Indagine su un curato della Bassa e l’Argentina dei desaparecidos

Il giornalista e scrittore Alessandro Leogrande se n’è andato, lasciando aperta una potente ricerca sui crimini dell’Argentina di ieri, le omissioni dell’Italia di oggi e la coscienza di un sacerdote accusato di aver collaborato con i torturatori

Un cartello con scritto "Giudizio e punizione" fuori dal tribunale dove si tiene la sentenza del processo quinquennale per il ruolo degli ufficiali della Marina durante la dittatura del 1976-1983, a Buenos Aires, il 29 novembre 2017. REUTERS / Marcos Brindicci
Un cartello con scritto "Giudizio e punizione" fuori dal tribunale dove si tiene la sentenza del processo quinquennale per il ruolo degli ufficiali della Marina durante la dittatura del 1976-1983, a Buenos Aires, il 29 novembre 2017. REUTERS / Marcos Brindicci

Si è concluso mercoledì con la condanna di quarantotto ex militari (29 gli ergastoli), il più importante processo per il terrorismo di Stato che in Argentina tra il 1976 e il 1983 ha ucciso oltre 30 mila persone.

Nell’aula del tribunale di Buenos Aires sono stati esaminati 789 capi d’imputazione per i crimini commessi nella Scuola di Meccanica della Marina (Esma), il lager messo in piedi dalla Giunta militare nel cuore della capitale: dalle torture ai detenuti politici alle le esecuzioni extragiudiziali, dal furto di bambini sottratti alle donne che partorivano durante la prigionia ai “voli della morte”, modalità di desaparición forzada prediletta dagli ufficiali, che gettavano i detenuti vivi in mare o nelle acque del Rio de la Plata.

Il confronto tra i 68 imputati (14 sono morti durante i cinque anni del processo) e i circa 800 testimoni è stato un passaggio cruciale del tortuoso percorso di disvelamento dell’Argentina della dittatura. Un percorso che nelle aule di tribunale è iniziato realmente solo nel 2003 quando, con l’insediamento di Nestor Kirchner alla Casa Rosada, viene smantellato l’impianto legislativo che aveva posto l’oblio e l’assoluzione (leggi del Punto final e della Obediencia debida) come fondamento di un’impossibile riconciliazione nazionale. Andando così incontro anche alle richieste della società civile, che da tempo cercava verità e giustizia.

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Horacio Verbitsky. REUTERS/Marcos BrindicciHoracio Verbitsky. REUTERS/Marcos Brindicci

In questa ricerca svolgono un ruolo cruciale alcuni tenaci giornalisti, come Horacio Verbitsky, che per primo fa coincidere la storia dei massacratori con quella dei massacrati. Perché è vero che le testimonianze dei sopravvissuti sono state raccolte sin dal settembre 1984 nel colossale rapporto Nunca más della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas. Ma a lungo in Argentina, mentre cresce la consapevolezza di ciò che era stata la guerra sucia, resiste la vulgata negazionista dei carnefici, come se, oltre all’immunità, fosse stato concesso loro anche il diritto a una diversa, intangibile versione dei fatti, protetta da un rigido patto del silenzio.

A rompere quel patto è un torturatore dell’Esma, Alfredo Scilingo, che decide di raccontare la sua storia a Horacio Verbitsky. Scilingo non ha rimorsi, dice Verbitsky, ma dorme male e spera così di ritrovare il sonno perduto. L’ex ufficiale di Marina verrà poi condannato nel 2005 a 640 anni di galera, al termine di un processo in cui la confessione raccolta e pubblicata da Verbitsky dieci anni prima (Il Volo) diventa un importante elemento probatorio.

Dopo Il Volo, Verbitsky allarga poco a poco la sua ricerca su una dittatura che non era – e quando mai lo è, una dittatura? – la storia di un clan criminale che prende in ostaggio una società inconsapevole. L’Argentina della Giunta, sostiene oggi Verbitsky, va ripensata come un “regime civico-militare” fondato su un blocco civile, militare, economico ed ecclesiastico. E di questo sistema la desaparición forzada è un elemento cruciale. Perché nascondendo i corpi del reato ne occulta la natura e assolve le complicità.

In un’Argentina in cui vigeva la legge marziale gli oppositori potevano essere fucilati o rinchiusi a vita in carcere. La decisione di usare in modo sistematico la desaparición per eliminare gli oppositori fu presa per non turbare la Chiesa, sostiene Verbitsky, “perché di fronte a un’evidente brutalità, il Papa sarebbe stato costretto a intervenire”.

Sin dal maggio 1976 la Chiesa sa cosa sta accadendo, dimostrano le documentate ricerche di Verbitzky (L’isola del silenzio). Di fronte alle prime denunce di omicidi, sparizioni e persecuzioni, anche contro coraggiosi sacerdoti, i vescovi votano a maggioranza (38 a 19) la consegna del silenzio. E in quegli anni la Chiesa non si limita a tacere, ma una parte di essa collabora all’opera di repressione, schierando i cappellani militari in prima linea in quella che considera “una guerra santa contro il comunismo, di natura metafisica prima ancora che politica”. In ogni contingente militare – spiega ancora Verbitzky – c’era un sacerdote che aveva il compito di convincere i detenuti a collaborare con l’esercito. E qui Horacio Verbitzky cede il testimone dell’inchiesta a un altro tenace ricercatore: Alessandro Leogrande.

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Alessandro Leogrande. Photo credits www.balcanicaucaso.orgAlessandro Leogrande. Photo credits www.balcanicaucaso.org

Intellettuale, scrittore e giornalista, Alessandro Leogrande ha portato avanti la sua indagine fino alla notte tra domenica e lunedì, quando se n’è andato, a soli quarant’anni. La sua ricerca si dipana dalla provincia argentina - più precisamente la Casa Departamental di San Rafael, uno dei tanti luoghi trasformati nel 1976 in un centro di detenzione illegale per oppositori politici - a Sorbolo, nella Pianura padana, a un tiro di schioppo da Brescello, dove sono stati girati tutti i film di Peppone e don Camillo.

Tra i due mondi che conosceva bene (suo fratello viveva in Argentina e lui ci ha passato molto tempo) Leogrande si è mosso seguendo le tracce di un uomo, la cui figura si staglia con nitidezza nei ricordi delle vittime.

“Non partecipa alle torture, non infierisce mai sui corpi, Rimane quasi sempre in silenzio, mentre fissa i colpi e le percosse a pochi metri di distanza. Quando parla, ora suadente, ora imperioso, ordina di collaborare con gli aguzzini, esorta a fare nomi, a liberarsi delle proprie colpe fornendo le informazioni necessarie ai militari”, scrive Alessandro Leogrande in un lungo articolo-inchiesta, citando la testimonianza di Roberto Rolando Flores Tobio, 21enne imbianchino di simpatie peroniste, entrato in quel lager improvvisato il 6 maggio 1976. “L’uomo indossa pantaloni, camicia, giacca e scarpe nere, mentre stringe una Bibbia tra le mani. Un colletto bianco cinge il suo collo. È un prete”.

In quel prete Roberto Rolando e altri tre torturati riconoscono don Franco Reverberi, argentino di origine italiane, emigrato bambino con i genitori dalla provincia di Parma. Trentaquattro anni dopo, il suo nome viene pronunciato dalle vittime nell’aula del tribunale di San Rafael, quando si apre finalmente il processo per i casi di tortura avvenuti nella Casa Departamental.

Quello di don Franco è un nome che conoscono tutti a San Rafael, dove da quarant’anni fa il parroco. Ma quando da testimone dei fatti diventa formalmente indagato, il sacerdote ha già preso il volo. È tornato in Italia, dove inizia un nuova vita da curato di campagna. “Celebra messa nelle piccole frazioni di abitanti che cingono Sorbolo, confessa i fedeli, partecipa alle feste parrocchiali”, racconta Leogrande. E nega di essere quel prete che a San Rafael aiutava i torturatori.

Nella storia di don Franco Reverberi, Leogrande si imbatte quasi per caso leggendo e rileggendo le carte di alcuni processi aperti in Italia contro chi aveva preso parte alle sevizie sotto alla dittatura militare. Alessandro indaga e riflette da tempo sulla questione argentina, ne conosce le vicende processuali e i dilemmi etici, la vita clandestina e le opere di coloro che hanno resistito e a volte sono caduti sotto i colpi della dittatura. Ha curato una raccolta di scritti di Rodolfo Walsh (Il violento mestiere di scrivere, Nuova frontiera, 2016) sodale di Verbitsky e autore di Operazione Massacro, che ebbe l’impudenza di scrivere una lettera aperta alla Giunta e fu ucciso l’indomani.

