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Il racconto di un ex combattente marocchino, partito per la Siria e tornato pieno di rimpianti

Rachid Lemlihi è un giovane marocchino nato nel 1981 a Tetouan, uno dei porti più importanti del Marocco e del Mediterraneo. Suo padre morì quando aveva tre anni e Rachid, provenendo da una famiglia povera, si vide costretto ad abbandonare la scuola e a mettersi a lavorare. Si sposò a 24 anni e oggi che di anni ne ha 33, ha già quattro figli.

 Rachid non era un militante né un estremista e utilizzava molto Internet e i social network, ma solo come veicolo di informazione e di relazioni sociali. A un certo punto il cambiamento e la svolta radicale, che Rachid ha raccontato al giornalista Mohamed Saadouni del quotidiano Al Magharebia, a Salé. «Vedevo le sofferenze del popolo siriano, sfollato nella propria terra; i video su YouTube di chi chiedeva aiuto; soffrivo nel guardare le immagini dei bambini morti, di cui il web è pieno, così decisi di andare in Siria. Partire per me significava fare del bene», racconta.

Gli ultimi dubbi furono fugati dai consigli dei vicini di casa, appena rientrati dalla Siria. Via Facebook i vicini lo misero in contatto con un marocchino che lo avrebbe aiutato a organizzare la trasferta. «Il mio viaggio cominciò all’aeroporto Mohamed V di Casablanca, destinazione Turchia. Là c’era un amico marocchino che mi aspettava con un fuoristrada per avvicinarci al confine, da lì saremmo entrati in Siria».

Poi il racconto delle prime sensazioni. «Appena entrato, fui portato in un grosso edificio a tre piani, un palazzetto che i jihadisti chiamano “guest house”, pieno di comfort: stanze ampie e accoglienti, tv satellitare, Internet. Ero stupito». «Dovevo decidere con quale gruppo di combattenti allinearmi. Il mio amico era un militante dell’ISIS, ma a me lo Stato islamico non piaceva, lo avevo già criticato quando ero ancora in Marocco».

Rachid trascorse due mesi nella guest house, il tempo necessario per riflettere sulla decisione presa e capire che forse non era stata quella giusta. «Quando sono arrivato in Siria ho trovato una realtà diversa da quella che avevo visto nei media. Capii abbastanza velocemente che i combattenti arabi non erano i benvenuti come la propaganda voleva far credere. Ho vissuto i conflitti interni tra i gruppi di estremisti: tra Ansar al-Sharia e il Free Syria Army, per esempio. C’erano combattenti marocchini partiti per aiutare il popolo siriano che invece si erano ritrovati coinvolti in una guerriglia contro altri marocchini di altri gruppi. Ero partito per lottare contro l’esercito di Bashar al-Assad e mi sono ritrovato nel bel mezzo di una guerra tra gruppi rivali, mentre le forze di Assad riprendevano potere».

Per Rachid inizia il tempo del ripensamento. «Avevo paura di morire per una causa nella quale non credevo più e mi sentivo in colpa per aver lasciato soli i miei figli». Aveva tre opzioni: restare e combattere, ma senza motivazione; rifugiarsi in Turchia come un desaparecido; tornare in Marocco e affrontare le conseguenze. «Decisi di rientrare. Cercai di convincermi che le autorità marocchine non mi avrebbero arrestato, al massimo mi avrebbero chiesto qualche informazione sul viaggio. Invece fui catturato appena giunto in aeroporto e oggi sono in attesa di processo. Sono tornato dalla Siria pieno di rimpianti, consapevole di aver fatto la scelta sbagliata».

Quasi un terzo dei jihadisti marocchini si muove dalla zona di Tangeri, seguita da Fez, Casablanca, Tetouan e Salé – scrive El Mundo, citando come fonte la Direzione Generale della Sicurezza Nazionale del Marocco. Il ministro dell’Interno marocchino, Mohamed Hassad, a luglio ha parlato di 1122 jihadisti partiti per il Medio oriente, una cifra che per il capo del Servizi segreti, Yassin Mansouri, a settembre è arrivata a 1193. Secondo un rapporto del Consiglio di Sicurezza all’estero americano i jihadisti marocchini invece oscillano tra i 1500 e i 2000.

La regione nordoccidentale del paese è quella che è maggiormente cresciuta dall’avvento al trono del re Mohamed VI nel 1999, ma gli aspiranti martiri sono quelli che non hanno beneficiato dello sviluppo. «Molti ragazzi tra i 15 e i 25 anni a Tetouan vivono nelle baraccopoli, hanno abbandonato presto la scuola, sono introversi e asociali, e chi lavora, fa il contrabbandiere o l’ambulante», racconta Ben Aissa, direttore della ONG “Osservatorio del Nord sui diritti umani”, impegnata a monitorare il fenomeno jihad.

Lo Stato islamico ormai è diventato una questione di sicurezza anche per il Marocco, ha spiegato Nasser Bourita, segretario generale del ministero degli Esteri. Sei  marocchini occupano persino posizioni di responsabilità all’interno di ISIS: detengono la Giustizia, la Finanza, l’Interno; c’è un generale e persino un emiro. Per contenere il pericolo terrorismo, Rabat a fine ottobre ha lanciato l’operazione “Hadar” (Attenzione), preposta a monitorare le infrastrutture a rischio, principalmente gli aeroporti.

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