I soldi non arrivano più. E la società che dovrebbe aprire un canale finanziario per aggirare le sanzioni Usa non trova una sede. Ai Med dialogues di Roma, gli imprenditori iraniani chiedono all’Europa di mantenere le promesse. E dall'Italia potrebbe arrivare un segnale

Mediterranean Dialogues. Photo credit ISPI
Mediterranean Dialogues. Photo credit ISPI

«L’Europa ci ha tradito, perché è così passiva?». È una giovane imprenditrice titolare di un’impresa basata nel Regno Unito, Elham Hassanzadeh, a lanciare l’accorata accusa del mondo imprenditoriale iraniano a un’Europa che si credeva alleata, ma non sembra essere all’altezza delle promesse e delle aspettative. Lo fa da uno dei forum dei Mediterranean Dialogues, promossi dal ministero degli Affari Esteri e dall’Ispi, che si sono conclusi ieri – sabato 24 novembre - a Roma. E dalla stessa sede, l’istrionico ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha lanciato  l’hashtag #YouCantSwimWithoutGettingWet  (non puoi nuotare senza bagnarti), il garbato ma fermo avvertimento che il governo di Hassan Rouhani rivolge all’Unione europea.


LEGGI ANCHE : Il ritorno delle sanzioni Usa anti-Iran accende la battaglia del petrolio


Il segnale che arriva dagli iraniani è chiaro: dalle parole di sostegno, dopo l’uscita di Donald Trump dall’accordo sul nucleare e il ritorno delle sanzioni Usa, per l’Europa è davvero arrivato il momento di passare ai fatti. Un messaggio che ricorre da vari mesi e in varie forme, mentre l’opinione pubblica iraniana è sempre più scettica e critica con il governo per aver creduto nel “teatrino” dell’Europa, come l’ha definito il viceministro degli Esteri Abbas Araqchi in una sua visita di pochi giorni prima a Roma. Mentre all’ala ultraconservatrice dell’establishment non pare vero di poter mettere all’angolo i moderati del presidente Hassan Rohani per la sua incauta fiducia in un’Europa troppo timorosa delle sanzioni secondarie statunitensi per continuare a fare affari con Teheran.

Sarà davvero giunta l’ora dell’ultimo avvertimento, prima che anche l’Iran decida di uscire da un accordo da cui trae solo oneri, sempre rispettati d’altronde, e nessun beneficio economico? Difficile in realtà pensare che Teheran possa avventurarsi nella scelta di lasciare la sua posizione, per quanto scomoda, di parte rispettosa di un accordo multilaterale e così perdere il sostegno delle altre potenze firmatarie.

Elham Hassanzadeh, fondatrice e managing director della società di consulenza Energy Pionieers, articola in breve i termini della questione con cui chiama in causa l’Europa e le sue promesse non mantenute.  Perché Bruxelles non ha sostenuto le sue banche e non sta andando avanti con il suo progetto di uno special purpose vehicle? Perché questo progetto, una società che dovrebbe fornire un canale finanziario alternativo per l’import-export tra Europa e Iran, non ha ancora trovato una sede? E perché questa non può essere collocata a Roma, per esempio, o a Parigi, se finora l’Austria, il Belgio e il Lussemburgo hanno detto di no? E dove sono i manager che dovrebbero gestire la nuova società?

Domande cui gli interlocutori rispondono allargando le braccia, osserva ancora l’imprenditrice parlando con eastwest.eu, o chiedendo altro tempo. «Ma che questo problema si sarebbe posto lo si sapeva da due anni», ricorda. Mentre è proprio il tempo che manca a chi è per esempio malato di cancro in Iran, aggiunge - e non ha modo di procurarsi le medicine, che non si hanno i canali finanziari per pagare.

La manager pensa soprattutto ai giovani, brillanti e preparati, di cui abbonda l’Iran. Dopo l’accordo sul nucleare del 2015 la sua Energy Pionieers ha aperto un ufficio a Teheran e ne ha assunti una quarantina, che poi – con l’arrivo di Trump e il suo ritiro dal Jcpoa – ha dovuto licenziare, «vergognandosi per averli dovuti abbandonare» precisa. Ora sono “disoccupati e depressi”, racconta, e si aggiungono alla lunga lista di giovani che vogliono lasciare il Paese, sulle orme di quanti lo hanno già fatto. Ma per loro le possibilità di andare all’estero si stanno restringendo, ormai tira altra aria negli uffici visti dei consolati e nelle università.

