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Il sogno cinese del Pakistan

“Un momento storico”, è questa l’espressione utilizzata da molti commentatori pakistani per descrivere la visita nel Paese da parte del Presidente cinese Xi Jinping. In primo luogo, per gli enormi benefici economici che deriveranno dagli accordi siglati il 20 aprile: 51 in totale, per un valore complessivo di 28 miliardi di dollari, ai quali verranno aggiunti altri 18 miliardi negli anni successivi. I primi progetti verranno completati nel 2018, mentre il termine di tutti i lavori è stato stabilito al 2030. Gran parte dei soldi verrà da banche o investitori privati cinesi, ma un importante ruolo nel finanziamento del “Corridoio Economico Cina-Pakistan” (CECP) dovrebbe essere affidato anche alla neo-nata Asian Infrastructure Investment Bank, istituzione-pilastro della strategia di potenza cinese, alla quale hanno già aderito 57 Paesi.

Infographic Daniele Grassi



La storicità del momento, tuttavia, non è solo legata alla possibilità per il Pakistan di sfruttare il potenziale economico creato dal CECP per imporsi come una delle nuove “tigri asiatiche”, ma anche a considerazioni di altro tipo. La rete infrastrutturale che collegherà il Paese alla Cina vale molto più di mille dichiarazioni di amicizia e fratellanza.

“Più profonda degli oceani, più alta delle montagne, più forte dell’acciaio, più dolce del miele”, è questo il ritornello che scandisce tutti gli incontri tra le autorità cinesi e pakistane. Sino a pochi giorni fa, tuttavia, si registrava molta distanza tra la retorica e i fatti: nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, infatti, l’interscambio commerciale tra Cina e Pakistan si è attestato nel 2014 appena al di sopra dei 10 miliardi di dollari. La realizzazione del “corridoio economico” rappresenta, invece, un atto di grande fiducia da parte di Pechino, la garanzia di un’alleanza destinata a durare nel tempo. Un progetto a lungo termine che, in definitiva, segna la distanza tra la politica cinese e quella americana nella regione. A questo proposito, basti qui paragonare la portata del CECP a quella del piano “Kerry-Lugar”, annunciato in pompa magna dagli USA nel 2009. Quest’ultimo prevedeva lo stanziamento, nell’arco di 5 anni, di un totale di 7,5 miliardi, troppo pochi per consentire a un’economia in crisi come quella pakistana di poter intraprendere un percorso di crescita di medio-lungo termine.
Il rischio maggiore per il Pakistan è quello di accrescere la propria dipendenza dall’alleato cinese, con una conseguente riduzione dei margini di manovra in politica estera (e non solo). Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi che non sembra spaventare le autorità di Islamabad, troppo bisognose di uno sponsor economico e diplomatico per potersi permettere il lusso di resistere alle avances di Pechino. Al contrario, proprio la consapevolezza di poter contare su un alleato così forte potrebbe aver favorito il rifiuto pakistano di partecipare alle operazioni militari saudite nello Yemen. Uno scenario quasi inimmaginabile sino a pochi mesi fa, poiché troppo forte era il potere di ricatto di Riyadh nei confronti di Islamabad. Oggi, invece, il Pakistan appare più preoccupato a non destabilizzare ulteriormente il quadro di sicurezza interno (un suo intervento nello Yemen avrebbe inevitabilmente esacerbato le tensioni tra sunniti e sciiti) e a non irritare il vicino iraniano, soprattutto alla luce del progressivo riavvicinamento di Teheran alla comunità internazionale. Non a caso, proprio la Cina si sarebbe offerta di finanziare parte del gasdotto che dovrebbe collegare l’Iran al Pakistan, il cosiddetto “gasdotto della pace”, progetto che, una volta realizzato, potrebbe essere poi esteso al territorio cinese, consentendo a Pechino di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico.
L’alleanza sino-pakistana potrebbe, dunque, rappresentare un importante pilastro del nuovo ordine internazionale. Il 20 aprile, il Primo Ministro pakistano, Nawaz Sharif, ha dichiarato “oggi abbiamo programmato il nostro futuro”, a conferma del valore strategico degli accordi siglati. Permangono, invero, molte incognite, in primo luogo la capacità del Pakistan di contrastare efficacemente i gruppi estremisti stabiliti sul proprio territorio nazionale. Le prospettive, però, sono rosee e vale forse la pena partire da alcuni dati certi per comprendere da dove si parte e dove si può arrivare.
 
