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Iran: la guerra in Siria non è più un tabù

Dopo cinque anni d’impegno militare a fianco del Presidente Bashar Al-Assad si parla liberamente del coinvolgimento al di là dei confini. I morti in battaglia sono accolti come eroi e le autorità plaudono ai volontari che difendono il mondo sciita dal pericolo sunnita. Il conflitto assume sempre di più i toni di una pericolosa guerra di religione.

Soldati iraniani durante i funerali a Teheran di due membri del Corpo delle Guardie rivoluzionarie uccisi in Siria. REUTERS/Raheb Homavandi

In Iran sembra caduto definitivamente il velo di reticenza che cercava di nascondere il coinvolgimento militare della Repubblica Islamica nella guerra civile siriana. Sui vecchi e nuovi media sono sempre più frequenti le apparizioni di veri e propri “reclutatori informali” che invitano a unirsi ai fratelli sciiti siriani per combattere i miliziani sunniti.

Secondo le dichiarazioni di alcuni comandanti il numero di aspiranti combattenti è molto superiore a quelli che Teheran ha intenzione di inviare in Siria.

L’Iran ha mandato volontari in Siria fin dallo scoppio del conflitto, cinque anni fa, per appoggiare il suo alleato Bashar Al-Assad nella lotta contro i ribelli sostenuti dai paesi arabi del Golfo e dalle potenze occidentali.

Per molto tempo il governo iraniano si è limitato ad ammettere solo la presenza di suoi consiglieri militari in territorio siriano. Oggi con quasi 500 uomini morti in combattimento la realtà non può essere più nascosta e si parla apertamente di diverse migliaia di iraniani impegnati nella lotta contro ISIS.

Inizialmente molti iraniani erano contrari a un coinvolgimento diretto nella guerra, anche per le poche simpatie che la figura del Presidente Assad raccoglieva nel Paese. Col passare del tempo è cresciuta, però, la paura che il Califfato possa rappresentare un pericolo anche per l’Iran.

“Meglio fermare gli assassini di ISIS fuori dai nostri confini.” Ha detto Mojtaba, aspirante volontario, ad Al-Manar, la televisione degli sciiti di Hezbollah in libano. “La prima linea per la difesa della nostra patria è in Siria e in Iraq.” 

I fatti sembrano dare ragione a Mojtaba. Iraq, Libano, Siria e Turchia stanno continuamente facendo i conti con i terroristi al servizio di Abu Bakr Al-Baghdadi, mentre fino ad ora l’Iran non è stato colpito. Questo anche se gli stessi mezzi di informazione iraniani hanno dato notizia di diverse cellule ISIS smantellate nel Paese.

Come spesso accade in questa parte del mondo politica e religione camminano insieme. In Iran i combattenti in Siria sono chiamati “Difensori del Santuario”, in riferimento alla moschea di Sayyeda Zeinab vicino a Damasco. Qui è sepolto uno dei nipoti del profeta Maometto, una figura fondamentale per il culto scita. Oltre a questa moschea. teatro in questi anni di sanguinosi attentati, sono molti i luoghi sacri in Siria che le milizie sciite sono impegnate a difendere. 

Il Generale Mohsen Kazemeini, comandante del Corpo delle Guardie rivoluzionarie di Teheran, il mese scorso ha confermato, in una dichiarazione alla Defa Press, la crescita dei volontari. “Ci sono così tanti aspiranti combattenti che solo un piccolo numero di essi sono stati inviati a combattere.”

Alcuni volontari, delusi dalla lunga lista d'attesa, prendono una scorciatoia. Volano direttamente a Damasco e lì si uniscono agli altri volontari. Una volta arrivati raccontano la loro storia su “Modafeon”, un sito web dedicato alle notizie e alle immagini dei “Difensori del Santuario”.

I combattenti uccisi in Siria sono celebrati come eroi dalla televisione di Stato e i loro funerali sono cerimonie sontuose. Il lottatore iraniano Saeed Abdevali ha dedicato la medaglia di bronzo, che ha vinto alle Olimpiadi di Rio, alle famiglie di “Difensori del Santuario” morti in battaglia.

In questo modo la rete di reclutamento dei volontari si è allargata a tutta la comunità sciita. Il richiamo religioso e alla difesa dei luoghi sacri sembra essere molto potente, soprattutto tra i giovani afghani che studiano o vivono in Iran. Quelli che sono andati in Siria, sotto la supervisione della Guardia Rivoluzionaria sono chiamati Fatemiyoun.

Uno studente afghano di 25 anni, che vive a Mashad, nel nordest dell'Iran, ha raccontato che con altri Fatemiyoun ha combattuto a Damasco e ad Aleppo per 45 giorni, dopo aver partecipato a un breve corso di addestramento militare.

“La mia motivazione è la stessa degli iraniani. Stiamo entrambi combattendo in Siria e in Iraq per difendere le nostre credenze sacre e l’ideologia sciita. La nostra causa va ben oltre i confini geografici.”

Alla domanda se nella società iraniana era cresciuto il sostegno ai combattenti ha risposto: “Certo, e molto. Mentre aspettavo di partire la gente pensava che la nostra lotta avrebbe cambiato poco. Oggi, più di un anno dopo, i combattenti sono rispettati perché sono la diga che il Paese ha alzato contro le minacce dei terroristi.” 

Lo studente, che ha voluto restare anonimo, ora spera di ottenere la cittadinanza iraniana, il premio che spetta a tutti gli afghani partiti volontari. Un incentivo che si aggiunge ai 450 dollari al mese pagati ai volontari afghani, secondo un comandante dei Fatemiyoun intervistato dal sito Tasnim.

La necessità di fermare ISIS fuori dai confini della Repubblica Islamica è ormai un tema centrale della vita quotidiana e della politica iraniana.

Un video trasmesso frequentemente dalla televisione di stato mostra un gruppo di bambini in mimetica e anfibi militari che inneggiano al dovere religioso di combattere in Siria cantando: “Le linee rosse intorno al Santuario sono in mio sangue”. I minori di 18 anni possono andare in Siria per servire in ruoli di supporto e non di combattimento, purché siano accompagnati da un tutore, secondo i post del sito web Modafeon.

Intanto il leader supremo, Ayatollah Ali Khamenei, ha descritto le guerre in Siria e in Iraq come cruciale per la sopravvivenza della Repubblica islamica. Se gli iraniani non fossero andati a morire in quei paesi “ il nemico sarebbe entrato anche in Iran.”

 @MauroPompili

 

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