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Intervista ad Ahmed Rashid sul futuro di Afghanistan e Pakistan

Con l’attenzione internazionale focalizzata sul Medio Oriente, dove crisi e conflitti si susseguono con un ritmo senza precedenti, in pochi sembrano essersi accorti che Pakistan e Afghanistan stanno vivendo una delicatissima fase di transizione, il cui esito contribuirà certamente a determinare i futuri equilibri internazionali. Ne abbiamo parlato con Ahmed Rashid, uno dei più autorevoli studiosi della regione.

Gli Stati Uniti hanno modificato la tabella di marcia per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Pensa che questa decisione possa davvero avere un impatto sulla situazione in Afghanistan impedendo ai Talebani di riconquistare larghe porzioni di territorio nella futura stagione di combattimenti? 

Credo che far rimanere le truppe americane più a lungo in Afghanistan abbia un impatto positivo sul morale dell’esercito afghano, del governo e delle elite a Kabul, affinché il paese non venga abbandonato e privato delle sue risorse finanziare.

Credo che un’ulteriore ragione della scelta del presidente Obama sia quella di assicurare che gli aiuti finanziari promessi all’Afghanistan fino al 2017 continuino ad essere approvati ed erogati dal Congresso. Se le truppe si fossero ritirate entro il 2016 non credo che il Congresso avrebbe avuto interesse a continuare a finanziare l’Afghanistan. Quindi penso che questa strategia di Obama sia rivolta anche ai suoi elettori e al suo parlamento. Penso che volesse dare impulso alla cooperazione tra la comunità internazionale e l’Afghanistan. Se le truppe avessero lasciato il paese molte altre nazioni avrebbero agito di conseguenza, privando l’Afghanistan di sostegno militare, economico e così via.

Quanto ha influito sulla decisione americana la minaccia rappresentata dallo Stato Islamico?
Per quanto riguarda l’Isis, non sono convinto che rappresenti per ora un vero pericolo per la nostra regione. I Taliban, Al Qaeda, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan e gruppi simili sono una minaccia molto più diretta e sono molto più attivi dell’Isis, che in fondo è ancora lontano e non ha legami reali con l’Asia meridionale.

Pensa che vi sia una reale possibilità di successo per i negoziati tra il governo afgano e i talebani?
Credo che sia il presidente Ashraf Ghani che gli americani e i pakistani condividano l’obiettivo di far ripartire i negoziati. E’ molto importante che il negoziato si avvii, e credo che tutti i paesi dell’area abbiano capito che, alla fine, nessuno è in grado di sconfiggere i Taliban, incluso l’esercito afghano o il governo. C’è bisogno di trovare un compromesso, un accordo che preveda la condivisione del potere tra i Taliban e il governo. Fino a che questo non avverrà, non ci saranno chance di una reale pacificazione del Paese.

Lei ha seguito l’evoluzione del movimento dei talebani fin dai suoi albori. Nell’ultimo anno ha notato cambiamenti significativi a livello ideologico che possano rendere possibile la loro partecipazione alla vita politica in un Afghanistan tollerante e democratico?

Credo che il primo risultato del processo di pace, delle prospettive o speranze di giungere a un negoziato, sia stata la frattura verificatasi all’interno dei Taliban. Bisogna ricordare che il movimento talebano è sempre stato monolitico sotto la leadership del Mullah Omar. Innanzitutto le divisioni hanno riguardato il tema dei negoziati, perché i più intransigenti sono contrari alle trattative e pensano di poter riconquistare Kabul e governare nuovamente il Paese. I Taliban moderati, invece,premono affinché il negoziato abbia luogo. Credo anche che, per la prima volta, la figura del Mullah Omar sia stata messa profondamente in discussione, nessuno lo ha incontrato o visto da molti anni ormai. La gente pensa che sia nelle mani dei pakistani o rinchiuso in qualche prigione, e i Taliban  vogliono vederlo, devono vederlo in effetti prima di poter prendere una decisione sulla questione dei negoziati. 


A quanto pare il Pakistan è ora intenzionato a giocare un ruolo costruttivo nei negoziati. Quanto è sentita questa posizione del governo di Islamabad e quanta influenza può effettivamente esercitare sui Taliban?
Non lo sapremo finché il Pakistan non obbligherà i Taliban a sedersi al tavolo dei negoziati. Io stesso ho espresso forti critiche nelle ultime settimane puntualizzando che, sebbene il nuovo capo dell’esercito si sia attribuito la missione di persuadere i capi talebani a trattare con Kabul, non è successo ancora nulla. Molto è stato invece già fatto dagli afghani, con il presidente Ghani che si è mostrato molto collaborativo nel fare concessioni al Pakistan. Il Pakistan invece non ha concesso finora alcun beneficio all’Afghanistan, e vorrei che ciò avvenisse a breve. Naturalmente il vantaggio maggiore che possiamo ottenere è che i Taliban accettino di parlare con il governo di Kabul.

La nuova strategia adottata dal Pakistan in Afghanistan rientra in una strategia globale contro il terrorismo che implica operazioni militari a FATA, Khyber Pakhtunkhwa e in altre zone del paese. Cosa ha spinto le autorità del Pakistan a intraprendere questo apparente cambiamento di rotta?
Credo che l’esercito si sia reso conto che non si può continuare a parlare di lotta al terrorismo senza fare nulla, e che il terrorismo ora rappresenti una grande minaccia per la stabilità del Pakistan oltre che per la stabilità dello stesso esercito. Bisogna ricordare che numerosi membri attivi e in congedo delle forze armate si sono arruolati in gruppi terroristici e si sono resi responsabili di molti degli attacchi avvenuti in Pakistan. Quindi la situazione è molto pericolosa e potrebbe sfuggire di mano, e il Pakistan diventare come l’Iraq e la Siria. Sono sicuro che l’esercito voglia evitarlo. Credo che sotto il comando del generale Kayani fosse diffusa la consapevolezza che c’era bisogno di fare qualcosa, ma nessuno ne aveva la volontà. Le cose sembrano essere cambiate sotto il generale Raheel Sharif, nel senso che finalmente l’esercito è determinato ad agire, e sono certo che abbiano un piano strategico per combattere le forze estremiste in tutto il paese, anche se fino ad ora la loro azione è rimasta circoscritta alla parte nord occidentale del paese.

Secondo il Ministro dell’Interno del Pakistan, novantacinque gruppi nel Punjab – molti dei quali in passato sono stati armati e addestrati dall’intelligence pakistana, l’Inter Services Intelligence (ISI)– sono determinati a combattere la jihad permanente contro l’India e riconquistare la regione contesa del Kashmir. Il generale Sharif ha detto che affronterà questi gruppi ma permangono dubbi sia sulla reale volontà che sulla sua capacità di farlo. In una recente intervista ha richiamato a uno sforzo collettivo per offrire alle prossime generazioni un Pakistan prospero e libero dal terrorismo. Qual è la sua opinione al riguardo?
Credo che affrontare la questione dei gruppi nel Punjabsia di importanza cruciale per il Pakistan. Fino ad ora né il governo, né i militari hanno effettivamente affrontato la questione in maniera adeguata. Quindi penso che un’azione contro di loro ci sarà prima o poi, ma non ho idea in che tempi e né in che modalità, né per quanto tempo questi gruppi saranno nella posizione di ricattare il governo. Credo che se ci si impegna nella lotta al terrorismo lo si debba fare su tutti i fronti, non si può essere selettivi e decidere di combattere alcuni terroristi e non altri.

Allora crede che ci sia una volontà e che si passerà ai fatti in futuro?
Sì, voglio dire, questo è quanto ci viene detto. Naturalmente resta da vedere se alla retorica seguiranno fatti concreti, e se l’esercito farà ciò che ha dichiarato di voler fare.

Anche se il generale Sharif avesse davvero la volontà di combattere il terrorismo, non teme che la lotta contro i gruppi del Punjab potrebbe generare divisioni tra l’esercito e destabilizzare l’intero paese?
Non credo che l’azione che verrà intrapresa contro i gruppi del Punjab sarà analoga a quella contro i Taliban in Pakistan. Credo che verterà maggiormente sulla riconciliazione, sugli incentivi economici, l’impiego e l’educazione. Penso che assumerà forme diverse da quelle a cui abbiamo assistito fino ad ora.

Negli ultimi mesi la Cina ha dimostrato un crescente interesse nei confronti dell’Afghanistan e molti pensano che la sua capacità di influire sul Pakistan potrebbe rivelarsi decisiva per i negoziati con i talebani. Pensa davvero che la Cina stia rimpiazzando gli Stati Uniti in quanto attore principale nella regione?
Penso che la Cina giocherà un ruolo molto positivo nel negoziato di pace. Credo che la Cina stia facendo pressione sul Pakistan affinché convinca i Taliban a sedersi al tavolo, giocando un ruolo molto positivo su quel fronte. Inoltre ha promesso di destinare significativi aiuti economici all’Afghanistan e al Pakistan una volta che sarà stabilita la pace nell’area. In sostanza, la Cina ha assunto un ruolo significativo sia dal punto di vista economico che politico, soprattutto visto che gli americani lasceranno presto l’area.

Non crede che giocando la carta pakistana la Cina potrebbe far infuriare l’India, con conseguenti effetti negativi sulla stabilità dell’intera regione?
No, penso che la Cina ce la stia mettendo tutta a convincere l’Iran, l’India, la Russia, l’Arabia Saudita e tutti i paesi vicini che quanto sta tentando di fare in Afghanistan e con il Pakistan è nell’interesse dell’intera regione, non solo della Cina stessa o del Pakistan, ma nell’interesse di tutti. E non c’è un paese nell’area che non auspichi la pace e la stabilità per l’Afghanistan, tutti i paesi dell’area la auspicano. E’ possibile che all’India non piaccia il fatto che il Pakistan giochi un ruolo di tale rilievo ma alla fine dovranno ammettere che la pace e la stabilità, e le trattative con i Taliban sono un’opzione migliore della situazione attuale.

Cosa ne pensa della situazione nello Yemen e delle possibili conseguenze in Pakistan e nel Medio Oriente?
Penso che siamo di fronte a una situazione molto pericolosa. Quanto sta accadendo in Yemen è una guerra civile interna, non una guerra combattuta indirettamente dall’Iran e dall’Arabia Saudita. In questo momento i sauditi stanno cercando di internazionalizzare la guerra, portandola oltre i confini di Sana’a. Credo che questa alleanza internazionale farà infuriare le minoranze sciite in ogni parte del mondo. Non dimentichiamo che le minoranze sciite sono presenti in tutti i paesi musulmani (compreso il Pakistan, ove rappresenta il 20% circa della popolazione, ndr).

@daniele_grassi_
 

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