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L'insostenibile peso politico dello stupro in India

L'omicidio di una bambina di otto anni scuote la società indiana. La piccola è stata seviziata per punire i musulmani. E gli aguzzini sono stata coperti dall’ultradestra. Ma come nei giorni della rivolta anti-stupro, la classe dirigente ignora la natura politica della violenza sessuale

Una bambina indiana partecipa a una manifestazione di protesta contro lo stupro e l'omicidio di una bambina di otto anni. REUTERS/Adnan Abidi
Una bambina indiana partecipa a una manifestazione di protesta contro lo stupro e l'omicidio di una bambina di otto anni. REUTERS/Adnan Abidi

Recentemente l’India è tornata a occupare le pagine della cronaca nera internazionale per nuovi episodi di violenza sessuale ai danni di giovani donne o bambine, stigma che sin dal tragicamente noto stupro di Delhi di qualche anno fa il Paese non può più né nascondere né ignorare.

Nel mese di gennaio nel distretto di Kathua, nello Stato del Jammu e Kashmir, una bambina di otto anni appartenente alla comunità di pastori musulmani Bakarwal, è stata rapita, tenuta prigioniera in un tempio hindu per una settimana e ripetutamente violentata da un gruppo di uomini di fede hindu. Secondo le autorità, gli uomini avrebbero agito seguendo le indicazioni di un influente ex funzionario - hindu - dell’amministrazione pubblica locale, intenzionato a "dare una lezione" alla comunità nomadica musulmana per allontanarla dal distretto a maggioranza hindu.

Nel mese di aprile, dopo settimane di proteste organizzate dagli ambienti della destra hindu - compresi esponenti del Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito del primo ministro Narendra Modi - a difesa dei violentatori, la polizia è riuscita a produrre il documento dell’accusa necessario per l’apertura del procedimento penale: otto gli indagati per stupro, omicidio e inquinamento di prove, tra cui figurano quattro agenti di polizia del distretto di Kathua, tutti hindu.

Lo scorso 8 aprile a Unnao, in Uttar Pradesh, una ragazza ha tentato di immolarsi col fuoco di fronte alla residenza di Yogi Adityanath, chief minister dello Stato ed esponente del Bjp. La ragazza, sei mesi prima, aveva denunciato di essere stata violentata da un altro esponente del Bjp, Kuldeep Singh Sengar, e il tentativo di suicidio per immolazione doveva servire a riportare l’attenzione delle autorità sul suo caso. La polizia locale, in tutta risposta, ha invece arrestato il padre della ragazza che, nella stessa giornata, è stato dichiarato morto in seguito alle percosse subìte durante la detenzione nella centrale di polizia locale.

I casi di Kathua e Unnao hanno scosso l’opinione pubblica nazionale, scesa in piazza lungo tutta la scorsa settimana per denunciare l’inazione delle autorità di fronte a due episodi capaci di riaccendere l’indignazione collettiva che, nel 2012, aveva infiammato il Paese in seguito alla violenza sessuale di gruppo e omicidio di Jyoti Singh, la studentessa di Delhi meglio nota come "Nirbhaya", la coraggiosa.

Oggi come allora, la reazione delle istituzioni di fronte alle proteste su scala nazionale è stata ancora una volta approssimativa, frettolosa e di facciata. Il governo federale, guidato da Narendra Modi (Bjp), ha proposto un ulteriore inasprimento delle leggi in materia di violenza sessuale introducendo la pena capitale per i casi di stupro di bambine sotto i 12 anni.

La misura, che sarà in vigore per i prossimi sei mesi in attesa della ratifica definitiva in parlamento, è stata criticata da diversi attivisti per i diritti umani, lanciando l’allarme di una toppa populista destinata a portare più danni che benefici. L’attivista e avvocato Vrinda Grover, ad esempio, ha spiegato al quotidiano The Hindu: «Nei casi di violenza sessuale su minori sappiamo che la maggioranza dei crimini viene commessa da persone che conoscono le vittime o da famigliari. Riuscite a immaginare qualcuno che denuncerà crimini del genere sapendo che l’accusato può rischiare la pena di morte?».

Citando le statistiche rilasciate dal National Crime Record Bureau relative al 2016, Grover ha evidenziato che quasi il 95 per cento dei crimini contro i bambini coinvolge o famigliari o conoscenti della vittima; nei casi di violenza sessuale o molestie sessuali ai danni di bambini, la percentuale di condanne in sede legale si aggira intorno al 18 per cento.

Dopo che le proteste della società civile hanno mobilitato migliaia di persone in tutto il Paese chiedendo un intervento delle istituzioni e giustizia per le vittime di Kathua e Unnao, lo scorso 19 aprile il primo ministro indiano Narendra Modi ha finalmente rotto il silenzio sulle vicende durante un evento pubblico organizzato dalla diaspora indiana a Londra, dove si trovava in visita per la riunione dei capi di Stato del Commonwealth.

Modi, estendendo un appello a tutte le forze politiche indiane per «non politicizzare» gli stupri, ha dichiarato: «Uno stupro è uno stupro. Come possiamo tollerare lo sfruttamento delle nostre figlie? Ma possiamo noi paragonare il numero di stupri occorsi durante diversi governi? Non possiamo dire che ci sono stati tot stupri durante il nostro governo e tot stupri durante il vostro. Non c’è un modo peggiore per affrontare questo tema».

L’appello a spoliticizzare le violenze sessuali esteso da Modi dimostra la scarsissima sensibilità che la classe dirigente indiana dimostra per il problema macroscopico delle violenze di genere. Lo stupro, in India come altrove, è un crimine politico nel senso più alto del termine, specchio della repressione patriarcale agìta sul corpo delle donne con scopi punitivi ed esemplari. Trattare il problema in soli termini di «law and order», oggi come con Nirbhaya, con ogni probabilità non porterà ad alcun risultato tangibile per le vite di centinaia di milioni di donne indiane.

Inoltre, almeno nel caso di Kathua, è impossibile negare la natura politica della violenza perpetrata sul corpo di una bambina musulmana di soli otto anni. In un lungo commento apparso sul magazine online Scroll.in, Harsh Mander scrive: «Dobbiamo iniziare a prendere atto del fatto che la bambina è incorsa nel proprio destino non solo perché era una bambina, ma per la sua identità religiosa. Ciò che ha causato la violenza sessuale e l’omicidio, in fin dei conti, è stata la viscerale normalizzazione dell’odio contro i musulmani. […] Il suo orripilante stupro e omicidio è parte della litania di crimini d’odio occorsi negli ultimi anni. Nei nostri viaggi attraverso dieci Stati (Mander tiene una rubrica fissa sui crimini contro i musulmani in India, ndr) abbiamo individuato un pattern non solo di omicidi, ma di mutilazioni dei corpi delle vittime in Assam, Bengala, Jharkhand, Uttar Pradesh, Haryana e nel Karnataka costiero. Sono appena rientrato da Asansol, in Bengala, dove le unghie del figlio sedicenne di Imam Rashidi sono state strappate, un occhio cavato, il corpo parzialmente bruciato».

La retorica del "proteggiamo le nostre figlie", ancora una volta, non è abbastanza.

@majunteo

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