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Immunità africana

Hanno votato praticamente all'unanimità, 53 voti su 54 partecipanti (solo il Botswana ha votato contro), per garantirsi l'immunità dai processi per alcuni dei crimini più gravi previsti dalla legislazione internazionale: genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità.

L'hanno fatto di nascosto e a porte chiuse, durante la 23esima sessione ordinaria dell'Unione Africana, tenutasi in Guinea Equatoriale la scorsa settimana.

I leader degli Stati africani hanno deciso di proteggersi dietro ad uno scudo e di rendere zoppa fin dagli esordi la neonata African Court for Justice and Human Rights che dovrebbe indagare sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini di guerra in Africa.

Una corte che esiste in realtà da ben sei anni ma che non è mai entrata in funzione e che dovrebbe farlo nei prossimi mesi. Ma non potrà indagare sui capi di Stato, sui presidenti in carica e, genericamente, sulle "alte cariche governative". Un gesto forte, una decisione storica, quella dei rappresentanti africani all'UA.

Una decisione che ricorda una volta di più come l'impunità sia intrinseca alla cultura politica del continente. Una decisione criticata da molte Ong che affermano che questo voto riporta indietro l'Africa di decenni nella lotta ai crimini di guerra e alle violazioni dei diritti umani.

Certo, la Corte Penale Internazionale de l'Aja continuerà a fare il suo lavoro, sono tre i presidenti africani indagati, di cui uno, Gbagbo, ex presidente ivoriano, in attesa di processo, ma il segnale che viene dall'Unione Africana non è rassicurante per il futuro della politica di un continente schiacciato da tensioni, corruzione e violenze.

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