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Come l'Iran giudica le sue donne

I DIRITTI DELLE DONNE IN IRAN - Zeinab Sekaanvand aveva diciassette anni quando suo marito morì. La polizia iraniana l’arrestò con l’accusa di essere colpevole della sua uccisione. La ragazza è in prigione da allora, e adesso, a 22 anni, rischia l’impiccagione. Il processo che l’ha vista imputata è stato definito da varie organizzazioni internazionali come viziato da gravi irregolarità. Rimasta incinta durante la detenzione, la pena di Zeinab era stata sospesa, salvo poi essere ristabilita a seguito della perdita del bambino.

Donne iraniane velate in attesa di una conferenza. REUTERS/Morteza Nikoubazl
Donne iraniane velate in attesa di una conferenza. REUTERS/Morteza Nikoubazl

La ragazza era minorenne ai tempi della morte del marito. L’Iran ha aderito alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, che prevedono che un minorenne non possa essere condannato a morte. Tuttavia, la legge iraniana prevede la pena di morte per i ragazzi sopra i 15 anni e per le ragazze sopra i nove. Quest’ultime possono essere impiccate in privato o in pubblica piazza, o altrimenti lapidate. Sotto le pressioni internazionali, l’Iran ha stabilito che la condanna venga eseguita solo una volta raggiunta la maggiore età.

La ragazza di etnia curda aveva sposato Hossein Sarmadi per il desiderio di una vita migliore. Invece, l’uomo aveva iniziato ad seviziarla poco dopo il loro matrimonio. Zeinab gli aveva più volte chiesto di divorziare senza successo e si era anche recata dalla polizia per denunciare i maltrattamenti, inutilmente. La ragazza ha accusato il cognato, che più volte l’aveva violentata, di essere il vero responsabile dell’omicidio. Secondo Amnesty International, la polizia del West Azerbaijan avrebbe estorto alla ragazza la confessione tramite tortura. Sempre secondo l’organizzazione, le corti che hanno esaminato il caso non avrebbero disposto alcuna perizia psicologica sulla ragazza e non avrebbero informato l’imputata sul suo diritto di fare ricorso.

Questo è solo l’ultimo dei casi riguardanti le condanne arbitrarie nei riguardi delle donne iraniane. La maggior parte di questi processi riguarda reati come l’omicidio e l’adulterio. In Iran, gli adulteri rischiano l’impiccagione e la lapidazione. Il condannato viene immerso fino al collo, o fino al bacino nel caso degli uomini, e lapidato dalla folla presente. Se questo riesce a divincolarsi, la pena viene immediatamente commutata.

Il 15 agosto 2004, Atefeh Rajabi venne impiccata in pubblica piazza nella città di Neka. Atefeh era stata condannata per adulterio e crimini contro la castità. L’accusa era di aver intrattenuto una relazione con un tassista cinquantenne, sposato con figli. Secondo la ragazza, l’uomo avrebbe abusato di lei più volte durante i tre anni della loro storia. Anche in questo caso, la polizia avrebbe estorto la sua confessione con la tortura.

Atefeh non poteva permettersi un avvocato e per tutto il processo dovette difendersi da sola. Secondo la legge iraniana, in caso l’imputato non abbia i mezzi per pagarsi un avvocato, è lo stato a fornirgliene uno d’ufficio. Tuttavia, questo non avvenne per Atefeh. La ragazza, conscia della sua situazione disperata, protestò violentemente durante tutto il processo, togliendosi anche il velo, gesto inaccettabile, e lanciando le scarpe contro i giudici. A suo parere, i suo aguzzini, e non lei, sarebbero dovuti essere gli imputati di quel processo.

Ciononostante, Atefeh venne condannata alla pena capitale. Le autorità religiose volevano farne un esempio per la sua condotta immorale. Fu lo stesso giudice, Haji Rezai, a giustiziare la ragazza.

Nel maggio 2006, Sakineh Mohammadi Ashtiani fu condannata a 99 frustate per adulterio. Nel settembre dello stesso anno, la donna fu anche accusata dell’omicidio del marito e imprigionata senza prove convincenti. Anche lei rischiava la pena capitale e solo il coinvolgimento dell’opinione pubblica internazionale e varie campagne in suo favore le risparmiarono questa sorte. Sakineh venne rilasciata nel marzo 2014.

In Iran, lo stupro e l’adulterio vengono molto spesso considerati allo stesso livello. Il reato è punito con la pena di morte, ma per le  donne è molto difficile provare questo crimine. In questo caso, il maschilismo della società iraniana gioca un ruolo importante e spesso la donna è ritenuta responsabile tramite il suo comportamento inappropriato di quanto le è successo. Il codice penale iraniano, basato sulla sharia, stabilisce che la donna possa ferire o uccidere il suo stupratore come autodifesa, ma essa deve essere proporzionata e usata come ultima risorsa.

Reyhaneh Jabbari fu impiccata nell’ottobre 2014. La donna era stata condannata per l’uccisione dell’uomo che lei aveva accusato di averla stuprata più volte. La corte non le concesse l’attenuante della legittima difesa, in quanto il crimine era stato valutato come premeditato. Le varie organizzazione per la difesa dei diritti umani lamentarono diversi dubbi sul come la confessione fosse stata raccolta e sull’operato degli organi inquisitori durante il processo.

Le autorità iraniane sono state a lungo accusate di varie violazioni dei diritti umani, nonostante il paese abbia sottoscritto trattati internazionali per la loro salvaguardia.

Il paese è in cima alle liste riguardo le esecuzioni capitali e la legge non sempre si è dimostrata imparziale ed equa, soprattutto nel caso delle donne. L’opinione pubblica internazionale si è più volte schierata in favore di esse e pure le Nazioni Unite hanno condannato le varie politiche discriminatorie. Tuttavia, nel paese rimane ancora molto da fare, nonostante Rohani abbia più volte promesso un miglioramento degli standard.

@matteo_lat

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