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Così in India le fake news che girano via Whatsapp uccidono

Ventidue morti negli ultimi due mesi. Le vittime sono state linciate dalla folla aizzata da false notizie raccapriccianti. Delhi chiama in causa il social network, che vara contromisure. Ma serviranno a poco finché verrà tollerata la giustizia fai da te delle folle inferocite

Una donna indiana al cellulare. REUTERS/Rupak De Chowdhuri
Una donna indiana al cellulare. REUTERS/Rupak De Chowdhuri

Di pari passo con l’espansione del mercato delle telecomunicazioni e la diffusione sempre più capillare di smartphone a basso costo in tutto il Paese, in India anche il numero di morti legate alla propagazione di fake news via Whatsapp è in costante crescita.

Solo negli ultimi due mesi, come riportato da India Today, in tutto il Paese sono stati registrati ben 16 casi di linciaggio in cui, massacrati dalla folla, hanno perso la vita 22 persone.

Nell’ultimo incidente, risalente al primo luglio, cinque mendicanti sono stati linciati dalla folla nel distretto di Dhule, in Maharashtra. Da giorni, in zona, su Whatsapp girava un messaggio che metteva in guardia la popolazione locale dalla presenza di ladri di bambini, facendo sì che un gruppetto di forestieri di passaggio nel distretto fosse automaticamente identificato con la minaccia diffusa via smartphone. La folla, a quel punto, ha deciso di farsi giustizia da sola.

Pochi giorni prima, nello stato di Tripura, un venditore ambulante dell’Uttar Pradesh e una donna venivano scambiati per una coppia di contrabbandieri di organi che, secondo il messaggio virale sui gruppi Whatsapp della zona, erano responsabili dell’omicidio di un ragazzino di 11 anni, morto dissanguato in seguito all’espianto di un rene. Circostanza, si scoprirà poi, assolutamente priva di fondamento, ma sufficiente a scatenare l’ira popolare contro, ancora una volta, due forestieri. Il giorno seguente, cercando di intervenire a livello locale per sensibilizzare l’opinione pubblica circa il pericolo di simili fake news, il governo del Tripura assoldava un musicista locale, Sukanta Chakraborty (33 anni), per girare con un pulmino munito di altoparlante per i villaggi dello Stato spiegando che no, tutto quello che gira su Whatsapp non è vero. Chakraborty, pagato 8 dollari al giorno e scambiato per chissà quale impostore, è stato ucciso a colpi di mattone e bastonate in un mercato del Tripura.

Di fronte all’impennata di linciaggi causati dalla diffusione di falsità via Whatsapp, il governo federale indiano lo scorso 2 luglio ha chiamato in causa direttamente i vertici del social network. In una nota, il ministero dell’Elettronica e dell’Informatica indiano informa che all’amministrazione di Whatsapp è stato comunicato il “profondo rammarico” delle istituzioni, chiedendo di adottare “misure preventive” contro la diffusione di messaggi falsi. Secondo il ministero, Whatsapp non può esimersi dal prendersi le proprie “responsabilità, specialmente quando una buona invenzione tecnologica viene utilizzata da alcuni criminali per diffondere messaggi provocatori che spesso portano alla violenza”.

L’India, con oltre 200 milioni di utenti, è il primo mercato assoluto di Whatsapp, azienda da alcuni anni passata sotto il controllo di Facebook.

I vertici di Whatsapp hanno replicato a stretto giro, informando di aver introdotto alcune modifiche nella gestione dei gruppi: d’ora in avanti l’amministratore del gruppo potrà selezionare chi avrà il permesso di inviare messaggi e chi invece decidesse di abbandonare un gruppo potrà spuntare l’opzione di non essere mai più riaggiunto. Inoltre, è al vaglio dell’amministrazione di Whatsapp una segnalazione speciale in grado di evidenziare che il messaggio ricevuto è stato inoltrato, così da poter risalire più facilmente all’utente responsabile della diffusione di fake news, in aggiunta a messaggi automatici che mettono in guardia dalla propagazione di messaggi falsi.

Infine, Whatsapp intende sovvenzionare uno studio mirato intorno ai meccanismi di diffusione delle fake news, avvalendosi della collaborazione di decine di accademici indipendenti, così da raccogliere dati utili per modellare al meglio l’utilizzo del social network di fronte ai pericoli della disinformazione.

Nonostante tali iniziative, secondo il social network di Menlo Park, possano effettivamente aiutare a invertire la tendenza di omicidi causati indirettamente dalla disinformazione social, le contingenze indiane evidenziano un problema ben più profondo, che trascende le responsabilità - vere o presunte - dei social network e dovrebbe chiamare in causa direttamente il governo e le istituzioni locali.

Un editoriale pubblicato su Indian Express nota infatti come, indipendentemente dall’origine delle fake news, la folla spesso tende ad agire senza curarsi delle autorità locali, preferendo alla denuncia alla polizia un’iniziativa spontanea e criminale che, nel Paese, raramente porta a conseguenze penali per i componenti del branco. Tradizionalmente, in casi di linciaggio, le autorità competenti procedono d’ufficio all’apertura di “indagini contro ignoti” che spesso finiscono in un vicolo cieco grazie all’omertà dei residenti. Condizione che, nel tempo, ha circondato le folle di linciatori con un’aura di impunità.

Più che prendersela coi social network, indica il quotidiano indiano, sarebbe bene agire sia a livello politico sia, soprattutto, a livello penale, mostrando all’opinione pubblica che diffondere false notizie - partite dal tempio, dalla moschea, dal mercato o dallo smartphone - che portano a “farsi giustizia da soli” comporta delle conseguenze gravi.

@majunteo

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