31mila desaparecidos in Messico. I numeri di una democrazia

Stando all’ultimo aggiornamento del Registro nazionale delle persone disperse o scomparse (RNPED), direttamente dipendente dal Ministero degli Interni messicano, in Messico si contano ufficialmente 31.053 desaparecidos. Una cifra spaventosamente alta, che rivaleggia con quella prodotta dalla dittatura militare argentina e che mal si concilia con una democrazia com’è quella messicana, pur con i suoi limiti e i suoi ritardi.

Una donna partecipa ad una manifestazione di protesta per la scomparsa dei 43 studenti del Collegio Ayotzinapa Raul Isidro Burgos a Guerrero, Città del Messico, Messico, 4 marzo 2017. REUTERS / Ginnette Riquelme.
Una donna partecipa ad una manifestazione di protesta per la scomparsa dei 43 studenti del Collegio Ayotzinapa Raul Isidro Burgos a Guerrero, Città del Messico, Messico, 4 marzo 2017. REUTERS / Ginnette Riquelme.

Ma il confronto tra le due realtà si ferma ai numeri. Perché se nell’Argentina governata dal Processo di riorganizzazione nazionale la sparizione forzata (ovvero quella forma di sparizione che prevede una partecipazione, per azione o per omissione, dello Stato) era usata per reprimere principalmente gli oppositori del regime, nel Messico contemporaneo non soltanto non è sempre facile attestare il coinvolgimento o meno delle istituzioni, ma non lo è nemmeno tracciare un profilo altrettanto unitario delle vittime. In Messico non scompaiono soltanto dissidenti e giornalisti oppure migranti e persone entrate in conflitto con la criminalità, ma anche – e soprattutto – uomini e donne “comuni”, lontani dall’attivismo e dalla militanza politica. In questo senso, è una sparizione diversa per caratteristiche da quella che veniva attuata, sempre in Messico, durante la “guerra sporca” degli anni Sessanta, mirata a colpire precise categorie sociali – gli studenti, i sindacalisti, i guerriglieri comunisti – e dunque più vicina alla sua omologa argentina.

Ricondurre tutto – come spesso si fa quando si scrive di Messico – all’operato dei cartelli del narcotraffico significa banalizzare una realtà invece molto sfaccettata e rimuovere la presenza di altri attori, magari istituzionali, come le forze armate e quelle dell’ordine. Proprio l’esercito e diversi corpi di polizia avrebbero avuto un ruolo contemporaneamente attivo e passivo nella sparizione dei quarantatré studenti di Ayotzinapa – ovvero l’episodio che ha attirato l’attenzione mondiale sul dramma messicano dei desaparecidos – sebbene il governo incolpi della presunta morte e cremazione dei giovani un piccolo gruppo criminale. È bene precisare che la ricostruzione ufficiale (la cosiddetta «verità storica») è stata ripetutamente contraddetta dalla scienza, oltre che giudicata inaffidabile da un’investigazione indipendente perché faziosa, poco trasparente e basata su delle confessioni estorte con la tortura.

Il “caso Ayotzinapa” non può però, da solo, restituire la complessità della situazione messicana, talmente disomogenea da far assumere alla sparizione i contorni di un fenomeno “casuale”. I desaparecidos di Ayotzinapa sono tutti studenti di sinistra provenienti da una scuola con un passato di guerriglia rurale; se si guarda invece – come ha fatto Associated Press qualche anno fa – al profilo degli «altri scomparsi» di Iguala (la città dove furono attaccati e rapiti i quarantatré ragazzi la notte del 26 settembre 2014) si nota come la maggior parte di loro fossero muratori, tassisti o piccoli commercianti.

Fornire una risposta univoca a chi si chiede perché la democrazia messicana abbia prodotto oltre trentamila dispersi è impossibile. In Messico si scompare per motivi che sono diversi da caso a caso: da una parte, una buona parte dei rapimenti ha a che fare con la violenza legata all’estrema frammentazione del mondo criminale; dall’altra, la sparizione mantiene ancora oggi lo storico ruolo di meccanismo repressivo e di controllo sociale, specie nelle regioni che ospitano importanti giacimenti di risorse naturali. E non bisogna dimenticare le responsabilità della guerra al narcotraffico (avviata nel 2006 da Felipe Calderón e proseguita da Enrique Peña Nieto), che ha favorito la militarizzazione sia del territorio nazionale che della pubblica sicurezza. Peña Nieto, eletto nel 2012 grazie alla promessa di una riduzione della violenza, ha addirittura deciso di schierare per le strade ancora più soldati di quanti non ve ne fossero già.

Dal 2007 in Messico sono stati assassinati almeno 200.000 civili, circa 23.000 nel 2016 e oltre 6.500 solo nel primo trimestre di quest’anno, ma non è possibile stabilire quali e quanti episodi vadano ricondotti alla “narcoguerra” e alla criminalità organizzata e quanti siano invece il frutto di, ad esempio, litigi o furti degenerati. Quello che sappiamo è che in Messico le esecuzioni extragiudiziali, le repressioni armate e le violazioni dei diritti umani sono piuttosto frequenti, che dal 2003 al 2013 i casi di tortura ad opera delle forze armate sono aumentati del 600% e che il tasso di impunità supera abbondantemente il 90%.

La generale riluttanza delle istituzioni ad avviare le indagini e la ricerca delle vittime (localizzate solo nello 0,4% dei casi, secondo un rapporto ufficiale) e dei loro sequestratori basterebbe già a qualificare moltissimi casi di sparizione come casi di sparizione forzata. L’assenza di un registro apposito per le sparizioni forzate, che quindi prevedono la partecipazione delle istituzioni, non permette però di comprendere le effettive dimensioni del fenomeno, e questa è solo una delle principali mancanze della legge sulla sparizione forzata, che non punisce i mandanti né sottopone i militari accusati di rapimento al giudizio dei tribunali civili.

Mentre il Senato messicano approvava la legge sulla sparizione forzata, il 10 maggio veniva assassinata Miriam Rodríguez, leader di un movimento cittadino per la ricerca delle persone scomparse e madre di una desaparecida. Aveva già ricevuto minacce, ma mai la protezione dello Stato.

@marcodellaguzzo

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