Ma la storia di don Franco Reverberi tormenta Leogrande anche perché dice molto delle omissioni e lesioni dello Stato di diritto in Italia, dove il sacerdote ha cercato saggiamente rifugio. Quando da Buenos Aires chiedono la sua estradizione, la richiesta viene rigettata, prima dalla Corte d’appello di Bologna poi in via definitiva dalla Cassazione, perché nel codice penale italiano la tortura allora non esisteva. E per un’eventuale imputazione di “concorso in lesioni aggravate” era già sopraggiunta la prescrizione. Del resto, quando nel luglio 2017 il reato di tortura viene finalmente introdotto nel nostro ordinamento, il testo è talmente al di sotto degli standard internazionali, sia per la formulazione del reato che per il periodo di prescrizione previsto, da risultare inapplicabile in questo come in altri gravissimi casi.

Così malgrado i “gravi indizi di colpevolezza” riscontrati dalla corte, don Franco Reverberi rimane a Sorbolo, con la benedizione della Diocesi di Parma che garantisce riguardo alla sua “totale estraneità ai fatti” a prescindere da un qualsiasi accertamento giudiziario dei fatti stessi.

La ricerca di Alessandro Leogrande non può finire qui. L’immagine di quel sacerdote che stringe nelle mani le scritture mentre esorta i torturati a confessare è rimasta impressa nella sua coscienza. Ma lasciamo la parola a lui.

“Più ripensavo a questa storia (un prete che collabora alle torture nel momento più buio della dittatura argentina) e più fiorivano in me un’infinità di domande”, scrive Alessandro in lungo pezzo per "Fuoribordo", inserto di giornalismo narrativo di pagina99 che lui stesso aveva ideato e curava. “Dal momento che – Reverberi o non Reverberi – un prete c’era davvero alla Departamental di San Rafael, sulla base di quali ragionamenti, di quali più intimi convincimenti, un cappellano ha potuto assistere a delle sedute di tortura ed esortare dei corpi martoriati a fornire i nomi di altri oppositori come loro? Quel cappellano è stato ideologicamente solidale con i carnefici o, più semplicemente, non ha potuto sottrarsi a tali funzioni perché temeva delle ripercussioni? Poteva dire: «Io non ci sto, io non partecipo»? Avrebbe potuto ribellarsi? Oppure, concretamente, vedeva nei torturati, in quei giovani militanti vicini ai montoneros e alla sinistra peronista, il germe del caos e del disordine, e quindi un male ancora più radicale dei metodi adottati per debellarlo?”

“Soprattutto: un prete che ha collaborato a tutto questo, come riesce a convivere – negli anni successivi – con i fantasmi del passato? Come riesce tranquillamente a celebrare messa, a consacrare il vino e il pane, ad assolvere dai propri peccati i fedeli che gli si rivolgono nel silenzio di un confessionale? Cosa gli passa per la testa quarant’anni dopo la mattanza, mentre partecipa magari alla vita parrocchiale di piccole borgate anonime, tra i campi della Pianura Padana?”

Col passare del tempo, Alessando si convince che deve provare a contattare don Franco, “vedere con i miei occhi come vive a Sorbolo, dove celebra, cosa pensano di lui i suoi parrocchiani”. Il sacerdote rifiuta di incontrarlo, gli intima di non andare a Sorbolo. Ma tra i due inizia una corrispondenza via mail.

Non so quanto sia riuscito ad andare a fondo del mistero di don Franco, il formidabile inchiestista Alessandro Leogrande. E se lo ha incontrato prima di andarsene troppo presto lasciando una miniera di amici, allievi,  libri, saggi, articoli e punti di domanda affrontati con puntiglio e illuminati da una grande forza morale, tra i quali anche quelli annotati a margine del fitto carteggio con un sacerdote accusato di torture.

Di certo Alessandro lo avrà cercato fino all’ultimo. A Sorbolo c’era stato, sfidando i divieti di don Franco, e ne aveva scritto in quel magistrale “reportage narrativo”, embrione di un libro che non possiamo rassegnarci a non leggere.

Alessandro si fa aprire la minuscola chiesa in cui don Franco celebra messa. Poi esce e sul citofono della canonica, trova la targhetta “Abitazione di don Franco”. “Aspetto qualche minuto lì davanti”, scrive, “poi premo il tasto su cui è indicato il nome di Reverberi. Non risponde nessuno. Riprovo ancora una volta, ma niente. Allontanandomi nello spiazzo assolato, mi volto a guardare le persiane appena socchiuse”

@luigispinola

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GUALA
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