Intifada 2.0

La violenza che di nuovo sconvolge Palestina e Israele ha radici profonde, ma la nuova Intifada sembra avere caratteristiche radicalmente diverse dalle sue precedenti.

A Palestinian girl gives stones to protesters during clashes with Israeli troops near the Jewish settlement of Bet El, near the West Bank city of Ramallah October 8, 2015. REUTERS/Mohamad Torokman

Il loro hijab è coordinato con attenzione alla camicia, lo smalto sulle unghie ha colori vivaci, indossano jeans aderenti e nelle loro borse insieme al cellulare e ai libri di scuola ci sono le pietre che portano ai giovani in prima linea negli scontri con la polizia israeliana. Sono le adolescenti di Ramallah.

“La mia famiglia non sa che sono qui - dice una liceale – ma credo che lo immaginano, qui ci sono tutti i miei compagni di scuola.” A Ramallah ormai gli scontri hanno una cadenza quasi quotidiana, in seguito alla crescente ondata di protesta che sta attraversando Gerusalemme, la Cisgiordania occupata e la Striscia di Gaza.

In pochi giorni la violenza si è accesa ed è divampata rapidamente, dal lancio dei sassi si è passati agli accoltellamenti e alle armi da fuoco. “Molti la chiamano Intifada dei coltelli – dice Ahmed Khalili, giornalista palestinese – io la chiamerei invece Intifada 2.0.” Intifada, la battaglia dei sassi, è il nome delle precedenti rivolte palestinesi degli anni ’80 e dei primi anni 2000.

“La chiamo Intifada 2.0 non solo per l’uso massiccio di internet da parte dei ragazzi, ma per una differenza profonda rispetto alle precedenti – continua Khalili – gli accoltellamenti e gli attacchi sono condotti in maggioranza da adolescenti, ragazzi e ragazze senza legami a gruppi politici o religiosi e, apparentemente, senza coordinamento.”

“Sono venuto qui dopo aver visto in televisione cosa succede ad Al-Aqsa (la Moschea di Gerusalemme, ndr).” A parlare è uno studente arrivato a Ramallah, con molti altri, dalla vicina Università di Birzeit. Dopo le lezioni si muovono in tanti per unirsi a chi sta già fronteggiando la polizia. Insieme alle pietre lanciano slogan per Al-Aqsa, il luogo sacro nel cuore della Città Vecchia che è diventato il simbolo della battaglia e della rabbia dei palestinesi. “Vogliamo che l’occupazione termini e che finiscano gli oltraggi nei confronti di Al-Aqsa.” Dice un altro studente.

La rabbia dei giovani palestinesi cresce e si diffonde attraverso Facebook e gli altri social network. Mohammed Halabi, uno studente diciannovenne di Ramallah, aveva scritto sul suo profilo Facebook qualche ora prima di pugnalare due israeliani nella Città Vecchia: “Difendere Al-Aqsa è difendere il nostro onore e dobbiamo farlo con tutti i mezzi e le forme.”

“Alcuni degli assalitori – dice ancora Khalili - non erano nemmeno nati quando l’ultima rivolta, o Intifada, scoppiò nel settembre del 2000. Si tratta di una generazione cresciuta sui continui fallimenti del processo di pace in Medio Oriente, in disaccordo con la propria leadership e che ha perso la fiducia nella creazione di uno stato palestinese.

In assenza di qualsiasi negoziato verso una soluzione a due Stati per il conflitto, i colloqui con Israele sono fermi dall’aprile 2014, la Moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro del’'Islam, al di là del suo significato religioso ha assunto il ruolo di simbolo nazionale per tutti i palestinesi. Basta vedere i mille murales che sui muri di Gaza la ritraggono con la sua grande cupola dorata.

Per i continui lanci di pietre gli scontri in corso riportano alla prima Intifada, iniziata nel 1987 e terminata nel 1993 con gli accordi di pace di Oslo. Il continuo richiamo dei manifestanti alla Moschea e la violenza crescente sembrano renderla più simile alla seconda rivolta palestinese, chiamata anche l’intifada di Al-Aqsa. Nel 2000 la celebre “passeggiata” di Ariel Sharon, all’epoca leader dell’opposizione israeliana, sulla spianata della Moschea scatenò la seconda Intifada. Seguirono cinque anni di violenze e attentati che si conclusero con 3.000 palestinesi e 1.000 israeliani uccisi. 

Due elementi restano comuni alle tre rivolte. Da un lato gli israeliani continuano a vivere nella paura, dall’altro i palestinesi vivono il dramma del fallimento degli sforzi di pace e il peso dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della costruzione edificazione di nuovi insediamenti nei Territori Occupati.

“I negoziati non hanno portato a nessun risultato, sono inutili - ha dichiarato Hanan Ashrawi, un responsabile della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) - la leadership palestinese ha perso il sostegno popolare. L’elettorato palestinese è molto frustrato… si è persa la speranza e sembra che la sola strada sia la violenza.”

Nei Territori e a Gerusalemme la situazione sembra evolvere in modo drammatico e anche molti palestinesi si chiedono quale sarà il futuro prossimo. “Questa non è un'intifada, per un'intifada capace di durare nel tempo ci vorrebbe una guida - ha detto Khamis Anabtawi, un veterano della prima rivolta – oggi ci vuole un'intifada organizzata e armata, ma chi è in grado di farlo e poi servirebbe a qualcosa?”

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GUALA
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