«E così si aggiungeranno alle file di migranti e richiedenti asilo che già arrivano in Europa», avverte, aprendo una finestra sulle grigie prospettive di un Paese ricco di risorse, ma sempre più desertificato nel campo delle risorse umane. Una desertificazione che ha lasciato l’industria e l’imprenditoria iraniane semi-sguarnite di un’intera generazione, quella tra i 30 e i 40 anni. Una generazione che ha già deciso di investire in imprese e carriere di successo all’estero.

E l’Italia? Se un grande gruppo come l’Eni ha deciso da tempo di lasciare – anche se proprio alla sua necessità di portare a termine un precedente contratto si ricondurrebbe l’inclusione dell’Italia nella lista dei Paesi cui sono stati concessi altri sei mesi per concludere i loro affari in Iran – non sembra lo vogliano fare le piccole e medie imprese che nel 2017 hanno tratto dal mercato iraniano 1,7 miliardi di euro di esportazioni. «Le Pmi che non hanno interessi negli Usa tengono duro - conferma Luigi D’Agata, segretario generale della Camera di commercio Italo-Iraniana  - e vi sono 17 banche iraniane non sottoposte alle sanzioni secondarie statunitensi. E se settori come l’energia, l’automotive e i metalli grezzi sono tagliati fuori dalle sanzioni, molto può restare da fare in altri campi come quelli dell’agricoltura, dell’alimentare, dei medicinali e degli strumenti medicali».

Resta però sempre il nodo dei canali finanziari attraverso i quali tale export viene pagato. Non è chiaro se l’Spv sarebbe lo strumento più idoneo per le piccole e medie imprese, osserva D’Agata, visto che non ne è ancora stata definita non solo la sede ma anche con precisione la natura. Lo potrebbero però essere alcune banche deputate proprio a gestire le transazioni con l’Iran, aggiunge, prive di interessi negli Usa e pronte ad operare in tal senso anche grazie ad un progetto elaborato con l’Unioncamere  e che potrebbe andare in discussione in parlamento per iniziativa del Movimento 5 Stelle. La prossima settimana infatti, ha annunciato a margine dei Med Dialogues Vito Rosario Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato, sarà depositato un ordine del giorno, come atto di indirizzo al governo,  in cui si pone la questione di individuare uno o più banche che si facciano carico del volume di affari dell’export italiano verso l’Iran. Con il consenso, si augura, anche della Lega.

Nei primi sette mesi del 2018 l’export italiano verso l’Iran si è ridotto del 5% circa, ma saranno le nuove sanzioni Usa scattate il 6 novembre a fare la differenza. Anche se, aggiunge D’Agata, si possono aprire contestualmente nuove opportunità nel campo degli investimenti industriali con valuta locale nel Paese.

Ma anche da parte italiana si pone il problema se l’Europa non potrebbe fare di più. Perché Bruxelles non interviene contro il sistema Swift, si chiede D’Agata, dopo che la società belga su cui si impernia il sistema finanziario internazionale ha sospeso alcune banche iraniane in concomitanza con le ultime sanzioni Usa? Perché non mette in campo il suo nuovo blocking statute, che dovrebbe intervenire a difesa delle imprese europee proprio in casi come questi? Anche l’Italia d’altra parte, aggiunge, dovrebbe adeguarsi alla nuova normativa europea in materia, che sanziona quanti in Europa si adeguano alle sanzioni secondarie Usa a discapito degli interessi interni.

Ma sta proprio qui il nodo di fondo dell’impasse europea di fronte all’unilateralismo Usa, come evidenziato in un forum dei Med Dialogues dal viceministro degli Esteri iraniano, nonché presidente del Centro studi Ipis, Seyed Kazem Sajjadpour:  l’accordo sul nucleare del 2015 è stato per l’Europa primariamente uno strumento per garantire la propria sicurezza rispetto all’instabilità del vicino Medio Oriente, e lo vuole fortemente rispettare. Ma sono proprio gli Usa con le loro sanzioni, conclude, che le vietano di farlo. 

@lb7080

Mediterranean Dialogues. Photo credit ISPI

Elham Hassanzadeh. Photo credit ISPIElham Hassanzadeh. Photo credit ISPI

Seyed Kazem Sajjadpour. Photo credit ISPISeyed Kazem Sajjadpour. Photo credit ISPI

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE