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In Brasile opportunità per tanti criminali, attenzione alle mafie italiane. Intervista ad Araujo de Souza

Il Brasile vive un forte conflitto fra le fazioni di narcotrafficanti. La fine di un’alleanza storica fra i gruppi criminali di Rio de Janeiro e San Paolo sta creando instabilità nelle carceri del Paese e generando nuovi equilibri nei traffici di armi e droga. In questa “terra di opportunità criminali", si rafforza la presenza delle mafie italiane fra riciclaggio, rotte alternative e contraffazione. Eastwest, per comprendere i nuovi scenari, intervista Alexander Araujo de Souza, magistrato del pubblico Ministero dal 2000, componente del Grupo de atuação especial de combate ao crime organizado (GAECO), la procura antimafia di Rio de Janeiro, e dottore di ricerca in diritto penale all’Università degli Studi Roma Tre. In Italia ha pubblicato con le case editrici Aracne (Criminalità organizzata. Minaccia alla democrazia e ai diritti fondamentali) e Rubbettino (Atlante delle Mafie, volume terzo).

Un poliziotto mette la mano in una borsa contenente decine di bossoli raccolti dopo una sparatoria tra bande nello slum di Morro dos Macacos, a Rio de Janeiro. REUTERS / Ricardo Moraes
Un poliziotto mette la mano in una borsa contenente decine di bossoli raccolti dopo una sparatoria tra bande nello slum di Morro dos Macacos, a Rio de Janeiro. REUTERS / Ricardo Moraes

Dottor Araujo de Souza, qual è lo scenario attuale della criminalità brasiliana?

«La situazione era molto grave fino a due mesi fa, adesso è leggermente migliorata. È necessario fare una distinzione fra la criminalità politica e la criminalità non organizzata. In Brasile esiste una forte corruzione a livello politico, mentre la criminalità in sé non è organizzata come quella italiana. È più violenta che organizzata. A Rio de Janeiro abbiamo due tipi di criminalità: le milizie e le fazioni (facções, ndr) di narcotrafficanti».

Quali sono le differenze fra le milizie e le fazioni di narcotrafficanti?

«Le prime sono composte da poliziotti in pensione o in attività. Riescono ad infiltrarsi con più facilità nella politica, un aspetto tipico delle mafie, e chiedono il pizzo ai commercianti, un po’ come la criminalità organizzata siciliana. Le fazioni, invece, non hanno ancora stabilito dei legami con la politica. Le più importanti di Rio sono: il Comando Vermelho (Commando Rosso), il Terceiro Comando Puro (Terzo Commando Puro) e l’ADA, Amigos dos Amigos (Amici degli Amici). A San Paolo, invece, abbiamo il PCC-Primeiro Comando da Capital (Primo Commando della Capitale), una fazione più organizzata e simile a quelle presenti sul territorio colombiano e messicano».

C’è chi la definisce una proto-mafia

«Non penso che il PCC sia già in questo stadio. Si dedicano sopratutto al traffico di armi e droga, ma non chiedono pizzo, non fanno contraffazione, non si dedicano al traffico di specie protette o della spazzatura. E soprattutto non si infiltrano nella politica. Manca la diversificazione delle attività e una struttura di riciclaggio efficiente per reinvestire i soldi sporchi».

Recentemente ci sono stati scontri fra il Comando Vermelho di Rio e il PCC di San Paolo. Si è spezzata un’alleanza storica?

«Il problema alla base è stato di natura economica. All’inizio si pensava che la fine dell’alleanza potesse essere dovuta all’omicidio di Jorge Rafaat Toumani, il boss che aveva il controllo della frontiera con il Paraguay, ma questa teoria non corrisponde al vero. La verità è che il CV non osservava i patti con il PCC, oltretutto senza pagare i debiti contratti. Inoltre, il Comando Vermelho ha stretto alleanze con 3 nemici storici del PCC, un gruppo dello Stato di Santa Catarina e due del Nordest».

Alexander Araujo de SouzaAlexander Araujo de Souza

Di quali fazioni parliamo?

«La FDN-Família do Norte (La famiglia del Nord, ndr), presente in Amazzonia; Il Bonde dos 40 dello stato del Maranhão e il PGC-Primeiro Grupo Catarinense, attivo a Santa Catarina, nel sud del Brasile. Il PCC vuole l’egemonia del Paese e non gli è piaciuta questa strategia del CV. Così è cominciato il conflitto fra i gruppi più potenti di Rio e San Paolo, coinvolgendo anche fazioni di altre regioni, come abbiamo visto dai recenti episodi di violenza nelle carceri. È difficile prevedere come andrà a finire questo scontro».

Esiste una relazione fra le fazioni brasiliane e le mafie italiane?

«Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra sono presenti sul territorio brasiliano. Si trovano soprattutto a Rio de Janeiro, San Paolo e nel Nordest del Paese, da dove possono controllare i flussi dei traffici illeciti e ripulire il denaro sporco. Non esiste una relazione diretta con le organizzazioni brasiliane,. Le attività degli italiani si esercitano su scala globale e non più locale. Non sarebbe possibile vedere un calabrese che chiede il pizzo a Rio, mentre è più probabile trovarlo candidato in politica locale».

E perché brasiliani e italiani non entrano in conflitto?

«Purtroppo, nel panorama della criminalità brasiliana esiste spazio per tutti. Compresi gli stranieri. Le organizzazioni non sono sedimentate come quelle italiane , è tutto in divenire. Il PCC, ad esempio, adesso sta cercando di invadere gli spazi di Rio. Gli ‘ndranghetisti hanno accordi forti con i colombiani, ma usano porti e rotte diverse rispetto ai brasiliani. Sono traffici indipendenti. I carichi “italiani” partono da Santos, da Santa Catarina, dal Nordest e arrivano in Europa, principalmente al porto di Gioia Tauro. Il PCC controlla la droga da Colombia, Bolivia e Perù, ma la fa passare da San Paolo prima di portarla a Rio».

Però esiste un’insofferenza latente, giusto?

«Sì, confermo. Non esistono personaggi di confine fra questi due mondi, ma c’è un po’ di insofferenza da parte dei brasiliani nei confronti degli italiani. Dall’altra parte, invece, è possibile ipotizzare che tutto questo rumore dei brasiliani crei instabilità per tutti. Si tratta comunque di criminalità che parlano due lingue organizzative completamente diverse».

A quali attività si dedicano le mafie italiane in Brasile?

«Gli ‘ndranghetisti sanno far girare l’economia, riciclano e investono molto bene. La Camorra si divide la contraffazione con i cinesi, mentre Cosa Nostra si è indebolita come in Italia. Eppure la mafia siciliana era presente in Brasile già negli anni Ottanta, basti pensare all’arresto del boss Tommaso Buscetta a San Paolo nel 1983».

@AlfredoSpalla

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