Intervista esclusiva: torturato nelle prigioni di Assad perché testimone di attacchi chimici

Preševo è una minuscola cittadina serba posta a ridosso del confine con la Macedonia e il Kosovo, abitata in larga maggioranza da albanesi musulmani. Giungo in città una mattina di ottobre, quando il flusso di rifugiati diretti in Europa è al suo apice. Il taxi macedone che mi ha portato sin qui da Skopje si ferma nel mezzo di una strada secondaria. Il centro abitato sorge a poche centinaia di metri, oltre un paio di terreni incolti e la nuova moschea, dove si appresta ad entrare una famiglia di rifugiati siriani. Verso destra si estende un prato recintato sui lati lunghi da reti ormai arrugginite, tenute in piedi di stagione in stagione per rivendicare i confini e sancire un diritto di proprietà più volte negato delle guerre di un passato mai abbastanza lontano. Sul fronte opposto di questa distesa verde trovano spazio decine di autobus, parcheggiati alla meno peggio in attesa di riempire lo stomaco metallico con un altro carico di vite. Dopo un mese di passaggi, soste e partenze, questi mezzi hanno devastato la parte centrale del prato, creando con le ruote solchi profondi anche quaranta centimetri, trasformati dalle piogge insistenti degli ultimi giorni in un acquitrino fangoso.

Animal carcasses lie on the ground, killed by what residents said was a chemical weapon attack on Tuesday, in Khan al-Assal area near the northern city of Aleppo, March 23, 2013. REUTERS/George Ourfalian

Mi trovo nel cuore della Via dei Balcani, nel cosiddetto ‘nodo infinito’ dove nei mesi sono passati centinaia di migliaia di rifugiati, in fuga dalle peggiori guerre del pianeta.

Qui, al termine di una lunga giornata trascorsa a raccogliere testimonianze, incontro Nagib, 42enne siriano proveniente da Aleppo assieme ad un amico sulla sessantina, per noi Muhammad. Siamo al Kolar, anonima locanda gestita da un devoto albanese sulla sessantina. Mancano una decina di minuti alla mezzanotte, ma oltre le vetrate all’ingresso l’asfalto continua a crepitare sotto i piedi di migliaia di migranti, incastrati nell’imbuto metallico che immette nel campo di raccolta dove viene rilasciato il ‘foglio di via’, tappa essenziale per proseguire verso Šid, e il confine croato.

Nagib è piuttosto alto e robusto, ha lo sguardo curioso e sicuro di una persona colta, abituata alle relazioni umane. Quando è iniziata la guerra civile in Siria, nel 2011, esercitava come medico legale ad Aleppo, la più popolosa città siriana di cui oggi in molti raccontano l’assedio (probabilmente finale), delle truppe governative spalleggiate dai bombardieri russi. Malgrado le violenze crescenti e l’insicurezza, Nagib ricopriva un ruolo importante, al pari della retribuzione da cui uno stile di vita sopra la media. Tuttavia le cose cambiarono il 19 marzo 2013, giorno dell’attacco chimico di Khan al-Assal costato 26 vittime e 86 feriti. Sin dalle prime ore seguite al bombardamento iniziò lo scambio di accuse tra governo e ribelli e ad oggi non sembra sia ancora stata attribuita con esattezza la responsabilità del massacro. 

Ad avere pochi dubbi sull’identità dei carnefici di Khan al-Assal è Nagib. In qualità di medico legale, toccò a lui esaminare i corpi di alcune vittime e dei feriti, riscontrando chiari segni di avvelenamento da sarin, dettagliati nel rapporto medico stilato in seguito. La relazione firmata da Nagib era troppo compromettente per le truppe di Baššār al-Assad, pertanto alcuni agenti della polizia governativa pretesero dal medico una revisione del referto, eliminando ogni riferimento al sarin. Furono tre i tentativi degli agenti e, così come testimoniato dal medico di Aleppo, dapprima si limitarono ad una richiesta esplicita, cui seguì un suo primo rifiuto a ritrattare. Tornarono un mese dopo e ad un nuovo rifiuto lo colpirono al volto con il calcio della pistola fracassandogli lo zigomo, davanti agli occhi increduli degli studenti di medicina da lui seguiti come tutor. Giunsero poi un’ultima volta mettendolo in stato di arresto. Iniziò così un calvario durato un anno, trascorso nel ventre del sistema carcerario siriano. Un lasso di tempo infinito, durante il quale Nagib ha sperimentato torture, pestaggi, umiliazioni; poi la fame e la sete, quindi il terrore provocato dalle urla degli altri carcerati, uomini, donne e bambini indiscriminatamente sottoposti ad elettroshock, stupri e mutilazioni, fino alla sua scarcerazione, pagata in contanti. Una montagna di dollari che i parenti del medico di Aleppo sono riusciti a raccogliere acquistando la libertà. Prospettiva negata a migliaia di altri carcerati, privi di danaro, in molti destinati a consumarsi fino alla fine dietro le sbarre.  

