In Iraq e in Siria la guerra contro le radici della civiltà

Nei conflitti che devastano il Medio Oriente c’è chi muore per difendere il patrimonio storico e culturale dell’umanità. Un elenco drammatico e incompleto di quanto l’integralismo ha distrutto in anni di guerra.

A wall fresco at a Jewish synagogue in Syria's national museum. REUTERS/Khaled al-Hariri

 Tra le oltre 200.000 vittime che la guerra civile in Siria ha provocato in quattro anni ci sono anche quattro soldati caduti a Deir el-Zor nella Siria orientale, per difendere un patrimonio comune a tutta l’umanità. Sono morti mentre, insieme ad alcuni archeologi, cercavano di recuperare i tesori del museo della città per portarli al sicuro a Damasco.

In Medio Oriente la guerra all’ISIS e al Fronte al-Nusra non si combatte solo sui campi di battaglia. Sulla linea del fronte possono apparire anche robuste casse da imballaggio, destinate al Museo Nazionale di Damasco. Queste casse anonime contengono, avvolte con cura, statue e antichi reperti che sono trasferiti in un luogo sicuro e sconosciuto. Il solo modo per evitare attacchi devastanti e irreparabili al patrimonio culturale da parte di quanti, accecati da una furiosa rabbia iconoclasta, si sono distinti con la distruzione degli antichi Budda di Bamian in Afghanistan o dei mausolei sufi in Libia.

“Dall'estate del 2012 - ha dichiarato Maamun Abdulkarim, direttore delle Antichità della Siria - abbiamo evacuato tutti i pezzi di valore archeologico dai musei, nascondendoli in posti sicuri. Sono stati catalogati e imballati con estrema cura. In questo modo, abbiamo salvato il 99% del nostro patrimonio museale.”

Nei ricordi scolastici tutti abbiamo due fiumi: il Tigri e l'Eufrate. Tra questi grandi corsi d’acqua una terra fertile a forma di mezzaluna, dove nacquero civiltà che rivoluzionarono il modo di vivere dell’umanità, inventando la scrittura e creando la società urbana. È quasi un’ironia feroce e assurda che le vestigia di questo passato e i tesori più recenti, sono distrutti per mano dei discendenti di chi li aveva creati. La chiamavamo la culla della civiltà, ora possiamo definirla la tomba della storia della civiltà.

Un censimento preciso di ciò che l’umanità ha perso per sempre oggi è impossibile. L’elenco che riusciamo a stilare con le informazioni a disposizione è, comunque, drammatico. Basti pensare che secondo l’UNESCO in Siria almeno 300 siti storici sono stati distrutti o gravemente danneggiati e in Iraq l’ISIS controlla e razzia 2.000 dei 12.000 siti del Paese.

La distruzione in Siria

In Siria il simbolo di questa distruzione è il meraviglioso minareto della Moschea degli Omayyadi di Aleppo. Costruito nel 1090, e patrimonio mondiale per l’UNESCO, per mille anni aveva resistito a calamità naturali e guerre.

Gli esperti siriani hanno tentato di stilare una mappa dei siti colpiti e dei danni subiti. Grazie al loro impegno sappiamo di molti furti al museo di Homs e della scomparsa di almeno 18 grandi mosaici antichi, che rappresentavano l’Odissea di Omero, da un museo vicino alle rovine di Apamea.

Gli archeologi hanno comunicato che il sito più danneggiato sembra essere la città di Dura Europos, al confine con l'Iraq, nota come “la Pompei del deserto”. Antico insediamento semitico, ospita i resti di una città del IV sec. a.c. e testimonia il passaggio di macedoni, greci e romani. Il museo e il centro di ricerca presso il sito sono stati saccheggiati dai ribelli. Nella zona è stato completamente svuotato da ogni reperto il sito di al-Nabuk.

Un altro emblema dell'eredità culturale della Siria è il teatro romano di Bosra, cittadina caratteristica per le sue costruzioni in pietra nera. I muri sono stati danneggiati e alcuni antichi mosaici trafugati. A subire ingenti danni anche la fortezza medievale di Qala'at al-Madiq, che domina l'area archeologica di Apamea. Ricostruita dai mamelucchi nel XIII sec., la cinta medievale è stata bombardata dall'esercito quando i ribelli vi si rifugiarono.

Vittima del conflitto anche l'oasi archeologica di Palmyra, la “Sposa del deserto” com’era soprannominata, che conserva testimonianze di diverse civilizzazioni. Il sito è rimasto lontano dalla rivolta fino all'inizio del 2013, quando il Tempio di Baal è stato gravemente danneggiato negli scontri.

Aleppo paga, probabilmente, il prezzo più pesante. Duramente danneggiata in scontri e bombardamenti la moschea degli Omayyadi, costruita nel 705. Non sono state risparmiate dalle violenze nemmeno la cittadella del XII sec. e la città antica con lo storico suq (mercato), centro commerciare dal secondo millennio a.c. che conserva le testimonianze di assiri, greci, romani e ottomani.

La fortezza del Crac des Chevaliers, considerato il castello medievale per eccellenza dell'età crociata, è stata teatro di pesanti combattimenti. Nel luglio 2012 fotografie del sito, costruito nel 1142, mostrano i ribelli che hanno trovato riparo nella struttura sotto attacco da parte dei militari. Evidenti i danni causati dai colpi di mortaio.

Nel conflitto è stata distrutta anche una delle sinagoghe più antiche del mondo, nel distretto Jobar di Damasco. Risalente a oltre 2.000 anni fa, la sinagoga era dedicata al profeta Elia.

Gli uomini di ISIS, impegnati nel finanziamento del Califfato attraverso il traffico di reperti, hanno razziato i musei di Raqqa e di Aleppo.

Non si sa, purtroppo, nulla delle centinaia di siti minori abbandonati senza tutela e controllo al saccheggio, agli scontri e alle intemperie.

 

La lunga storia delle razzie in Iraq

In Iraq l’inizio della distruzione del patrimonio storico è precedente all’arrivo di ISIS. Quando Saddam Hussein cadde, nel 2003, fecero il giro del mondo le immagini della razzia al Museo Nazionale di Baghdad, reperti unici spariti per sempre nelle spire del mercato clandestino. Secondo Salam Abdulsalam, docente di architettura a Baghdad, dopo l’invasione da parte delle truppe americane, almeno 32.000 pezzi sono stati trafugati da 12.000 siti archeologici in tutto il Paese. Dal solo Museo scomparsero 15.000 oggetti.

A distruggere un patrimonio unico non sono sati solo i bombardamenti e i trafficanti. “Una perdita inestimabile – dice ancora Salam Abdulsalam - è rappresentata dai danni causati all’antica Babilonia dalle forze armate alleate. Sulle rovine della città per lungo tempo è stata realizzata una base per i mezzi corazzati statunitensi. Alle rovine di Babilonia sono stati arrecati danni incalcolabili, i più visibili quelli alle mura di cinta e agli strati archeologici destinati ai futuri scavi che sono stati coperti dal carburante e dall’olio.

Oggi è ISIS a devastare e a razziare un patrimonio di tutti.

Lo Stato Islamico ha recentemente diffuso un video in cui i miliziani distruggono con colpi di piccone e raffiche di kalashnikov le statue e i bassorilievi dell'antica citta' di Hatra, patrimonio mondiale dell’UNESCO.

I miliziani si erano già accaniti contro l’antica capitale assira Nimrud e avevano distrutto i manufatti e del museo di Mosul. Queste ultime, fortunatamente, si erano rivelate semplici copie. La furia iconoclasta degli uomini del Califfo ha colpito anche la millenaria città di Khorsabad e raso al suolo i resti della Fortezza di Sargon e del Palazzo al-Kalhu, del re assiro Ashurnasirpal II.

Nel mese di settembre i militanti dell’ISIS hanno fatto saltare in aria un antico santuario musulmano sciita a Tikrit, era il luogo di sepoltura per 40 personaggi di primo piano nella storia musulmana, tra queste anche alcuni compagni del Profeta Maometto. Saccheggiata e gravemente anche la “Chiesa Verde”, una struttura suggestiva scavata nella roccia e costruita nel VII secolo.

A Mosul sono stati rubati dalle chiese antichi manoscritti e distrutte le statue del musicista Othman al-Mousuli e del poeta Abu Tammam.

A questo elenco incompleto, si deve aggiungere la distruzione della biblioteca di Mosul. Qui sono andati persi più di 100.000 volumi, di cui almeno 8.000 secondo l’Unesco erano unici.

“Siamo abbandonati e isolati da molto tempo – ha detto ancora Maamun Abdulkarim - ma siamo rimasti al nostro posto perché è scoppiata una guerra contro il patrimonio siriano che appartiene a tutta l’umanità. Ci auguriamo che la comunità internazionale possa cambiare il suo atteggiamento e collabori con noi per ridurre i danni al minimo.”

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