Il pragmatismo della Giordania sulla Siria. Intervista a Osama Al Sharif

Osama Al Sharif è un veterano dell’analisi politica in Medio Oriente. Da trent’anni collabora con giornali e riviste della regione, oltre che conprestigiosi think tank occidentali, come il washingtoniano Middle East Institute. Abita ad Amman e in una conversazione con Eastonline racconta la delicata fase che sta attraversando la Giordania, per via della guerra in Siria e, più in generale, della sfida lanciata dall’Islam radicale.

A Jordanian soldier helps Syrian refugees, who are stuck between the Jordanian and Syrian borders, as they crossing into Jordan after a group of refugees had crossed into Jordanian territory, near the town of Ruwaished, at the Hadalat area, east of the capital Amman, May 4, 2016. REUTERS/Muhammad Hamed

“La posizione del regno hashemita all’interno del conflitto siriano”, spiega Osama, “è stata descritta spesso come una neutralità positiva. Significa che, se da un lato la monarchia sostiene una soluzione politica alla guerra civile, mantiene comunque la porta aperta ad altre opzioni, di pari passo con lo sviluppo degli avvenimenti a Damasco. Alla base ci sono sempre considerazioni di sicurezza nazionale. Amman deve tenere gli occhi vigili sul fronte meridionale della guerra, dove l’obiettivo è quello di impedire ai terroristi dello Stato Islamico di minacciare il confine siro-giordano”.

Al Sharif sviscera ulteriormente il concetto di “neutralità positiva”. “La Giordania”, dice, “è parte della coalizione messa in piedi dagli Stati Uniti contro il Califfato, e collabora con gli stessi americani e con i sauditi nel sostenere la lotta del Free Syrian Army per rovesciare Assad. Allo stesso tempo, Re Abdullah crede che il coinvolgimento della Russia in Siria possa essere usato per mettere pressione sul regime e spingerlo ad unirsi al processo politico. Oltretutto, la Giordania non ha tagliato i rapporti con Damasco, tant’è che l’ambasciata siriana ad Amman è rimasta aperta. Questa posizione è legata all’adozione, da parte del re, di una politica flessibile, in grado di adattarsi alle circostanze. Rispetto a quello di altri Paesi, si tratta sicuramente di un approccio molto più pragmatico”.

Un giornale on line vicino ai ribelli siriani, Arabi21, ha scritto che, secondo una fonte diplomatica di Riad, l’Arabia Saudita ritiene che la Giordania sia legata all’operazione che, lo scorso 25 dicembre, ha colpito a morte Zahran Alloush, leader di Jaish al-Islam, il gruppo d’opposizione più potente nella zona di Damasco (sostenuto dagli stessi sauditi). Questo fatto avrebbe portato a grandi tensioni tra Riad ed Amman. Osama smentisce categoricamente: “Non c’è alcuna prova che la Giordania sia stata coinvolta nell’uccisione di Alloush. La tesi prevalente è che sia stato colpito dai russi. Anzi, Amman sta stringendo legami forti con l’Arabia, per fronteggiare le interferenze dell’Iran nella regione, e lo scorso 10 aprile il potente ministro della Difesa, nonché vice principe ereditario, Mohammed bin Salman – il nuovo uomo forte del regime saudita, ndr – ha incontrato ad Aqaba re Abdullah”.

Il vero pericolo, per la monarchia hashemita, è il jihad. Secondo le stime prevalenti, circa duemila militanti giordani hanno raggiunto i campi di battaglia per unirsi allo Stato Islamico. In patriale relazioni con l’Islam politico si sono fatte più tese negli ultimi anni. “Sotto re Abdullah”, spiega Osama, “i rapporti tra il palazzo e i Fratelli Musulmani sono peggiorati e questa frattura è cresciuta durante la primavera araba, quando gli islamisti sono scesi in piazza per criticare il re e per domandare l’introduzione di una vera monarchia costituzionale. Ora i Fratelli Musulmani sono divisi e deboli, ma la loro vera forza verrà testata nelle prossime elezioni, se la leadership deciderà per la partecipazione del movimento, dopo anni di boicottaggio”.

Nel frattempo, però, le Camere hanno approvato alcuni emendamenti alla Costituzione giordana che conferiscono al re il potere di nominare i vertici militari, quelli delle forze di sicurezza, della polizia, del Senato e della Corte Costituzionale, senza il parere del governo. Ad alcuni è sembrato un passo indietro rispetto alla riforma del 2011, che aveva limitato i poteri della Corona. Al Sharif sostiene che c’è bisogno di tempo per comprendere le intenzioni del re: “Sebbene non sia stato ufficialmente confermato dall’esecutivo, dietro gli ultimi emendamenti alla Costituzione c’è la volontà di separare i poteri ed aprire la strada alla creazione di governi parlamentari, strappando dalle manovre politiche le principali cariche militari e quelle in materia di sicurezza. Non tutti, però, sono d’accordo con questo passaggio e temono che possa fare tornare indietro il Paese, dopo le riforme politiche degli ultimi anni. Si dice che la Giordania guardi all’esempio del Marocco. Quando ci saranno le nuove elezioni, alla fine dell’anno, si capirà se la mossa avrà portato a un governo parlamentare oppure no”.

@vannuccidavide

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