Di seguito un estratto dall’intervista rilasciata a Preševo il 10 ottobre 2015.          

Mi spieghi qual è il suo lavoro e cosa ha visto?

Come medico legale, ho visto le persone che sono morte a causa delle armi chimiche. L’attacco è stato ordinato da Assad nel 2013, io ho visto 16 morti, mentre altre 42 persone erano state esposte alle sostanze tossiche riuscendo però a sopravvivere.

Che tipo di ferite ha individuato?

Dolore al petto, occhi rossi, lacrime.

Quali armi sono state usate?

Bombe al sarin. Ho emesso una diagnosi formale dichiarando che si trattava di sarin.

Come ha avuto inizio tutto?

Sono stato sottoposto ad un procedimento legale. La polizia mi ha ordinato di scrivere nel mio referto ufficiale che non si tratta di armi chimiche. Ho risposto dicendo che non potevo.

Quali sono gli effetti del Sarin?

Le vittime dimostravano che era avvenuta una perdita di sangue, un’emorragia interna.

C’erano bambini tra le vittime?

Si, tre bambini.

Perché è stato messo in prigione?

Quando mi hanno ordinato di ritrattare non sono stato d’accordo con le loro richieste. Dopo un mese, visto che io non avevo fatto nulla, sono venuti all’ospedale e davanti ai miei studenti mi hanno picchiato. A quel punto ho avvisato il mio avvocato ma non è servito, e il mese successivo hanno fatto ritorno all’ospedale dove mi hanno prelevato e messo per 25 giorni in una cella minuscola, completamente buia, senza alcun processo.

Il luogo in cui è stato incarcerato com’era?

Un posto piccolo, dove non potevo fare nulla, ho solo tentato di spegnere il mio cervello. Ogni giorno mi davano mezzo litro d’acqua puzzolente e un pane arabo.

Dopo questo periodo di detenzione?

Al termine dei 25 giorni ad Aleppo sono stato trasferito in un’altra prigione ad Hama, quindi Homs e alla fine a Damasco. In tutto ho girato 10 prigioni. È normale che gli incarcerati vengano spostati di frequente, in questo modo nessuno riesce a sapere con esattezza dove si trova un prigioniero. A Damasco sono stato rinchiuso in una cella di 30 mq con altre 120 persone.

Ma come è possibile riuscire a starci in così tanti?

È possibile! Sono rimasto in quelle condizioni per 6 mesi. Ogni giorno morivano 4, 3, 5 persone… ogni giorno! Per sfinimento, malattie, ferite…

Durante la prigionia veniva picchiato?

Guardi qui sotto (si alza i pantaloni al ginocchio scoprendo i polpacci N.d.A.), sono segni di sigarette. Su tutto il mio corpo, a decine. Poi mi hanno appeso alla parete con delle corde legate ai polsi, in questo modo si sono lacerati i muscoli e i tendini. Mentre mi trovavo in questa posizione hanno legato il mio pene con degli elastici, poi tiravano con forza. Ma la cosa peggiore che ho visto è stata all’ospedale Tishreen di Damasco. Qui, 200 metri prima di arrivare al pronto soccorso ci sono due stanze, dove mettono la gente a morire. Iniettano benzina nelle vene e ogni giorno muoiono dalle 15 alle 20 persone. A morire ci mettono 3 giorni.

