Il Vice Ministro Mario Giro: "dalla Libia alla Siria all'Africa, ecco l'agenda dell'Italia su scala globale"

Da nuovo Vice Ministro degli Esteri qual è la Sua agenda per i prossimi due anni? L’agenda è complessa. Ci siamo messi a lavorare a testa bassa perché si tratta di una nuova visione della cooperazione, bisogna mettere in atto quello che la legge prefigura. Una cooperazione che non sia solo aiuto pubblico allo sviluppo ma anche partenariato pubblico/privato con un ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, che diventa banca di sviluppo, un ruolo del tutto nuovo. Questo modifica la visione dei paesi prioritari, l’attuale lista è basata sull’aiuto pubblico allo sviluppo, un approccio umanitario che resta essenziale.

REUTERS/John Schults

Oggi si tratta di allargare la nostra visione: ci sono paesi nei quali si può intervenire in modo diverso, attraverso il settore privato, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti o con il blending, cioè il partenariato pubblico-privato, dove le imprese sono coinvolte come nuovi soggetti della cooperazione su settori strategici, per esempio l’energia. E’ un salto dimensionale e un salto qualitativo. Cambia la cultura della cooperazione, quindi cambia il nostro approccio.

Cooperazione e Africa

Che ruolo avrà la nuova Agenzia per la Cooperazione?

L’Agenzia sarà il motore che gestirà tutto questo. Stiamo completando la convenzione tra la Cassa Depositi e Prestiti e l’Agenzia. Saranno coinvolti anche altri Ministeri, l’Agenzia diventerà uno strumento a servizio di tutto il Sistema Italia per una cooperazione intesa in maniera più ampia rispetto al passato.

A proposito dei paesi prioritari, quali sono le aree dove si concentreranno le iniziative della cooperazione italiana?

L’Africa è la prima area. Come ha detto il Premier Renzi, l’Africa è la nostra priorità in tutti i sensi, poi parte dell’America Centrale, e dell’Asia. Le nuove linee triennali della cooperazione allo sviluppo saranno presentate al Comitato interministeriale. Stiamo ripensando tutto. Per esempio, il Ministero dell’Ambiente avrà un ruolo importante nella cooperazione collegato ai disastri ambientali, alle energie rinnovabili, a tutti gli impegni della COP 21. Un altro esempio è quanto emerso dall’Expo di Milano in termini agro-industriali, quindi di sviluppo. Penso alla cooperazione come un tridente, una parte è aiuto pubblico allo sviluppo, una seconda parte settore privato, quindi internazionalizzazione delle nostre imprese, una terza parte è cultura. Queste tre si devono muovere insieme pur nella loro rispettiva autonomia.

Alla luce dei cambiamenti economici intercorsi in molti paesi africani - che una volta erano considerati terra di povertà e lotte fratricide mentre negli ultimi anni si sono resi protagonisti di una forte fase di dinamismo economico - come cambia la cooperazione? Continuiamo a costruire pozzi però facciamo anche programmi di micro-imprenditorialità?

Noi dobbiamo continuare a fare quello che è stato fatto bene in questi anni: penso ai settori fondamentali della sanità e della scuola, e fare il salto dimensionale che va condiviso con tutto il sistema Italia. Si tratta di aggiungere nuove operazioni, abbiamo fatto l’esempio dell’energia e dell’agro-industria, aggiungo la creazione di impieghi in Tunisia. Stiamo immaginando nuovi sistemi per ottenere più fondi in cooperazione delegata, cioè investimenti dell’Unione europea affidati all’Italia, attivare ex novo i fondi in blending attraverso la Cassa, finora non avevamo lo strumento della Banca dello sviluppo (come invece avevano i tedeschi), oggi sì, e lanciare nuove iniziative anche attraverso le eccellenze italiane. Per l’energia e le rinnovabili mettendo insieme COP21, Ministero dell’Ambiente, Enel, Enel Green Power, le nostre ONG e tutto il savoir-faire collegato, e i Politenici di Milano e Torino, si profila una piattaforma che può aiutare l’ottimo lavoro che già fa Enel in Africa, creando, per esempio, delle grandi operazioni di elettrificazione a partire dalle rinnovabili. Tutto questo è strategico per le nostre imprese, per le nostre ONG e per la presenza del Paese. Sono un tutt’uno. Bisogna avere il coraggio di vedere le cose insieme e lavorare per obiettivi.

