Iran: gli elettori scelgono la via di mezzo

Quanto avvenuto nella settimana elettorale iraniana non è una rivoluzione ma un buon segnale. È questo l’assunto più realistico, o se vogliamo moderato, dopo quattro giorni segnati dal rincorrersi sui media di analisi entusiastiche e ravvedute rettifiche. Malgrado i timori della vigilia, l’affluenza alle urne è stata del 60% (33 milioni) sul totale di 55 milioni di elettori. Di certo si è verificato un riassetto verso il centro per il Majilis, il parlamento, simboleggiato dal plebiscito dei candidati moderati-riformisti a Teheran (30 seggi su 30), mentre nelle aree extraurbane prevalgono ancora i conservatori principalisti.

REUTERS/Raheb Homavandi

L’ala dura perde comunque terreno rispetto ai conservatori moderati supportati dai riformisti, e il ballottaggio di aprile su 69 seggi (290 quelli totali) difficilmente potrà cambiare le cose, pertanto l’alleanza di centro può vantare la netta maggioranza in parlamento. Netta l’influenza del binomio moderati-riformisti anche per la nomina degli 88 clerici del Majles-e Khobregān, l’Assemblea degli esperti cui spetta il ruolo di deporre e nominare il rahbar, la Guida Suprema, incarnata dal 1989 ad oggi nel 76enne ayatollah Ali Khamenei. A spuntarla nella bagarre elettorale dell’Assemblea sono stati proprio i due candidati di punta dei centristi: il presidente Hassan Rouhani e l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, rispettivamente primo e secondo.

Il nuovo baricentro favorisce quindi i conservatori pragmatici (o moderati), spalleggiati dai candidati riformisti outsider, falciati durante la preselezione del Consiglio dei Guardiani che ha dimezzato la maxi lista da 12 mila nomi inizialmente in corsa per le legislative. Lo stesso è avvenuto per gli 800 candidati all’Assemblea, ridimensionati a 161. È dunque il successo della ‘Lista della Speranza’, dicitura con cui l’ex presidente Mohammad Khatami (uomo simbolo dei riformisti, da tempo interdetto dalla scena pubblica iraniana), ha ribattezzato la coalizione vincente cui è dovuto il primato di Rouhani e del suo mentore Rafsanjani. Gli elettori hanno scelto la politica di apertura di Rouhani verso l’Occidente, Stati Uniti in primis, passata attraverso il deal sul nucleare siglato a Vienna il 14 luglio 2015, divenuto effettivo il 16 gennaio scorso con l’abolizione delle sanzioni economiche internazionali. Il risultato alle urne servirà di certo a Rouhani per catalizzare le preferenze dei votanti anche in vista delle elezioni presidenziali previste nel 2017, quando un Rouhani-bis sembra probabile. Importante ora non commettere errori, ad iniziare dal rilancio economico atteso come conseguenza naturale della fine delle sanzioni, e preteso da milioni di giovani ansiosi di uscire dal fango della disoccupazione. Sono loro, i giovani, e la middle-class ad aver votato per l’epurazione della politica iraniana dai conservatori più intransigenti. Troppa la voglia di cambiamento, sostenuta anche dal web e dalla crescente consapevolezza degli iraniani, ormai inconciliabile con l’arcaica retorica del Grande Satana occidentale e del complottismo straniero. Non a caso l’ala dura risulta completamente esclusa dai 30 seggi parlamentari assegnati a Teheran. Per l’Assemblea invece finisce fuori dai giochi Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, intransigente custode del rigido costume iraniano, fedelissimo di Khamenei, e acerrimo nemico dei riformisti. Stesso destino per l’ayatollah Mohammad Yazdi leader uscente dell’Assemblea. Passa ma in ultima posizione l’ayatollah Ahmad Jannati, conservatore ‘duro e puro’ capo del Consiglio dei Guardiani.

Lasciati gli scrutini alle spalle, per Rouhani è ora fondamentale ridare slancio all’economia, vero legante tra gli elettori centristi. Il capitale umano non manca: l’età media in Iran è di 27 anni, con un tasso di alfabetizzazione giovanile del 99%, mentre il 60% dei laureati è composto da donne, malgrado siano proprio loro le prime ad ingrossare le sacche di disoccupazione, in città e nelle zone rurali. La fuga dei cervelli è la conseguenza naturale. Ecco che l’azione di Rouhani deve favorire il rientro del paese nei circuiti commerciali internazionali, attirare investimenti stranieri e rilanciare i settori chiave dell’economia interna, automobilistico e petrolchimico tra tutti. Per riuscirci servono condizioni di stabilità e trasparenza, quindi riforme e investimenti a sostegno dell’impresa privata, condizione necessaria per contrastare la disoccupazione e sostenere la ripresa dei consumi. Vanno di pari passo nuove politiche di welfare, investimenti in infrastrutture e nel sostegno delle aree depresse del paese, a partire dalle delicate zone di confine, come ad esempio il Belucistan dove il commercio della droga di provenienza afgana e pachistana resta l’unica opzione. Non da ultimo, è indispensabile ostacolare il lavoro sommerso (20% del PIL), e ancor prima avviare un difficile ma cruciale processo di liberalizzazione dell’economia, stretta nelle spire del controllo dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, in grado di condizionare pesantemente i mercati interni inibendo sia gli investimenti privati, sia le venture con l’estero.

Rilancio economico a parte, la libertà d’azione di Rouhani resta vincolata all’auctoritas politico-religiosa dei conservatori guidata da Khamenei, cui spetta il controllo del potere giudiziario, delle forze di sicurezza e, come visto, dei settori economici chiave. Ad oggi sembra improbabile un ammorbidimento del rigido sistema di controllo attuato dalla Guida Suprema per mezzo dei suoi pasdaran. Quando Rouhani fu eletto nel 2013, promise (anche) maggiore libertà, ma quasi tre anni dopo la situazione è rimasta pressoché invariata, e questo costa al presidente diverse critiche soprattutto dagli iraniani in esilio. I prigionieri politici sono ancora in carcere, ai domiciliari o isolati dalla vita pubblica, la libertà di assemblea è fortemente limitata, al pari della libertà di espressione. Anche la stampa resta sotto il controllo dell’élite al potere, basti pensare che lo stesso Khatami è da tempo escluso dalla scena pubblica e bandito dai media. Infine continuano le esecuzioni sommarie, le lapidazioni, la discriminazione femminile e delle minoranze etniche e religiose. Poco importa dunque se come dichiarato da Rouhani nei giorni scorsi è avvenuto un «cambio di pelle in parlamento», di fatto in Iran la strada per la democrazia deve ancora cominciare.

@emanuele_conf

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