Il triplo gioco della Giordania in Siria, tra Assad, ribelli e Putin

Nel caos che ha travolto il Medio Oriente negli ultimi anni – dai moti rivoluzionari delle Primavere Arabe alle guerre civili, dall’ascesa dello Stato Islamico alla faida intra-religiosa tra sunniti e sciiti (schermo della contesa egemonica tra Iran e Arabia Saudita) – la Giordania è rimasta un’oasi di (relativa) pace. Il Regno Hashemita – governato cioè da quella stessa dinastia che quasi un secolo fa Lawrence d’Arabia aveva sperato unificasse sotto di se l’intero popolo arabo –, popolato quasi per intero da sunniti, è stretto tra l’Arabia Saudita a sud, l’Iraq a est, Israele a ovest e la Siria a nord.

A general view shows Al Zaatari refugee camp in the Jordanian city of Mafraq, near the border with Syria, March 7, 2016. REUTERS/Muhammad Hamed

La sua stabilità è figlia della relazione speciale che la Giordania ha con l’Occidente, prima con l’Inghilterra e poi, a partire dagli anni ’50, con gli Stati Uniti. Washington a partire dal 1951 fino al 2015 ha aiutato, economicamente e militarmente, la Giordania per un totale di oltre 15 miliardi di dollari e, a fronte della crisi siriana con le sue ricadute anche in termini di profughi e contrasto all’Isis, si è impegnata a garantire un miliardo l’anno di finanziamento fino al 2017. Amman è quindi un alleato fondamentale degli Stati Uniti e ne ha quasi sempre sostenuto, a volte con pragmatismo, le linea.
Nella guerra in Siria, di conseguenza, alla linea confusa della Casa Bianca ha corrisposto una condotta altrettanto altalenante da parte della Giordania che, sostenendo gli elementi moderati della ribellione ma non ostacolando nemmeno le controffensive di Damasco e della Russia, ha avuto come stella polare la garanzia della sicurezza del confine nord del Paese. «Che nel sud della Siria controllino il terreno le truppe lealiste di Assad o i ribelli siriani del Free Syrian Army (FSA) – addestrati, pur con discontinuità, dall’Occidente proprio in Giordania ndr. -, per Amman la priorità resta avere una zona cuscinetto che tenga lontani i jihadisti di Al Nousra o dell’Isis», sostiene Sultan Hattab, commentatore politico giordano (contro gli uomini dello Stato Islamico la Giordania ha inasprito lo scontro in particolare dopo la macabra esecuzione di un suo pilota che partecipava ai bombardamenti della coalizione internazionale). «Se fossero i lealisti a prendere il controllo del territorio, molti profughi ospitati in Giordania potrebbero fare rientro nella zona di Dara’a».
L’appoggio di Amman alla ribellione dunque, al netto del supporto offerto – di concerto con gli Usa – al FSA, non è totale e incondizionato, anzi, dopo l’intervento militare di Mosca e il seguente alteramento degli equilibri di forza sul terreno, la Giordania ha assunto una posizione quasi neutrale, ispirata alla realpolitik. I rapporti del Paese mediorientale con la Russia, che sono storicamente buoni, negli ultimi anni si sono fatti ancora più stretti (ad esempio il 24 marzo 2015 la Giordania ha firmato un accordo da 10 miliardi con Mosca per la costruzione del primo impianto per la produzione di energia nucleare). Così, nonostante il sostegno di Amman al FSA, dopo nemmeno un mese dall’inizio dei bombardamenti russi la Giordania – rimasta prudentemente silenziosa in proposito fino a quel momento - annunciava di aver trovato un accordo con Mosca per coordinarsi militarmente in Siria. Questa scelta potrebbe stupire, considerato che la maggioranza della popolazione giordana è sunnita, al pari dei ribelli siriani che stanno provando a rovesciare la dittatura di Assad, filo-sciita. Ma nel regno hashemita le dinamiche politiche sono meno incendiarie che negli altri Stati della regione e le istituzioni godono di una migliore salute. Gli elementi salafiti, che vorrebbero imporre la sharia (legge islamica), sono minoritari e comunque tenuti sotto controllo dal Gid (General Intelligence Directorate, i servizi segreti giordani), che lavora in stretto collegamento con la Cia. La Fratellanza Musulmana, poi, è inserita nel contesto politico nazionale e le sue tendenze rivoluzionarie sono sostanzialmente tenute sotto controllo (di recente, dopo l’innalzamento della tensione seguito alla Primavera Araba, il movimento si è spaccato in due). La maggioranza dei giordani sembra in generale sostenere la casa regnante, in grado – grazie al sostanzioso supporto degli Usa – di garantire discreti livelli di benessere e stabilità.
La crescente vicinanza con la Russia – che non ha comunque impedito ad Amman si sostenere un blitz dei ribelli del FSA, dopo la tregua del 27 febbraio, per sottrarre all’Isis il valico di Tanaf, tra Siria e Iraq, e l’area desertica circostante - potrebbe essere alla base anche di un recente e clamoroso scontro tra la Giordania e la Turchia, un Paese con cui pure il regno hashemita ha un rapporto di alleanza e vecchia amicizia. Il 30 marzo è stato diffuso – e difficilmente notizie di questo genere emergono senza un motivo – il contenuto di un incontro tra Re Abdallah II di Giordania e alcuni membri del Congresso americano. Abdallah ha sostenuto che “il fatto che i terroristi arrivino in Europa è parte di una strategia della Turchia, la radicalizzazione viene realizzata in Turchia”, che “sicuramente Ankara compra petrolio dall’Isis” e, sempre riferito alla guerra allo Stato Islamico, che “siamo costretti a risolvere continuamente problemi tattici contro l’Isis, ma non il problema strategico. Ci dimentichiamo che la Turchia non è, da un punto di vista strategico, dalla nostra parte in questa guerra. Erdogan ritiene che la soluzione ai problemi della regione sia il radicalismo islamico”. Parole straordinariamente pesanti a fronte delle quali ancora non è stato rilasciato alcun commento dal governo della Turchia, anche se una fonte vicina all’esecutivo ha accusato Re Abdallah di essere diventato “il portavoce di Bashar al-Assad”.
Questa dura presa di posizione della Giordania ricalca, e anzi inasprisce, le accuse che da mesi Mosca rivolge ad Ankara. Gli Stati Uniti, storici alleati della Turchia ma che con Erdogan hanno un rapporto sempre più teso (complice il supporto di Washington alle milizie curde in Siria e la linea ambigua di Ankara nei confronti dell’Isis), non sono evidentemente contrari a questo ulteriore passaggio nell’indebolimento e isolamento di Ankara. Per come sono i rapporti di forza al momento nello scenario siriano, una possibile soluzione negoziale alla guerra passa quasi certamente dal riconoscimento della vittoria di Mosca (che può quindi decidere se scaricare o meno Assad, e a quali condizioni) e dal contenimento delle pretese turche. La mossa giordana dunque potrebbe rispondere a un sostanziale via libera da parte degli Usa e, sposando inoltre la linea russa, posiziona il regno in una situazione di vantaggio per le future trattative sulla Siria. Non solo. Se dovesse confermarsi la tendenza del progressivo allontanamento degli Stati Uniti dal Medio Oriente, per Amman trovare (o in questo caso rafforzare) un’altra solida sponda è di vitale interesse.

@TommasoCanetta

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