Migliaia di progetti di cooperazione vengono realizzati in tutto il mondo ogni anno con molto successo, ma non sempre si ottengono i risultati sperati. Secondo la Sua esperienza quali lezioni si possono apprendere affinché i progetti di cooperazione incidano effettivamente sui processi complessivi di sviluppo dei paesi beneficiari?

Entra in gioco il mito della ownership, importantissima come senso di responsabilità ma che a volte diventa una clava utilizzata alternativamente dai paesi beneficiari e da quelli benefattori. Secondo me bisogna uscire da questa trappola e qui gli italiani sono messi meglio degli altri. Abbiamo rapporti paritari con i nostri partner africani e ottime relazioni storiche. Gli africani riconoscono in noi un partner non invasivo, né impositivo ma anche serio e responsabilizzante.

Libia

Che prospettive ha il governo del Premier libico Sarraj, appoggiato dalle Nazioni Unite e dall'Ue, dopo l’insediamento, di ottenere la legittimazione del Parlamento di Tobruk e avviare così la stabilizzazione del paese?

Bisogna avere pazienza. Quando uno stato fallisce e si autodistrugge, ricostruirlo non è operazione da poco. Abbiamo molti fallimenti davanti agli occhi in Iraq, in Siria, in Yemen e in altri posti. Per questa ragione, in Libia la posizione italiana è stata contribuire a dare un paziente e forte impulso affinché i libici prendano le loro responsabilità. Bisogna avere la pazienza di mantenere una pressione politica sui libici perché siano loro i primi a trovare le soluzioni. Lo so che i media hanno fretta di raccontare, però si pensava che non ci sarebbe mai stato l’accordo e l’accordo alla fine c’è stato, si pensava che questo accordo non avrebbe prodotto un Consiglio di Presidenza e il Consiglio di Presidenza c’è stato. Si pensava che non si sarebbe potuto trovare accordo sul Primo Ministro e l’accordo alla fine si è trovato. Si pensava che questo Primo Ministro non sarebbe riuscito a formare il governo e alla fine il Governo è stato formato. Si pensava che questo Primo Ministro e il suo governo non sarebbero mai riusciti ad arrivare a Tripoli e alla fine ci sono arrivati. E’ facile? No, è difficilissimo, ci vuole tempo e pazienza. Sono questi i tempi della ricostruzione di un paese. Lentamente stanno anche emergendo tutti gli spoilers, cioè chi remava contro il processo. E’ molto importante che siano i libici i primi a prendersi la responsabilità. Ogni soluzione direttamente o indirettamente imposta dall’esterno diventa ingestibile alla fine. Se proprio dobbiamo commettere errori, che è inevitabile, proviamo a commetterne di nuovi. Non i vecchi, come l’idea che le cose si possano imporre quando ormai abbiamo prove molteplici che nulla si può imporre senza la volontà e la responsabilità dei protagonisti, i libici in questo caso.

In Libia, la strategia italiana è che nessun intervento militare possa essere ipotizzato se non espressamente richiesto dal governo libico. Ma se la situazione nel paese dovesse continuare a peggiorare, con Isis che aumenta il suo potenziale offensivo e la sua ramificazione nel Paese, minaccia le risorse energetiche ed estende il controllo sui flussi migratori verso l'Europa, l’Italia continuerebbe a mantenere questa linea?