E il suo amico?

A Muhammad è toccato anche di peggio. Pensi che lo hanno lasciato appeso alle braccia per 18 giorni, bastonato sistematicamente. Costretto a farsi i bisogni addosso. 

Come mai lei è stato rilasciato?

Perché mia madre e mio fratello hanno pagato 300 mila dollari per liberarmi. Avevano già stabilito la mia esecuzione, ma poi mi hanno rilasciato dandomi dei documenti.

Tornando alla prigione di Damasco, lei accennava al fatto di essere sotterranea.

Si, 3 piani sottoterra. I piani 2, 3 e 5. La prigione è chiamata Filastin, significa Palestina in arabo. Ogni piano ha 38 celle da 120 persone l’una, come la mia. Poi ci sono circa 20 celle singole, in cui sono stipate anche 12 persone.

È mai riuscito ad uscire per un’ora d’aria?

Neanche per idea. Rimanevamo tutti fermi, stipati nella cella. Non era possibile sdraiarsi per dormire, si dormiva in ginocchio. Non ho visto il sole per 6 mesi.

E come funzionava con l’utilizzo dei servizi igienici?

Avevamo una sola toilette da condividere in 120. Potevamo utilizzarla due volte al giorno, per 15 minuti massimo. Quando ci si trovava dall’altra parte della stanza bisognava fendere la folla e arrivare alla tazza. L’acqua del rubinetto era pessima. Il tubo dell’acqua pulita era unito a quello dello scarico, pertanto usciva un mix di acqua fetida. Chi la beveva dopo era ancor più assetato.

E per nutrirvi?

Mangiavamo una volta al giorno. Del pane, un cetriolo, riso con i sassi dentro e dell’acqua. Nelle prigioni ci sono bambini di 8 anni, nelle stesse condizioni, picchiati e uccisi. Le donne divise, ma nello stesso edificio, picchiate e violentate. Sentivamo tutto.  

Come è fuggito in Arabia?

Dopo il riscatto sono fuggito con mia moglie. Ho trascorso 10 mesi in Arabia, poi sono partito per venire in Europa. L’Arabia è un posto pessimo in cui vivere.

Perché ha deciso di venire in Europa?

Non posso più tornare in Siria… noi siriani non vogliamo vivere in Europa, ma siamo stati costretti da Assad ad abbandonare la nostra terra. Noi non vogliamo la vostra nazione, lasciateci vivere nella nostra! 

Questo era chiaro, ma dopo la sua esperienza, intende andare dalla polizia per denunciare i fatti?

Voglio semplicemente vivere.

Adesso la Russia è scesa in campo a fianco di Assad. Cosa pensa al riguardo?

Per me Russia, Iran e Korea del Nord sono il diavolo. Putin è un dittatore, come Assad, un ex agente del KGB. Assad continua ad uccidere i rivali politici per rimanere al suo posto. Purtroppo gli "amici" dei siriani si stanno dimostrando amici pessimi, come l’America, l’Europa, l’Arabia Saudita. Sono bugiardi, i siriani pensano che tutti loro siano i peggiori bugiardi del pianeta.  

Come può l’Europa fermare la guerra in Siria?

Ora l’Europa non può fermare la guerra, perché Putin è più forte di tutta l’Europa. … Si ricorda di Charlie Ebdo, il giornale francese?

Si, certo

Quando c’è stato l’attacco tutti gli europei sconvolti da quegli avvenimenti. Dovete capire che voi non siete "più preziosi" di noi! Anche noi siamo esseri umani, le nostre vittime valgono quanto le vostre. L’Islam non è quello che avete visto a Parigi.  

Putin sta facendo qualcosa contro l’ISIS?

No, i russi stanno combattendo il nostro Free Syrian Army (esercito siriano libero, l’opposizione N.d.A.).

In quale nazione Europea è diretto?

Belgio.

Cosa cerca in Belgio?

Per prima cosa voglio rimanere vivo. So troppe cose e non mi sento al sicuro nemmeno in Europa. Ho passato molte informazioni alle Nazioni Unite quando ero in Arabia, ma non hanno fatto praticamente nulla. Non so se voglio espormi oltre.

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