Dopo l'alluvione del secolo il Kerala non trova i soldi per ripartire

A un mese dal disastro, uno degli Stati più vivaci dell’India è ancora in ginocchio. L’economia è devastata e per trovare i fondi per la ricostruzione il governo locale prova tutto, dalla lotteria alla colletta nella diaspora. E Delhi vieta di accettare aiuti dagli Stati stranieri

Volontari in un centro di distribuzione di aiuti dopo l'alluvione di agosto in Kerala. REUTERS/Sivaram V
Volontari in un centro di distribuzione di aiuti dopo l'alluvione di agosto in Kerala. REUTERS/Sivaram V

Un mese dopo l’alluvione del secolo costata 483 vittime, lo Stato indiano del Kerala resta in ginocchio e fatica a trovare la forza per ripartire. Secondo il ministro delle Finanze di Thiruvananthapuram, Thomas Isaac, i danni subiti nei 14 distretti colpiti sfiorano i 3,5 miliardi di euro, due terzi dei quali per le sole contingenze strutturali. La parte più complessa della riparazione riguarderà tuttavia la ricostruzione e il ripristino dell’economia.

Le piogge torrenziali cadute tra il 15 e il 17 agosto hanno colpito in modo diretto 5,41 milioni di persone, con 1,45 milioni di sfollati costretti nei campi governativi, dove oggi rimangono in 60mila. Per gran parte di loro il ritorno alla normalità si preannuncia difficile e potrebbe richiedere due anni. I primi impedimenti sono di natura strutturale e sanitaria. Gran parte delle aree colpite non dispone di acqua potabile, cui si aggiungono condizioni sanitarie critiche dovute alla diffusione di focolai di morbillo, dengue e leptospirosi. Strade, ponti e decine di migliaia di abitazioni sono stati distrutti dalla piena, rallentando la logistica dei soccorsi e ogni tentativo di rimettere in sesto le abitazioni meno colpite.

I danni vanno tuttavia valutati anche in ottica economica. L’acqua ha sferzato in particolare le zone rurali, uccidendo animali domestici, distruggendo attrezzature agricole e spazzando via le colture ormai pronte al raccolto. Tanto è bastato a privare centinaia di migliaia di cittadini degli asset da cui dipende l’economia locale, basata principalmente sulle attività agricole. Danneggiate o distrutte anche molte fabbriche e attività industriali, una tra tutte quella turistica dalla quale dipende il 10% dell’economia del Kerala, in grado di originare il 25% dei posti di lavoro dello Stato. A conti fatti, gli effetti dell’ennesimo monsone anomalo sono valsi 2 punti percentuale del Pil, con conseguenze inevitabili per la crescita di uno degli Stati più vivaci dell’Unione indiana. Concetto ribadito dal primo ministro del Kerala, Pinarayi Vijavan, convinto l’alluvione di agosto sia riuscita a far deragliare il processo di sviluppo.

Superate le criticità della viva emergenza, inizia ora la fase più delicata, vale a dire ricostruire case e infrastrutture, quindi ridare slancio all’economia. A inizio settembre è stato annunciato lo stanziamento di 10mila rupie (120 euro circa) per ogni famiglia disposta a lasciare i centri di accoglienza e a fare ritorno a casa. Somma parsa sin da subito inadeguata per sopperire al reale fabbisogno delle 320mila famiglie interessate, ben lontana dalla realtà se si tengono in considerazione anche i costi strutturali subiti dalle abitazioni.

Per avviare la ricostruzione serviranno almeno due miliardi di euro – poi altri 1,5 miliardi necessari al ripristino delle attività economiche – somma enorme se commisurata ai budget statali, per raccogliere la quale il governo di Thiruvananthapuram ha avviato diverse campagne di raccolta fondi, passando dalle lotterie alla richiesta di aiuto diretta agli altri Stati dell’Unione, incluso il governo centrale di New Delhi, riuscendo a raccogliere solo una minima parte del dovuto.

L’ultimo slancio di Vijavan è stato rivolto all’estero. I vari ministri dello Stato saranno a breve mandati come emissari nei Paesi della diaspora, dove da anni vivono e lavorano migliaia di cittadini del Kerala, le cui rimesse in danaro, destinate ai famigliari rimasti, hanno contribuito alla crescita dell’economia locale. È a loro che Vijavan sta facendo appello, in particolare a chi risiede negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, Qatar, Oman, Singapore, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Inghilterra e Unione Europea. Questi i principali Paesi della diaspora, dai quali sono giunte anche proposte di sostegno diretto da parte dei governi, a partire dagli Emirati Arabi, ma anche da Qatar e Ue.

Via libera per gli atti di umanità da parte degli indiani emigrati, tuttavia, la prospettiva di finanziare la ricostruzione con i fondi di governi stranieri è stata cassata da New Delhi reputandola non in linea con la politica estera dell’India. Il governo centrale ha dichiarato di non voler accogliere le offerte di aiuto straniere, preferendo gestire direttamente l’emergenza. Posizione dettata probabilmente dalla volontà del governo Modi, di dimostrare la capacità dell’India di far fronte alle proprie crisi. Difficile pensare si tema una qualche forma di ingerenza, di fatto però non c’è stato seguito. Dopo le critiche di Vijavan il governo centrale sembra si sia impegnato a ridiscutere la proposta.

L’India non ha fatto i conti solo con l’emergenza del Kerala. Piogge torrenziali, alluvioni e valanghe di fango hanno sferzato altri nove Stati dell’Unione, portando a 1.440 il numero delle vittime. Particolarmente grave la situazione in Uttar Pradesh, lo Stato più popolato dell’India, con 254 morti. Il 13,2% degli abitanti del Nagaland, nel delicato Nordest dell’India, hanno subito gravi danni per effetto di fango e piene. Il tutto è accaduto malgrado quello del 2018 sia considerato dai metereologi un monsone “secco”, vale a dire con precipitazioni poco abbondanti. Il problema in realtà risiede nell’intensità dei fenomeni, risultati del 42% più intensi rispetto alla media degli ultimi decenni, con picchi in Kerala del 164%. Secondo i climatologi è una conseguenza del cambiamento climatico: fa più caldo quindi c’è una maggiore evaporazione in brevi lassi di tempo, da cui dipende (in parte) la maggiore concentrazione di umidità nell’aria. Le piogge devastanti sarebbero il risultato.

A questo si aggiunge la fragilità delle infrastrutture dedicate al controllo dell’acqua dolce. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista indiana Frontline, nel caso del Kerala buona parte delle conseguenze delle alluvioni sarebbero imputabili alla scarsa capacità di contenimento dei bacini e delle 57 grandi dighe presenti nello Stato ma solo 13 con una capacità di contenimento pari o superiore ai 100 milioni di metri cubi. L’inadeguatezza delle infrastrutture è stata aggravata da errori di pianificazione, a partire dal ritardo nell’apertura delle chiuse che avrebbero facilitato il deflusso dell’acqua piovana verso le coste. Il risultato di questa coincidenza di fattori è oggi evidente nel dramma vissuto in Kerala, già passata alla storia come la più grave alluvione dal 1924 a oggi.

@EmaConfortin

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