Ecco alcuni numeri per comprendere il CECP e l’alleanza tra Pechino e Islamabad:

46 miliardi: è il valore complessivo del CECP. 28 da spendere entro il 2018 e i restanti 18 entro il 2030, termine ultimo per la realizzazione dei progetti.

16.400 MW: è l’aumento della capacità di produzione elettrica derivante dalla realizzazione dei progetti previsti dal CECP. Quello energetico è il settore che più beneficerà degli investimenti cinesi. Si tratta, infatti, di uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico del Pakistan: secondo vari studi, la crisi energetica costa annualmente al Paese circa 2 punti di PIL in termini di mancata crescita. I blackout, infatti, sono molto frequenti e limitano gravemente le capacità produttive pakistane, impedendo il pieno sviluppo di settori (in particolare, quello manifatturiero) che potrebbero fare da traino per l’intera economia, favorendo una sensibile diminuzione della disoccupazione e un conseguente miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Sharif è stato eletto nel 2013 proprio con la promessa di risolvere la crisi energetica e l’eventuale successo del CECP potrebbe consentirgli di mantenerla.

3.000 km: è l’estensione del CECP, corridoio che consentirà alla Cina di ridurre tempi e costi degli interscambi commerciali con Africa e Medioriente e di aggirare lo Stretto di Malacca, unica via marittima a disposizione di Pechino per accedere a Medioriente, Africa ed Europa. Una via di passaggio lunga, costosa e a forte rischio in caso di guerre.

12.000: i soldati pakistani ai quali verrà affidato il compito di proteggere asset e personale delle compagnie cinesi impegnate nei lavori. Una forza speciale che si avvarrà del supporto dell’aviazione militare e sarà affidata a un Maggior Generale (“Generale a due stelle”). Si tratta di una precauzione indispensabile, in considerazione dell’estrema precarietà del quadro di sicurezza pakistano. In particolare, desta molta preoccupazione la prima parte del tracciato, che attraversa la provincia meridionale del Belucistan, teatro da molti anni di attività di insorgenza armata di matrice politica. Proprio allo scopo di ridurre tali rischi, le autorità pakistane, di concerto con Pechino, hanno modificato il tracciato iniziale del CECP, che attraversava quasi per intero la provincia del Belucistan. Quello attuale, invece, devia subito verso il Punjab, provincia meno problematica dal punto di vista della sicurezza (sebbene anch’essa interessata dalla presenza di cellule di gruppi terroristici, oltre che feudo politico degli Sharif (il governo locale del Punjab è guidato dal fratello dell’attuale Primo Ministro).

37: è il numero di morti provocati da un attentato compiuto il 28 luglio 2014, nella provincia cinese dello Xinjiang, ove il CECP concluderà la sua corsa. Nello Xinjiang risiede la comunità uigura, etnia turcofona e a maggioranza musulmana, oggetto di politiche discriminatorie da parte del governo centrale cinese. Con gli anni, questo sentimento di discriminazione ed emarginazione economica e politica ha favorito la nascita di gruppi armati, che hanno stabilito legami sempre più forti con altre formazioni estremiste presenti nella regione, in prevalenza nelle regioni tribali al confine tra Pakistan e Afghanistan, subendone in misura crescente l’influenza a livello ideologico e operativo. Sono in molti a ritenere che la decisione pakistana di avviare operazioni militari in quest’area sia stata dettata anche dalle pressioni provenienti dal governo cinese. Non è un caso che, in occasione della sua visita in Pakistan, il Presidente Xi Jinping abbia annoverato la lotta al Movimento Islamico del Turkestan Orientale e agli altri gruppi terroristici attivi nello Xinjiang tra i pilastri dell’alleanza tra Pechino e Islamabad.

78%: l’indice di gradimento della popolazione pakistana nei confronti della Cina. Solo il 14% dei pakistani prova un sentimento simile nei confronti degli USA, il 13% nei confronti dell’India.

8: i sottomarini che la Cina ha venduto al Pakistan, per un valore compreso tra i 5 e i 6 miliardi di dollari. Scopo dell’accordo è quello di contrastare il dominio marittimo di Nuova Delhi nell’Oceano Indiano. Come dire: parlare di Pakistan e Cina senza menzionare l’India è un’impresa davvero ardua.
@daniele_grassi_

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