eastwest challenge banner leaderboard

Il Venezuela ha venduto passaporti ai terroristi?

C’è un traffico illecito di passaporti venezuelani favorevole alle organizzazioni terroristiche. Anzi, no, c’è una spia al servizio degli USA che vuole delegittimare la diplomazia venezuelana. Mentre Nicolas Maduro gioca la sua partita presidenziale, tagliando garanzie democratiche ai cittadini, sul fronte diplomatico Delcy Rodríguez, Ministro degli Esteri, è impegnata in una questione di rilevanza internazionale. Si tratta di una storia complessa, con poche prove e molte accuse, che compie un giro largo. Parte da Baghdad, abbraccia Caracas, Madrid, Washington e termina (per ora) a Toledo.

Photo credit ilpopulista.it
Photo credit ilpopulista.it

La trama internazionale, come denunciato da un’inchiesta della CNN, inizia all’ambasciata venezuelana in Iraq. Secondo Misael López, ex-consigliere dell’organo diplomatico, sotto i suoi occhi si sarebbero verificate numerose irregolarità. Una compravendita di passaporti e visti con numeri seriali corretti venduti a persone coinvolte con il terrorismo islamico. Non si tratterebbe di documenti d’identità falsi, ma regolari ed emessi con la complicità di Caracas. O perlomeno dell’ambasciatore in Iraq, al quale il consigliere sostiene di aver rivelato tutto lo schema di corruzione.

Come funzionava la pratica? Secondo la versione di López, era sufficiente sborsare circa 10.000 dollari per ottenere un documento valido. Il passaporto venezuelano apre le porte di 130 paesi stranieri. Non quelle degli USA, per le quali serve un visto. Da qui l’interesse di creare un presunto mercato che potesse soddisfare la richiesta di documenti puliti e l’offerta di esose tangenti.

López, avvocato e poliziotto venezuelano, comincia la sua carriera in Iraq nel luglio del 2013. «L’ambasciatore mi consegnò alcuni visti e passaporti, dicendomi: “Mi raccomando, hai fra le mani un milione di dollari”. Poi mi spiegò che in Iraq la gente pagava per ottenere un visto o un passaporto, ma pensavo che si trattasse di uno scherzo», ha raccontato l’ex consigliere all’emittente statunitense. Il panorama si arricchisce di un’impiegata che avrebbe proposto a López di partecipare ai guadagni. C’era l’opportunità di vendere 13 passaporti a dei cittadini siriani che si trovavano in Kurdistan, alla cifra di 10.000 dollari cadauno. «La sua scusa era che volevano i documenti per poter andare ai Mondiali in Brasile del 2014, ma sospettavo che si trattasse di terroristi e mi sono completamente rifiutato». A quel punto, l’avvocato venezuelano prende una serie di decisioni che segnano il suo futuro: licenzia l’impiegata corrotta, scrive all’ambasciatore Jonathan Velasco e al Ministero degli Esteri, mettendoli al corrente della situazione. Infine, López si mette in contatto con l’ambasciata statunitense a Madrid, cercando la sponda dell’FBI. Gli Stati Uniti, però, erano già a conoscenza delle pericolose manovre venezuelano: «Il Venezuela sta fornendo sostegno - anche di documenti d’identità - a gruppi di estremisti islamici», si legge in un report presentato al Congresso nel 2006 e reso noto dalla CNN. Nel 2012, invece, Roger Noriega, ambasciatore degli USA presso l’Organizzazione degli Stati Americani, ha confermato che «il Venezuela ha venduto migliaia di documenti d’identità, passaporti e visti falsificati a persone originarie del Medio Oriente».

Secondo l’inchiesta, 173 persone mediorientali avrebbero ottenuto documenti fra il 2008 e il 2012, avvalendosi della preziosa collaborazione di Tareck El Aissami, oggi vicepresidente della Repubblica e ai tempi Ministro dell’Interno.

La versione di Misael López, oggi esiliato a Toledo senza un lavoro e con pochi fondi, è stata però duramente contestata dal governo sudamericano. «Si tratta di una guerra psicologica, sono tutte bugie. È un’operazione mediatica imperiale al servizio degli Stati Uniti», ha detto il Ministro degli Esteri venezuelano in una violenta conferenza stampa. Il governo ha quindi accusato López di una serie di reati. L’ex impiegato avrebbe prima tentato di prelevare un’ingente somma di denaro fingendosi l’ambasciatore, poi avrebbe molestato sessualmente la dipendente che ha licenziato, e infine sarebbe una spia americana poiché intrattiene una relazione con Ana Argotti. La donna in questione è avvocatessa di Lilian Tintori, la moglie di Leopoldo López, il leader dell’opposizione condannato a oltre 13 anni di carcere. Ana Argotti è stata recentemente arrestata e le sarebbe stato sequestrato un kit necessario per la falsificazione di documenti d’identità. Questa è la versione (non del tutto credibile) del governo venezuelano: l’ambasciata non era corrotta, bensì lo era Misael López, una spia al servizio degli USA. L’arresto della compagna ne sarebbe la prova. A inizio aprile, invece, il pubblico ministero venezuelano ha arrestato 6 impiegate con l’accusa di aver venduto passaporti per 5000 dollari ciascuno.

Le prove sono migliorabili sia sul fronte venezuelano che su quello statunitense. Da una parte c’è un’inchiesta giornalistica di oltre un anno; dall’altra una violenta conferenza stampa di un governo agli sgoccioli che sta violando i diritti dei propri cittadini. In mezzo, la concreta possibilità che qualche terrorista abbia beneficiato di passaporti irregolari. 

@AlfredoSpalla

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA