Quell’opportunità nascosta nell’accordo nucleare con l’Iran

L’agonia dell’Iran Deal non dovrebbe incidere sulla stabilità regionale, almeno nel breve periodo. Ma col tempo i benefici economici avrebbero offerto al regime una base di legittimazione interna alternativa alla politica estera espansionista. Occasione che rischia di essere sprecata

Un chierico iraniano passa davanti all'edificio che ospitava l'ambasciata degli Stati Uniti a Teheran. REUTERS/Morteza Nikoubazl
Un chierico iraniano passa davanti all'edificio che ospitava l'ambasciata degli Stati Uniti a Teheran. REUTERS/Morteza Nikoubazl

Dopo l’uscita degli Usa dal Jcpoa annunciata ieri da Donald Trump, Francia, Regno Unito e Germania si sono affrettati a confermare la loro volontà di tenere in vita l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015, lavorando con Russia e Cina. E anche Teheran, fa sapere il presidente Rouhani, una volta verificata la tenuta della collaborazione con i gli atri firmatari, intende andare avanti, con o senza gli Usa.

Ma è chiaro che il duro siluramento da parte di Washington rischia di mandare in agonia ”l’orrido accordo, che non avrebbe mai dovuto essere firmato”. Con quali conseguenze per il Medio Oriente? Nessun effetto significativo, abbiamo sostenuto nella  prima parte di questo articolo, almeno nel breve medio termine. Perché per via di alcuni limiti strutturali, l’accordo non ha avuto finora alcun effetto sulla politica regionale iraniana né tantomeno sulla generale stabilità dell’area mediorientale

Ma è sul lungo periodo che l’Iran Deal potrebbe giocare un ruolo più rilevante, anche se con modalità più complesse di quelle di solito addotte nell’attuale dibattito.

Per capire quale potrebbe essere questo beneficio – o avrebbe potuto essere, vista la probabile prossima fine – bisogna affrontare un’altra ambiguità che si ripresenta spesso quando si parla dell’Iran e della sua influenza nella regione. I difensori della linea iraniana, infatti, tendono spesso a descriverla come motivata da ragioni puramente difensive.

Secondo questa tesi, l’espansionismo regionale iraniano, basato sulla creazione e il sostegno di organizzazioni informali o semi-informali, spesso armate, all’interno di Stati deboli sul modello di Hezbollah in Libano, sarebbe necessario per garantire gli interessi vitali della nazione iraniana. Tale comportamento avverrebbe in reazione all’isolamento internazionale imposto a Teheran dall’Occidente e dai suoi alleati in seguito alla Rivoluzione del 1979.

Per quanto tale visione sia molto in voga, soprattutto perché cavalca una retorica antimperialista un po’ semplicista molto diffusa sia a destra sia a sinistra dello spettro politico, essa presenta alcune ambiguità strutturali. Il nesso tra isolamento ed espansionismo regionale, per esempio, può apparire piuttosto illogico, anche guardando all’esperienza di altri parìa della scena internazionale come la Corea del Nord e il Venezuela che, malgrado un po’ di retorica bellicista, non hanno mai attivamente cercato una politica di influenza regionale così proattiva.

Oppure si potrebbe sottolineare come la politica americana stessa abbia spesso finito per aiutare l’espansionismo iraniano. Per quanto, per esempio, si tenda spesso a sottolineare come l’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 abbia creato le condizioni per la successiva diffusione tra la minoranza sunnita di Al-Qaeda prima e di Isis poi, sarebbe necessario anche ricordare che l’intervento americano ha soprattutto reso possibile il completamento del cosiddetto “Asse della Resistenza” - o Mezzaluna Sciita che dir si voglia -, consegnando di fatto Baghdad all’influenza determinante di Teheran e permettendo all’Iran di chiudere la contiguità territoriale del proprio asse di alleanze, dall’Iraq alla Siria e al Libano.

In realtà, più che vedere la politica espansionista iraniana in termini di difesa dell’interesse nazionale, si potrebbe argomentare in maniera un po’ più lineare che è proprio la continua proattività geopolitica iraniana che ne ha alimentato il ferreo isolamento, rimettendo continuamente in discussione gli equilibri di potere della regione e contribuendo alla creazione e al mantenimento di Stati deboli e instabili.

Forse un prisma per comprendere meglio questo paradosso non sarebbe quindi tanto quello della cosiddetta national security ma, piuttosto, quello della regime security: la politica regionale dell’Iran emergerebbe non tanto come una risposta agli interessi concreti dell’Iran come nazione nel suo complesso – per esempio, che interesse razionale avrebbe l’Iran di distruggere, o minacciare di distruggere, Israele, piccola potenza a migliaia di chilometri di distanza? – quanto più come una politica funzionale all’interesse del regime della Repubblica Islamica per la propria legittimità e sopravvivenza.

È infatti comune a molti regimi autocratici o semi-autocratici – ma anche a poteri consolidati all’interno di democrazie – che si trovano in difficoltà economiche, basare la propria legittimità e sopravvivenza su messaggi di tipo nazionalistico e su politiche espansioniste. Ne sono un esempio la Russia di Putin, diventata più nazionalista e aggressiva con il deteriorarsi dell’economia, o la Turchia di Erdogan, il cui attivismo diplomatico-militare è cresciuto di pari passo con la fine del miracolo economico turco dei primi anni Duemila. Ne è un esempio anche la recente retorica bellicista del primo ministro israeliano Netanyahu, che sembra cercare nelle tensioni internazionali con Iran e Siria una distrazione per i propri guai giudiziari.

In quest’ottica, anche il regime iraniano, con un’economia che in questi decenni ha sfiorato più volte il collasso a causa di sanzionimalagestione e corruzione, ha sempre più cercato esternamente la base per la propria legittimazione. Specialmente dopo la delusione di molti iraniani per i benefici mai giunti dal Jcpoa, il regime iraniano sembra aver bisogno oggi di mantenere costantemente un certo livello di tensione nei confronti dell’Occidente e, specialmente, di Israele.

In questo quadro, il Jcpoa, con i suoi benefici economici, che presumibilmente sarebbero giunti almeno nel lungo periodo, avrebbe potuto offrire una base di legittimazione alternativa al regime. Una legittimità basata non più su retoriche belliciste e scioviniste ma sul miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, facendo gradualmente pendere gli equilibri a favore dell’ala “pragmatica” e portando il regime a ridurre progressivamente la propria aggressività esterna.

Ovviamente in tutta questa trattazione resta un ultimo elefante nella stanza, ovvero la questione più strettamente legata ai reali contenuti del Jcpoa: il pericolo di proliferazione  nucleare. A questo proposito, vale la pena sottolineare che anche con l’accordo in vigore le maggiori potenze dell’area come Arabia Saudita, Eau e Turchia hanno già iniziato a dotarsi di un programma nucleare. Programmi di nucleare “civile”, per ora, ma che potrebbero in futuro trasformarsi nel trampolino di lancio per lo sviluppo della bomba vera e propria.

Nel frattempo, dal canto suo, difficilmente l’Iran correrebbe a riprendere immediatamente il proprio programma militare appena stracciato l’accordo. Tutti gli occhi ora sono puntati su Teheran e sulle sue centrali, compresi quelli ostili e molto armati di Israele e Usa. È anzi assai probabile che almeno nel breve termine la leadership iraniana accetti una eventuale proposta europea per mantenere in piedi l’accordo nonostante il ritiro degli Stati Uniti.

È però facile immaginare che una ripresa dei progetti militari possa avvenire nei prossimi anni, soprattutto se dovesse persistere l’attuale alto stato di tensione e insicurezza. Insomma, la fine del Jcpoa aggraverebbe indubbiamente i rischi di una proliferazione nucleare in Medio Oriente. Una proliferazione, vale però la pena di ricordarlo, che finora è proseguita comunque in slow motion e che avrebbe potuto riprendere ugualmente una volta che l’accordo fosse giunto alla sua scadenza naturale. 

Ovviamente la storia non si fa coi ma e coi se, ma è utile cercare di vedere certi dibattiti in prospettiva, soprattutto se sono in parte fuorviati da approcci ideologici come spesso accade quando si parla di Medio Oriente. E a differenza di ciò che sostengono sia detrattori che gli estimatori dell’accordo, Il ritiro degli Stati Uniti dal Jcpoa non dovrebbe avere grandi effetti sulla politica mediorientale, almeno nel breve e medio termine; tutto, purtroppo, continuerà come negli ultimi anni.

Per accorgerci che si sarà trattato effettivamente di una occasione perduta avremo infatti bisogno di molto più tempo. (2 - fine)

@Ibn_Trovarelli 

Qui è possibile leggere la prima parte dell'articolo

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