Noi cerchiamo di aiutare questo governo appena insediatosi a Tripoli con aiuti umanitari e aspettiamo le sue richieste. La linea dell’Italia non è solo di attesa. L’Italia è molto impegnata ad aiutare i libici a farcela.

Anche se un intervento occidentale venisse richiesto dal governo di unità nazionale libico, vi è il rischio che sfoci in una guerra destabilizzante in un paese già dilaniato dalle differenze tribali? Quale sarebbe in questo caso la exit strategy?

Difficile prevedere questo. Per adesso non si parla d’intervento. Non è all’ordine del giorno. Discuteremo con i libici. Sicuramente qualunque tipo di operazione dovrebbe essere sotto la bandiera delle Nazioni Unite e siamo molto lontani da questa eventualità. Non si possono fare colpi di testa, ci vuole calma. Bisogna operare affinché questo governo diventi un governo riconosciuto, sarà un processo lento.

Siria

Parlando sempre di teatri di guerra ma spostandoci in Siria, che significato ha il ritiro delle truppe russe dalla Siria?

I russi hanno colmato un vuoto geopolitico, hanno aiutato i loro alleati e sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo, aiutare le forze di Assad. A questo punto anche i russi si rendono conto che è arrivato il momento del negoziato. L’errore tragico di molti paesi è stato schierarsi. Non bisognava schierarsi, adesso sono tutti tornati al negoziato. Lo scandalo è che quando si è concordata la prima tregua, ha funzionato. Ciò significa che si poteva fare prima. La Siria è stata abbandonata per più di quattro anni perché molti paesi e soggetti istituzionali si sono schierati invece di lavorare per l’accordo, che è l’unica cosa che la salverà.

Quindi Lei vede con ottimismo la ripresa dei negoziati di Ginevra, quali prospettive ci sono per la pacificazione del Paese?

E’ difficile essere ottimisti dopo 10 milioni tra sfollati e rifugiati e non si sa quante centinaia di migliaia di morti. Io sottolineo lo scandalo del fatto che si poteva fare molto prima e spero che dalla tregua nasca un negoziato vero, difficilissimo, e da lì una pace. Certo non sarà più la Siria di una volta. La tregua fa sperare che un giorno i siriani potranno tornare in Siria.

Crisi migranti e rifugiati

La Siria è stata uno dei principali paesi di provenienza dei migranti che nel 2015 sono entrati in Europa, il cui numero totale ha superato 1 milione. Pur trattandosi di un fenomeno di enormi proporzioni, manca ancora una politica comune europea. Oltre alla cooperazione della Turchia o a ragionare su un sistema delle quote e del ricollocamento, quali strategie dovrebbe adottare l’Ue per affrontare tanto le sfide dei flussi migratori quanto le cause della loro origine?

Il fenomeno c’è, è strutturale e durerà decenni. Ci sono vari focolai. La prima cosa da fare è spegnere le guerre, perché provocano punti di sofferenza acuta, aumentando i flussi improvvisamente. In secondo luogo, bisogna tenere a bada, con quello che si è deciso alla Cop21, i fenomeni negativi del climate change, perché moltissimi profughi si spostano per motivi ambientali, cosa di cui non si parla quasi mai. I motivi ambientali sono molto forti nella decisione di emigrare o di fuggire. In terzo luogo, si tratta di fare una politica europea comune sulla questione dell’immigrazione e integrazione, finora mancata. E’ ridicolo che 500 milioni di persone non siano in grado di gestire e integrare 1 milione e mezzo di profughi. Per questo l’Italia ha reso operativi i corridoi umanitari, per far arrivare le persone già identificate in partenza, scegliendo le fasce più vulnerabili: donne, bambini, minoranze. Questo è molto importante, se tutti lo facessero avremmo uno strumento in più per gestire il fenomeno. Per questo ci vuole una politica comune europea e che in ogni paese l’immigrazione non sia oggetto di dialettica partitica. Finché l’immigrazione rimane tema di politica interna, si alimenta la paura e faremo sempre errori.

