Così l'Ungheria di Orban spalanca le porte agli immigrati di lusso

Come Malta, che ha costruito il suo miracolo economico sul rilascio di passaporti in cambio di investimenti, l’Ungheria pratica l’immigrazione a due velocità: porte blindate ai poveri, spalancate ai ricchi. E lo schema del Golden Visa ungherese suscita ancora più inquietudine di quello maltese

Cambio di moneta in Ungheria. REUTERS/Laszlo Balogh
Cambio di moneta in Ungheria. REUTERS/Laszlo Balogh

Ci sono due stati membri dell’Unione europea che hanno risolto alla radice la questione migranti: semplicemente non li accolgono. La Malta di Joseph Muscat e l’Ungheria di Viktor Orban adottano metodi, politiche e retorica molto distanti ma ottengono un risultato simile: rifiutano l’accoglienza, sfidando obblighi umanitari e di collaborazione europea.

Nel caso dell’isola del Mediterraneo, su cui nel 2017 non sarebbe approdato nemmeno un migrante, la questione è complessa: come ha spiegato ad Internazionale l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, Malta non ha una vera e propria zona di ricerca e soccorso, ma da anni dipende dal coordinamento italiano. Inoltre “non ha mai sottoscritto alcuni articoli della Convenzione di Amburgo del 1979 e della Convenzione Solas, che prevedono che lo sbarco avvenga nel Paese che ha coordinato i soccorsi, e da sempre in quel tratto di mare i soccorsi sono stati coordinati dall’Italia”.

Quanto all’Ungheria, il partito Fidesz al potere è fondato su una aggressiva politica anti-immigrati, e lo scorso 18 febbraio, nel vivo dell’ultima campagna elettorale conclusa con una schiacciante vittoria l’8 aprile, il primo ministro e leader di Fidesz Orban ha sollecitato la creazione di una alleanza globale anti- immigrazione, al grido di «Per noi, prima l’Ungheria» e con dichiarazioni come «La Cristianità è la nostra ultima speranza. Con le migrazioni di massa i nostri peggiori incubi sono diventanti realtà. L’Occidente fallisce perché non vede che l’Europa sta per essere invasa».

Eppure, entrambi i leader devono molto del crescente favore popolare di cui godono - e, specie nel caso di Muscat, della ritrovata prosperità economica dei loro Paesi - a una gestione dell’immigrazione a due velocità: frontiere blindate per i poveracci, spalancate per i ricchi.

Malta deve buona parte del suo miracolo economico alla vendita, fin dal 2013, della propria cittadinanza a ricchi  stranieri in cambio di investimenti nell’economia locale.

È il business dei Golden Visa: la pratica sempre più diffusa di investire in un Paese per ottenerne il passaporto. Un mercato che attualmente vale circa 2 miliardi di dollari, inventato nel 2006 a Saint Kitts and Nevis da Christian Kalin, presidente di Henley&Partner, oggi leader del settore.

Secondo dati ufficiali dell’Office of the Maltese Regulator, i 1101 beneficiari dello schema maltese avrebbero pompato nelle casse del piccolo Stato circa 850 milioni di euro, portando i bilanci pubblici dal deficit al surplus in pochi anni.

Ma il programma è stato criticato sia a livello nazionale che dal Parlamento Europeo perché non garantisce con certezza l’identificazione dei beneficiari. Rischia di essere, nei fatti, il cavallo di Troia per consentire l’accesso in Europa non solo di uomini d’affari con interessi legittimi e la necessità di viaggiare liberamente, ma anche di personaggi attratti dalla possibilità, una volta ottenuto il passaporto maltese, di utilizzarlo a fini illeciti, dall’evasione fiscale al riciclaggio di denaro.

E proprio lo schema era al centro delle ultime accuse di Daphne Caruana Galizia prima che venisse fatta saltare in aria nell’esplosione della sua auto, sei mesi fa.

La giornalista aveva scavato a fondo nei rapporti fra il governo maltese, Henley &Partners (che a Malta gestisce in esclusiva l’enorme affare dei Golden Visa) e la Pilatus Bank, accusando quest’ultima di fare da canale per passaggi di denaro sospetto su conti di alcuni ministri e della moglie di Joseph Muscat. Una vicenda ancora in corso, su cui l’omicidio di Caruana Galizia ha acceso i riflettori dell’opinione pubblica internazionale.

Meno noto è il fatto che anche l’Ungheria di Fidesz, dal 2013 al 2017, ha perseguito una immigrazione selettiva, garantendo residenza permanente, e quindi libero accesso all’area Schengen, a stranieri in grado di pagare prima 250mila, portati poi a 300mila euro da investire in bond governativi gestiti da società off-shore.

Fra i 20mila permessi garantiti, circa 16mila sono stati venduti a cittadini cinesi, almeno 220 a russi e gli altri ad expat medio-orientali o africani. Mistero sull’identità della maggior parte dei beneficiari, ma una inchiesta congiunta dell’Occrp, con i siti ungheresi di giornalismo investigativo Direkt36 e 444 ha rivelato che fra questi ci sarebbero due cittadini siriani: Salmo Bazkka, sospettato dalla autorità italiane di far parte di una organizzazione dedita al riciclaggio internazionale, e Atiya Khoury, finito nella lista delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro Usa come collaboratore del presidente siriano Bashar al Assad nel 2016.

Lo schema ungherese solleva dubbi di legittimità ancora maggiori di quello maltese, e come quello è stato oggetto di un intervento del Parlamento Europeo. Ad introdurlo, nel 2012, era stato l’allora ministro dell’Economia Antal Rogan, strettissimo collaboratore di Orban, con un passaggio parlamentare rapidissimo e praticamente senza dibattito.

Uno degli aspetti più sospetti riguarda la scelta delle 5 società affidatarie della gestione dello schema - designate senza gara, in regime di oligopolio, incaricate delle verifiche sui candidati e premiate con una tariffa di 60mila euro a pratica. Fra queste, con licenze per diversi Paesi europei, Medio Oriente e Nigeria, Arton Capital di Armand Arton, attiva, come Henley&Partners, in diversi Paesi del mondo, e che proprio con H&P si era scontrata direttamente quando aveva tentato di contenderle il ricco mercato maltese.

Ancora più controverso il meccanismo dell’acquisto: l’aspirante residente versava 300mila euro più la fee a una della 5 società, tutte registrate off-shore - mistero sui beneficiari finali. Le società poi avrebbero dovuto acquistare bond di Stato, scontati a 265mila euro, da restituire ai neo residenti dopo 5 anni e con gli interessi.

Altri vantaggi? Ammessi anche i parenti; verifiche rapidissime, fra i 15 e i 30 giorni; non un giorno di reale permanenza in Ungheria necessario. Nessun Paese europeo dei tanti con programmi simili ha mai avuto condizioni così facili. E ancora: nessun guadagno per il Paese, ma - questo il sospetto - ricavi consistenti per gli intermediari: non solo le società coinvolte, ma anche i politici ungheresi che avevano facilitato l’operazione, come Rogan, il cui tenore di vita, sempre secondo le inchieste di reporter locali, si sarebbe negli ultimi anni elevato in misura non direttamente proporzionale al suo stipendio ufficiale.

E qui la storia si colora di giallo internazionale. Fra i documenti che per primi hanno denunciato il programma di Golden Visa ungherese c’è un corposo e documentato dossier di Transparency International Hungary. Ma il finanziatore e promotore del lavoro è l’Investment Migration Council o Imc, che si definisce “associazione mondiale di categoria” delle società operative nel mercato dei programmi di Cittadinanza per Investimento. Per le accuse contenute in quel rapporto, Arton Capital ha citato l’Imc per diffamazione.

Membro del Board ed eminenza grigia dell’Imc? Christian Kalin.

@permorgana

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