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Il petrolio siriano al cuoco di Putin

Se c’è di mezzo il Medio Oriente c’è di mezzo il petrolio. Questo è stato leitmotiv degli anni Novanta e Duemila ogni qualvolta qualche paese occidentale si affacciava più o meno militarmente sui deserti del mondo arabo. Un leitmotiv che trovava spesso conferma, come in Iraq (nel 1991 più che nel 2003) o, più recentemente, in Libia. In altre occasioni, però, l’automatismo intervento occidentale-petrolio è stato molto forzato, fino a diventare quasi surreale come nel caso della Siria, minuscolo produttore prima del conflitto e che a causa dell’aumento della domanda interna si apprestava a diventare un importatore netto.

Un lavoratore mostra il prodotto finale in una raffineria petrolifera improvvisata nella città di Marchmarin, nella campagna meridionale di Idlib, in Siria. REUTERS/Khalil Ashawi
Un lavoratore mostra il prodotto finale in una raffineria petrolifera improvvisata nella città di Marchmarin, nella campagna meridionale di Idlib, in Siria. REUTERS/Khalil Ashawi

Ebbene, anche se l’intervento straniero può avere sempre come interesse principale il petrolio, quest’ultimo può diventare una moneta utile per ripagare generosamente il suddetto intervento. È questo quanto sta accadendo in questi mesi proprio in Siria, dove a fine 2016 il governo di Bashar al-Assad ha firmato un contratto per assegnare un quarto delle rendite oil&gas a Evropolis, una corporation di proprietà dell’oligarca russo Evgeny Prigozhin. Secondo il memorandum of understanding, la cui esistenza è emersa solo negli ultimi giorni, il diritto si estenderebbe su tutti quei giacimenti che Evropolis contribuirà a liberare dallo Stato Islamico. Quest’ultima condizione aiuta a chiarire alcune dinamiche poco chiare che aveva caratterizzato la recente espansione del regime e dei suoi alleati nell’est del paese verso il confine iracheno. Mentre finora si era parlato prevalentemente della partecipazione di milizie siriane e straniere a guida iraniana, negli ultimi giorni sta emergendo in modo più chiaro il ruolo chiave giocato anche da centinaia di mercenari russi ingaggiati da compagnie come Evropolis in cambio, appunto, di concessioni sulle rendite oil&gas. La notizia della firma è stata riportata dall’agenzia di stampa russa Fontanka, la quale riporta anche come la compagnia Evropolis sia stata fondata nella seconda metà del 2016, probabilmente appositamente per portare a termine operazioni in Siria. Prigozhin, il proprietario, ha scalato rapidamente il mondo economico russo grazie ai suoi stretti contatti con il Cremlino, di cui è stato per anni il principale fornitore di servizi di catering, background che ancora oggi vale a Prigozhin il soprannome di “cuoco di Putin”.

Ormai da mesi si vociferava che il regime pianificasse di usare in modo estensivo le limitate risorse naturali del paese per ripagare i propri alleati internazionali per il loro intervento determinante, anche se finora non erano usciti dettagli sui contratti. L’unico accordo simile emerso in passato era quello relativo allo sviluppo dei giacimenti siriani di fosfato. Il mese scorso la concessione era infatti stata data dal regime alla compagnia russa Stroytransgaz, un atto che aveva perplesso gli osservatori: un contratto per gli stessi giacimenti era infatti stato firmato a inizio anno a Teheran dal regime con alcune compagnie iraniane. Il Ministero siriano del Petrolio ha però recentemente confermato che Stroytransgaz avrebbe già iniziato a lavorare sui giacimenti. Nessuna reazione iraniana è emersa finora, ma il rimpallo dei contratti sulle risorse naturali sembra rientrare nella tattica usata finora del regime di affidarsi e fare concessioni a un alleato all’altro a seconda della momentanea convenienza politica.

Difficile quindi dire quale sarà la spartizione definitiva delle risorse naturali siriane dopo il conflitto. Ma che vadano alla Russia o all’Iran, di sicuro per ora c’è solo che gran parte di esse non andranno nella ricostruzione di un paese devastato da sei anni di conflitto.

@Ibn_Trovarelli

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