Terrorismo, foreign fighters e integrazione

Dopo i drammatici attentati di Bruxelles teme una risposta emotiva da parte di alcuni paesi?

C’è già la risposta emotiva purtroppo con l’emersione di gruppi e partiti populisti e xenofobi. Questa è una vecchia storia nella tradizione politica europea e ogni tanto queste pulsioni, pensiamo agli anni Trenta, emergono. Dobbiamo essere lucidi, e non perdere la testa perché la nostra salvezza è l’unione e non certo la separazione. Abbiamo già visto quanti mali ha provocato la separazione degli europei, che hanno scatenato, unico caso al mondo, due guerre mondiali proprio per le loro separazioni e antagonismi. L’unica soluzione è il processo unitario in corso, difficile, come la storia ci ricorda. I partiti tradizionali, di destra o sinistra che siano, non devono lasciarsi condizionare dal populismo e dalla xenofobia che riemerge come uno spettro dalla pancia d’Europa.

Gli attentati di Bruxelles e di Parigi hanno reso chiaro che i terroristi non sono stranieri, ma cittadini europei, figli di immigrati, radicalizzati nelle periferie delle nostre città. Come andrebbe potenziata la sicurezza comune?

Ho scritto un libro su questo tema: sul fronte interno, sui foreign fighters di ritorno e su quelli che si fanno terroristi in Europa. E’ un discorso a sé, sicuramente legato a quello che succede in Medio Oriente: Isis, al-Qaeda, Jemaah Islamiah e altri gruppi fanno da catalizzatori. Però è un problema preesistente. Ora scopriamo che ci sono i foreign fighters e li chiamiamo con questo nuovo nome ma i terroristi della banlieue parigina e delle periferie di altre città europee, hanno operato già negli anni ’90 nella metro di Saint-Michel, a Londra, in Spagna. E’ una storia che viene da lontano e che ci trascineremo purtroppo. La storia della radicalizzazione di una generazione, in particolare della seconda generazione, i figli di immigrati nati in Europa, nostri fratelli e concittadini, per tanti motivi diventati esempio del fallimento dell’integrazione. Isis, al-Qaeda o altri gruppi fanno da catalizzatori di questo fenomeno ma il fenomeno esiste di suo, va affrontato con una giusta politica d’integrazione, di urbanizzazione. Ci sono troppi ghetti in Europa, serve una politica giusta, di dialogo interreligioso e di vicinanza tra comunità. Non lo dico in termini buonisti. Il dialogo tra comunità, una giusta convivenza tra quartieri e il non fare ghetti sono condizioni per la nostra sicurezza. Chi lo ritiene buonismo commette un errore gravissimo. E’ proprio il “cattivismo”, cioè il creare un clima deleterio in una situazione già fragile, che alimenta l’insicurezza. Più si rinuncia a intervenire più si rende difficile il lavoro delle forze dell’ordine, regalando intere comunità cittadine agli estremisti. Il fronte interno è molto importante. Ha ragione Renzi quando dice, questi sono figli nostri e vanno trattati con una politica particolare.

Spesso si tralascia il beneficio economico che i migranti, se accolti in modo corretto, possono veicolare in termini di crescita economica per quei Paesi che sanno integrarli con adeguati percorsi di inserimento.

Prima di parlare di economia, io parlo di sicurezza. Perché so che la gente a questo è interessata con ragione. Io rovescio il paradigma. Urlare, gridare, stigmatizzare crea insicurezza, unire, fare politiche urbane giuste, sociali e integrative crea sicurezza.

A proposito di terrorismo e foreign fighters, quando si parla di terrorismo jihadista la nostra attenzione si rivolge al Medio Oriente e all’Isis, tralasciando quanto sta succedendo in vaste parti dell’Africa. Boko Haram dalla Nigeria opera in Africa occidentale e centrale, al-Shabaab dalla Somalia continua a operare nell’Africa orientale. Infine, il problema del Nord Africa e del Sahel con Isis e al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Cosa dobbiamo aspettarci dall’avanzata del terrorismo jihadista in Africa?

