami degli Usa di dare un reale sostegno contro lo Stato Islamico, specularmente ora sembra sorda l'America verso gli avvertimenti turchi a non dare troppo spazio (e armi) ai movimenti curdi.

Anche l'Unione Europea è poi in una fase di gelo verso Erdogan, specie per le gravi violazioni della libertà di stampa e dei diritti civili che vanno intensificandosi con il permanere del presidente al potere. Ma Bruxelles ha sopra la testa la spada di Damocle dei rifugiati siriani: i due milioni attualmente ospitati in Turchia se, a fronte di un cambio di linea da parte del governo turco, dovessero decidere di cercare rifugio in Europa, rappresenterebbero una bomba (politica più che demografica) per la stabilità europea. Quindi, suo malgrado, si vede costretta a trattare.

La linea di politica estera tenuta finora da Erdogan – specie il sostegno alla Fratellanza Musulmana, anche divenuta palese la recrudescenza delle Primavere arabe in uno scontro tra sunniti e sciiti, fomentato dalla rivalità iraniano-saudita – non risulta meno fallimentare se si guarda al campo dei suoi teorici “alleati” sunniti. Anzi. I Saud, alleati della Turchia in Siria nel sostenere i ribelli contro Assad, sono una monarchia wahabita (una setta ultraconservatrice dell'islam sunnita) e considerano da sempre i Fratelli Musulmani come una organizzazione terroristica. La partnership con Ankara si è infatti intensificata nel momento in cui la Fratellanza ha perso terreno nel dopo-Primavere arabe (golpe militare in Egitto di Al Sisi, elezioni in Tunisia dove vincono i laici, seconda guerra civile libica etc) e Assad ha cominciato a macinare vittorie in Siria: le differenze sono state accantonate e di fronte al nemico comune sciita è stato trovato un accordo. Ma le agende di lungo periodo restano differenti.

Discorso simile per l'Egitto: Al Sisi ha restaurato il potere laico e militarista e ha messo fuori legge i Fratelli Musulmani (che avevano vinto le precedenti elezioni, portando Mohammed Morsi alla carica di presidente), fino a quel momento fortemente supportati da Erdogan. Ora poi Turchia e Egitto sono alle soglie di una proxy war in Libia. Mentre Ankara sostiene il governo islamista di Tripoli (politicamente dominato dalla Fratellanza), il Cairo sostiene il governo laico di Tobruk (in particolare il generale Khalifa Haftar, anch'egli sospettato di avere mire golpiste).

Erdogan si trova dunque ora di fronte a un bivio: sfruttare il ritrovato consenso interno per mantenere salda la sua linea, oppure approfittare della forza che gli hanno conferito le elezioni per imprimere una svolta anche in politica estera. Il primo caso, ritenuto più probabile da diversi esperti, avrebbe quasi certamente l'effetto di esasperare l'isolamento internazionale della Turchia, con ripercussioni su tutti gli scenari in cui Ankara vanta degli interessi. In primo luogo, la questione curda.

@TommasoCanetta

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