Ci sono tre punti di sofferenza a questo riguardo in Africa. La Nigeria del Nord, il Sudan e la Somalia. Sono fenomeni che permangono da decine di anni. Quindi non vanno legati a quello che succede oggi in Medio Oriente. Boko Haram era preesistente, e figlio di un gruppo fondamentalista antecedente, Izala. Così anche le varie crisi sudanesi, quella del Darfour non è mica finita o quello che succede nel Kordofan o la guerra civile interna nel Sud Sudan. E anche la crisi in Somalia esiste da più di vent’anni. Lasciando marcire queste situazioni senza una soluzione chiaramente s’incancreniscono e estremizzano. Come i talebani di oggi sono, se possibile, peggio dei Talebani del ‘96 così anche lo stesso fenomeno si osserva in Boko Haram o al-Shabaab. La tradizione africana è di grande tolleranza. Nelle stesse famiglie ci sono persone di religione diversa. Nella tradizione dell’Islam nero non c’è l’estremismo. Ma è ovvio che in una situazione di povertà, di abbandono ed esclusione accadono fenomeni di contagio e reclutamento. Ma non giocano solo i fattori sociali o economici, se così fosse avremmo milioni di estremisti e non è così in Africa.

Turchia

Ankara è sempre più al centro delle dinamiche migratorie, soprattutto per il ruolo strategico che potrebbe svolgere per l’UE nella crisi dei migranti. Alla luce delle complessità interne del Paese, che tipo di partner è oggi la Turchia per l’Europa e che prospettive ci sono per un suo ingresso nell’Ue?

Io penso che la Turchia sia un partner molto importante per l’Europa. Si discute se dovrà o no aderire all’Unione europea. E’ un discorso che dovremo fare seriamente. Per adesso è rimandato. In ogni caso la Turchia resta un partner importante. Non siamo stati sempre d’accordo su certi aspetti della gestione della crisi siriana, come il controllo delle frontiere. I giordani hanno controllato molto di più la loro frontiera, dove peraltro la rivolta siriana era nata. La Turchia attraversa una fase complessa della sua democrazia, che naturalmente noi guardiamo con rispetto. Certo, le nostre società più che i nostri governi non possono esimersi dall’esprimere la loro opinione sulle questioni che riguardano i diritti umani, di cui siamo fautori. Resta il fatto che, essendo un partner così importante, con un peso economico e demografico, la Turchia è il paese principale con cui dobbiamo discutere sul futuro del Medio Oriente, prendendo sul serio le loro preoccupazioni, che magari non sono simili alle nostre. Su questo non ci sono alternative.

Iran e Arabia Saudita

A proposito di Medio Oriente, quali conseguenze ha secondo lei oggi la forte rivalità tra Iran e Arabia Saudita negli equilibri medio-orientali?

La loro rivalità è sempre stata molto alta dalla rivoluzione islamica del ’79 e chiaramente c’è un problema sunniti/sciiti ma c’è soprattutto un problema di leadership regionale. Oggi in Medio Oriente c’è un problema di leadership su chi ne controlla il cuore che è rappresentato dalla Siria, e su questo molti paesi musulmani hanno la loro parola da dire. L’Occidente e in particolare l’Europa non possono certo sostituirsi a loro, ma influire nel senso della stabilità. Noi siamo contenti della nuova fase di relazioni con l’Iran, l’Italia è in prima linea e ci ha sempre puntato. Naturalmente è una fase che va condotta con intelligenza e valutazioni continue sulla base dell’accordo. Così anche riconosciamo il ruolo importante dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e della Turchia. Sono i quattro stati chiave nel Medio Oriente. Last but not least l’amicizia con Israele rimane un punto fondamentale della politica estera italiana e la protezione del Libano sui cui l’Italia si è tanto impegnata con l’operazione UNIFIL. Paradossalmente lo stato più fragile di tutto il Medio Oriente è quello che ha tenuto meglio proprio perché ci sono i caschi blu dell’operazione voluta dall’Italia e a comando italiano. Dopo il crollo della Siria, era facile che lo stesso succedesse in Libano, con effetti negativi anche su Israele. Aver salvato il Libano dalla tempesta è un grande successo dell’Italia.

Russia

Le principali sanzioni economiche dell’Unione Europea contro la Russia scadono il 31 luglio 2016, e molti governi europei le vogliono rinnovare fino a quando Mosca non adempirà la sua parte dell’accordo di pace di Minsk. Quale sarà la posizione dell’Italia il prossimo luglio?

La questione delle sanzioni dipenderà dall’evolversi degli accordi di Minsk. L’auspicio italiano è che la crisi ucraina sia gestita e conclusa e le sanzioni tolte. E questo non dipende dalla Siria. Un conto è l’aiuto che i russi possono dare in Medio Oriente, bisogna cooperare con i russi, un conto è quanto ancora accade in Ucraina. Non vogliamo altre guerre in Europa.

America Latina

Lei si è a lungo occupato anche di America Latina, continente che nei primi anni 2000, viveva un periodo di dinamismo economico-politico. Ora, con il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime, che prospettive vede per la stabilità di paesi come il Brasile e il Venezuela, alle prese con drammatiche difficoltà sociali ed economiche, e che possibilità ha l’Argentina di avviare una nuova fase di discontinuità rispetto al passato?

Avevo scritto che si stava preparando in America Latina un nuovo ciclo di cambiamenti dopo 15 anni di egemonia delle diverse sinistre latino americane, visto che Lula, Chavez, Correa e Kirchner sono diversi tra loro. Questo ciclo ha avuto il grande merito della lotta contro la povertà e della stabilizzazione della democrazia. Oggi il ciclo cambia: con un regolare cambiamento elettorale in Argentina con la vittoria di Macri, a sobbalzi in Brasile, e speriamo in maniera non violenta in Venezuela, dove la situazione preoccupa molto. Questo nuovo ciclo si configura per alcune sfide. In primo luogo, come decine e decine di milioni di persone stabilizzeranno il loro essere usciti dalla povertà estrema? Vanno fatte scelte economiche, non bastano i programmi di emergenza: bisogna rendere le cose stabili. La seconda grande domanda è cosa comporterà l’alternanza ora che, dopo gli anni ’70-’80, si è raggiunta una stabilizzazione della democrazia? Saprà l’America Latina vivere oggi in maniera virtuosa la fase dell’alternanza, mentre prima era un dramma quando cambiavano le maggioranze? In terzo luogo, c’è un aspetto legato al modello sociale. Dalla lotta alla povertà si passa alla lotta alla diseguaglianza. Perché la forchetta della diseguaglianza è andata ad aumentare anche nel momento in cui hanno avuto successo i programmi di lotta alla povertà. La domanda in sintesi è qual è il welfare della globalizzazione, laddove non esiste welfare? Su questo l’Europa - che ha il vero welfare insieme a Canada e Australia - è un utile partner politico di discussione per l’America Latina. E il quarto tema per noi italiani molto importante è il modello d’impresa. Ci chiedono di insegnar loro a fare PMI, perché ai latinoamericani sembra un sistema più adatto e meno invasivo delle multinazionali. Però il mondo delle PMI è una specie di ecosistema che difficilmente si può esportare e qui è necessario un lavoro delle nostre imprese, del Ministero degli Esteri e dello stesso Premier che peraltro hanno fatto moltissimi viaggi in America Latina. Le opportunità economiche di questo Continente fanno dell’America Latina un partner d’elezione per l’economia italiana.

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